Un ‘Aid senza nostro padre

hhugs

Nostro padre è incarcerato da quasi 12 anni nella prigione britannica di Long Lartin, senza alcuna accusa specifica, in attesa di estradizione verso gli Stati Uniti. Fino ad oggi, né il governo degli Stati Uniti, né quello del Regno Unito hanno fornito alcuna prova che dimostri cosa abbia fatto di male; tutto è semplicemente basato su infondate “accuse”, che a mio padre non è permesso contestare in giudizio.

Avevo solo 13 anni quando mio padre fu arrestato; i miei fratelli minori avevano 11, 9 e 5 anni, la mia sorellina aveva soltanto 1 anno, e la più piccola non era ancora nata. In effetti, mia madre era incinta di mia sorella, ed entrambe le bambine non hanno alcun ricordo di mio padre al di fuori della prigione. Sono cresciute potendolo vedere solo in carcere.
È molto duro per me dire questo, ma a causa della sua prigionia, nostro padre non ha potuto far parte della nostra vita, e per quanto ci sforziamo, NULLA può compensare la separazione tra un bambino e i suoi genitori, e ciò ha avuto un impatto devastante sulle nostre vite, sia per noi fratelli che per la mia povera mamma, che sta lottando per tenerci tutti insieme e indirizzarci sulla Retta Via.

Quando ci viene chiesto: “Come hai passato l’ ‘Aid?”, o ci inviano un sms per augurarci “ ‘Aid Mubârak”, sento che questo non vale per la mia famiglia. Non possiamo trascorrere un “Felice ‘Aid”, per quanto possiamo tentare; e NULLA può colmare il vuoto lasciato dalla pietra angolare, il centro della nostra famiglia, nostro padre, che non è qui per celebrare questo giorno con noi. Ed è stato così, in casa nostra, negli ultimi 12 anni.

L’ ‘Aid è il giorno più difficile per noi, e il giorno precedente è particolarmente duro da superare, poiché mentre la Ummah è emozionata dai preparativi per la festa, e si acquistano vestiti nuovi, noi ricordiamo soltanto che è giunto ancora un altro ‘Aid, un altro Ramadan, e un altro anno senza nostro padre.

In effetti, il giorno dell’ ‘Aid è più difficile di qualsiasi altro giorno, e per quanto dovrebbe essere un giorno di festa per i Musulmani, mi dispiace dover ammettere che come famiglia non lo aspettiamo affatto con gioia, in quanto rende il dolore e la sofferenza di aver perso nostro padre più intensi. Mentre nostro padre comincia ad affrontare un altro anno di incertezze, languendo in prigione senza accuse e senza prove, noi non possiamo sapere se inshallah vedremo nostro padre tra due anni, o tra venti. Questo è il punto più dolente, quando uno dei propri cari è incarcerato senza accuse; non hai nulla per cui vivere o sperare, non puoi pianificare la tua vita, la tua vita è in un limbo.

 

Non sai se il prossimo ‘Aid riceverai una telefonata, in cui ti dicano che tuo padre è stato estradato negli Stati Uniti per trascorrere il resto della sua vita in prigione. Ogni giorno è come vivere sul filo del rasoio. Nonostante sappiamo, come Musulmani, che nessuno conosce il momento della propria morte, almeno questa riflessione può spingerti a trascorrere più tempo con la famiglia, o a compiere delle buone azioni; ma quando non puoi recarti a far visita a tuo padre, perché egli si trova a 200 miglia di distanza, in prigione, e in quel preciso momento non ti è possibile abbracciarlo e dirgli come ti senti, a causa delle barriere che vi separano in carcere; tutto diventa più difficile, perché ti senti più indifeso e il dolore si intensifica.

La giornata dell’ ‘Aid è stata sempre difficile, poiché nostro padre era la roccia della nostra famiglia; nostra madre e i nostri fratelli dipendevano da lui, ma da quando è stato incarcerato abbiamo dovuto crescere così rapidamente, ed è triste dire che i miei fratelli ed io non abbiamo conosciuto una vera infanzia, che ci è stata strappata il giorno in cui nostro padre è stato portato via. Adesso, anche le mie sorelline più piccole sono dovute diventare indipendenti nonostante la loro tenera età, hanno dovuto crescere e rinunciare ad una vera infanzia, così come noi bambini cerchiamo di mantenere unita la nostra famiglia, insieme a nostra madre, la quale in molte occasioni ha avuto difficoltà ad affrontare la situazione, e ha attraversato dei momenti di depressione.

Vorrei solo dire che la gente dovrebbe rendersi conto del fatto che i prigionieri per la fede dimenticati, come mio padre, hanno un’altra vita, oltre ad essere prigionieri: hanno una vita familiare che è distrutta nel momento in cui sono incarcerati.

Così come un corpo non può funzionare senza tutti gli organi vitali, così una famiglia, una famiglia musulmana, semplicemente non può funzionare senza l’Amîr e capofamiglia, il marito e padre.

Sì, la gente può vedere la famiglia di qualcuno incarcerato e pensare: “ce la stanno facendo”,  ma nessuno sa cosa questa famiglia stia veramente vivendo dietro alla porta chiusa di casa, e la verità è che la famiglia sta andando in pezzi. I bambini crescono senza guida e privi di una figura paterna, in mezzo alla fitna e alle pressioni dell’adolescenza; crescono privi di ciò che possiedono i loro amici, senza poter chiedere ai genitori un regalo per l’ ‘Aid, sentendosi in dovere di provvedere alla propria famiglia, per tutto il tempo in cui il capofamiglia non sarà presente. Si sentono incapaci e inadeguati rispetto ai loro amici, pensano di non avere la capacità o la possibilità di realizzare il proprio potenziale nella vita.

Mio fratello era uno studente da 10 e lode e un genio della matematica, tanto che superò l’esame GCSE [che in UK si sostiene normalmente all’età di 15 anni, ndt] due anni prima del normale; riponevamo grandi speranze in lui, ma l’arresto di mio padre e i 12 anni che egli ha trascorso lontano da casa l’hanno traumatizzato, facendogli conseguentemente abbandonare gli studi, poiché, non essendo presente nostro padre, i figli più piccoli e il resto della famiglia avevano maggiormente bisogno di lui.

Talvolta, i miei fratelli ed io eravamo troppo imbarazzati per dire che nostro padre si trova in prigione, a causa del collegamento automatico che le persone operano nei confronti di qualcuno che ha dei congiunti incarcerati, ti guardano e senti che pensano: “non c’è fumo senza fuoco… tuo padre deve aver combinato qualcosa per essere in prigione da tanto tempo…”.
Ci sono tante cose che vorrei dire, ma il tempo è limitato, dunque vorrei focalizzare il discorso su quanto accaduto a Long Martin in occasione dell’ ‘Aid appena trascorso. Mio padre mi ha telefonato, pregandomi di “dire al mondo”, di raccontare ai Musulmani la maniera in cui lui e altri prigionieri Musulmani sono stati trattati, dopo essersi visti negare il permesso di pregare salatu-l-‘Aid con gli altri carcerati. Dissero loro che li avrebbero trasferiti nella sezione dei detenuti per crimini sessuali, se avessero voluto pregare fuori dalle loro celle. Ogni prigioniero sapeva che si trattava di una tattica deliberata da parte della prigione, per spezzare il morale a mio padre e agli altri, per farli sentire inutili nel loro giorno più sacro, perché si sentissero sconfitti come Musulmani, e per ricordare loro quanto essi odiino i Musulmani e l’Islâm nelle strutture penitenziarie.

Purtroppo, nonostante la mia catena di e-mails a tutte le organizzazioni musulmane e ai canali televisivi, solo una o due organizzazioni islamiche hanno denunciato la loro situazione, come HHUGS e Cageprisoners, ma non un solo canale televisivo islamico ha riportato la notizia, nonostante attualmente vi siano così tante televisioni musulmane. Qual è lo scopo di avere un canale islamico, se esso non viene utilizzato per sostenere quelle persone che chiedono di avere una voce?
Al contrario, tutti i cosiddetti canali islamici hanno mandato in onda concerti per l’ ‘Aid. Nessuna televisione ha speso una parola su questo incidente, che avrebbe dovuto essere la notizia. E la cosa più triste è che mio padre aveva telefonato per raccontarci delle sofferenze che stavano attraversando, nella speranza che i Musulmani dall’esterno avrebbero risposto. Egli credeva sinceramente che qualcosa sarebbe cambiato, e io non ho avuto il coraggio di dirgli che nessuno era interessato alla questione.

I prigionieri come mio padre desiderano e hanno bisogno che i Musulmani rispondano dall’esterno, poiché all’interno della prigione essi NON hanno voce. Tutto ciò che chiedono è di dare loro voce, una tribuna e una piccola quantità del vostro tempo.

 

È solo ricordando prigionieri come mio padre che la Ummah dimostrerà di non aver dimenticato loro e le loro famiglie, e che vale la pena di lottare fino alla fine per il Dîn per cui si trovano sottoposti a questa prova, e in verità il soccorso di Allah è vicino per coloro che credono.

 

Jihad Adel AbdulBary

30/09/2010

HHUGS
 

Non possiamo riportare a casa il loro padre, ma possiamo aiutare queste famiglie inshaa Allah; per fare una donazione:

http://www.hhugs.org.uk/donate

http://www.justgiving.com/aoxazgxnhe/donate/?utm_source=website_cid224914&utm_medium=buttons&utm_content=aoxazgxnhe&utm_campaign=donate_purple

One thought on “Un ‘Aid senza nostro padre

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