Testimonianza di Fatiha Haddad

As-salâmu ‘alaykum waRahmatullâhi waBarakâtuHu

Quella che segue è la testimonianza di sorella Fatiha Haddad, la cui immagine, mentre viene selvaggiamente picchiata da un gendarme del Taghût marocchino, divenne tristemente famosa qualche anno fa, che Allah sollevi dall’afflizione nostra sorella e riunisca presto la sua famiglia, âmîn.

Domanda: Di che cosa è stato accusato suo marito?

Risposta: L’accusa per cui è stato ingiustamente arrestato è quella di essere responsabile degli attentati di Casablanca del 16 maggio 2003.

D: Quali sono le condizioni di detenzione di suo marito?

R: Il nome di mio marito è Said Faris. Il giorno in cui venne arrestato io e i miei bambini eravamo così terrorizzati… sono venuti e l’hanno portato via, buttando tutto sottosopra, insultando mio marito, utilizzando delle parole terribili, umiliandolo di fronte alla sua famiglia, picchiandolo forte, entrando senza il minimo pudore nella nostra casa, senza la minima vergogna di fare ciò dinanzi ai suoi bambini e a sua moglie.

D: Suo marito è stato torturato?

R: Sì, mio marito è stato duramente torturato, non posso descrivere come. È stato picchiato e umiliato, gli hanno tolto tutti i vestiti, gli hanno versato addosso dell’acqua e l’hanno torturato con delle scariche elettriche alle gambe; tutto ciò è stato accompagnato da insulti e torture morali.

D: Signora, potrebbe descriverci cosa è successo quel giorno, quando la guardia carceraria l’ha colpita fino a farla cadere a terra, col suo neonato sulla schiena, come risulta evidente dalla fotografia che ha scioccato e toccato il cuore di migliaia di persone in Marocco e all’estero, ed è stata in seguito esibita dalla gente in diverse manifestazioni di protesta dentro e fuori dal Marocco? Lei conosce il nome dell’ufficiale che l’ha picchiata?

R: Stavo prendendo parte ad una manifestazione di protesta di fronte alla prigione di Okasha, per protestare contro la tortura, gli insulti e l’umiliazione di cui era stato vittima mio marito, insieme a tante altre sorelle [nelle mie stesse condizioni]. All’improvviso, sono stata colpita violentemente da uno dei poliziotti, che mi ha picchiato sulle gambe e sul braccio sinistro, che in seguito non ho potuto muovere correttamente per diversi mesi; non ero più in grado di svolgere le incombenze domestiche, né di prendermi cura dei miei bambini piccoli – dato che ero ormai una donna sola coi suoi figli.

Egli mi ha colpito senza tener conto del fatto che io fossi solo una debole donna, né del fatto che stessi portando sulla schiena il mio neonato, e pure il mio bambino è stato ferito all’occhio sinistro, e ne soffre fino ad oggi, poiché il poliziotto ci ha colpiti col suo walkie talkie, che teneva in mano. E non si è limitato a picchiarmi, ma mi ha insultato e ha imprecato contro di me usando dei termini così volgari che mi vergogno di ripetere, e mi ha preso a calci come un animale, senza alcun rispetto per i diritti umani, mentre io e i miei figli giacevamo a terra, e il mio bambino urlava e piangeva senza sosta di paura, per quella terribile scena che non scorderà mai.

D: Ha mai contattato o è stata contattata da qualche associazione femminile, o altre associazioni per i diritti umani?

R: No, non ho mai ricevuto alcuna telefonata né da associazioni femminili, né da altre associazioni per  diritti umani.

D: Come provvede ai suoi bambini e alla sua casa?

R: Sono sola in casa, vivo coi miei tre figli, che hanno dai tre ai nove anni, i quali dunque sono ancora bambini piccoli che hanno bisogno di tutto: cibo, vestiti, scuola e farmaci, ed io sono senza lavoro e senza alcuno che mi aiuti, né da parte della mia famiglia (in verità sono poveri, lâ hawlâ walâ quwwatâ illâ billâh), e nemmeno da parte della famiglia di mio marito.

Allah è il Colui Che ci sostiene; io e i miei figli abitiamo in una minuscola abitazione, una stanza di soli due metri per due, e ci abitiamo in quattro; ricevo un po’ di aiuto da alcuni vicini di buon cuore che conoscono la mia situazione e sono dispiaciuti per i miei bambini.

D: Qual è il suo messaggio per tutte le persone di coscienza e per le associazioni dei diritti umani?

R: Mio marito è stato condannato a vent’anni, ed egli era il sostegno della famiglia, dopo Allah subhânaHu waTa’âla. Ora, chiedo alle persone di coscienza di aiutarmi a vivere con dignità; non posso nemmeno acquistare il cibo e il minimo necessario per mio marito in prigione, a causa della mancanza di denaro e poiché – come lei saprà – il trasporto è molto caro, in quanto io vivo a Casablanca e mio marito è detenuto a Kenitra.

D: È stata oggetto di vessazioni da parte delle autorità marocchine, o l’hanno chiamata a deporre?

R: Sono stata chiamata dai responsabili della sicurezza di Al-Maarif, e mi hanno minacciata di pubblicare immagini oltraggiose, accusandomi di aver “provocato” il poliziotto, e tutto ciò è una menzogna; e hanno minacciato di rapire il mio bambino e di torturarci entrambi, e hanno detto che mi avrebbero violentata se avessi osato portare il poliziotto in tribunale. Mi hanno perfino accusata, nel caso in cui avessi rilasciato interviste, di rinchiudermi in prigione e di privarmi dei miei figli, e mi hanno chiesto come mai fossi ancora sposata con mio marito, nonostante lui fosse stato condannato a vent’anni… hanno detto che sono ancora una donna giovane, e che avrei dovuto divorziare e vivere la mia vita.

Alla fine mi hanno chiesto di firmare un documento, di cui non conoscevo il contenuto, né me l’hanno letto; quando ho rifiutato di firmare, una decina di poliziotti mi hanno circondata e mi hanno contretta ad apporre l’impronta digitale sulla carta; uno di essi mi ha tolto il guanto e mi ha contretto ad apporre l’impronta, mentre tutti si prendevano gioco di me…

Jazakillahu khayran sorella Maryam per l’intervista.

La sorella che ha pubblicato la storia di Fatiha, in inglese, su Facebook, sta raccogliendo dei soldi da inviarle in Marocco inshaa Allah. Chiunque volesse inviare un contributo, anche modesto, inshaa Allah può pagare via paypal a questo indirizzo: Che Allah vi ricompensi, âmîn.

moislam786@hotmail.com

Che Allah vi ricompensi, âmîn.

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