Voce di Amina, scampata al massacro di Lal Masjîd…


بسم الله الرحمان الرحيم
Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

 

Incontro con sorella Amina, studentessa alla Madrasa di Hafsa, sopravvissuta all’assassinio perpetrato dall’esercito pakistano.

Introduzione dell’intervistatore:

In questo momento l’esercito ha preso il controllo della Moschea rossa, e stanno pulendo il sangue delle studentesse e dei martiri tra i fratelli, queste giovani studentesse sono state sepolte dal governo nell’oscurità della notte.

Nello stesso momento, i genitori all’esterno cercano le loro figlie, e non smettono di chiedere quando le loro bambine saranno riportate da loro. I responsabili dicono: “Le vostre figlie vi saranno restituite in condizioni di sicurezza”. Quando?… Nessuno risponde.

Qualunque siano le ragioni che hanno condotto a questi avvenimenti, nulla potrà mai giustificare il fatto che l’esercito di un paese “musulmano” uccida le sue compatriote in questo modo. I giornalisti hanno visitato la moschea, ed hanno constatato che non vi è un solo muro che non sia stato perforato dai proiettili.
Utilizzando la forza in questo modo, il governo ha dimostrato chiaramente di essere pronto a spingersi oltre ogni limite per propagare la perversità e il liberalismo nel paese. Noi, le studentesse in scienze islamiche, abbigliate coi nostri Burqa neri, non possiamo più indossarli né studiare la Shari’ah…

Il nostro shaykh, ‘Abdel-Rashid Ghazi (rahimahullah) ha dimostrato il suo amore per l’Islâm quando è caduto in martirio per la sua causa. Questo Islâm di cui il nostro governo si è fatto beffe allo scopo di soddisfare l’America e di incoraggiare la perversità e la corruzione.

Diversi giorni sono trascorsi dalla presa della moschea e della madrasa da parte dell’esercito, ma i genitori sono ancora alla ricerca delle loro giovani figlie e dei loro figli dovunque. Una sola domanda sulle loro labbra: “I nostri figli sono stati uccisi, affinché possiamo rasserenarci per il loro martirio, oppure sono stati arrestati? In questo caso, restituiteceli”.
Questi genitori sanno che l’onore delle loro figlie non sarà protetto una volta che esse saranno nelle mani di questa gente che ha demolito la moschea, e ciò spiega le grida e la collera delle voci che reclamano le studentesse imprigionate…

Voce di Amina

È uscita il terzo giorno dall’inizio delle operazioni contro la Moschea rossa, che sono cominciate il 3 luglio 2007. La moglie di Abd-Arrashid, Umm Hassan, l’ha spinta a lasciare la madrasa.
Lungo tutto il corso della sua testimonianza, le lacrime non smettevano di scendere; e alla fine tutti accanto a lei piangevano.

Le lacrime di Amina

Ho 17 anni e da 3 anni sono studentessa alla Madrasa di Hafsa, dove seguo dei corsi di Corano e di Hadîth del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam).
Il giorno dell’attacco, mi trovavo all’interno della moschea di mia volontà, nessuno mi ha obbligata a restare, volevo battermi fino alla morte (piange), ma la nostra responsabile, Umm Hassan, ci ha fatte uscire utilizzando un trucco.

Il terzo giorno, c’erano già 95 sorelle e 75 fratelli caduti in martirio (piange forte), abbiamo tutti partecipato a spostare i loro corpi, e le mie mani sono divenute rosse per il colore del sangue, e ogni volta che spostavamo i cadaveri una di noi cadeva martire.

I nostri libri del Corano erano aperti, e non avevamo alcuna munizione. Le poche munizioni erano state utilizzate dagli uomini. Ci occupavamo di fornire l’acqua ai nostri fratelli che combattevano. Fino al terzo giorno abbiamo potuto continuare a seguire le nostre lezioni regolarmente, poi Umm Hassan ha constatato che 1500 tra le studentesse che erano rimaste nella Madrasa non avevano più da mangiare né da bere. Ci ha riunite e ci ha detto, con le lacrime che le rigavano le guance: “Vi prego, lasciate il complesso”. Si è rivolta alle sorelle responsabili dicendo: “Sono un deposito nelle vostre mani, riportatele dai loro genitori in pace”.

Tutte noi studentesse, me compresa, abbiamo rifiutato l’idea di lasciare il posto, ma Umm Hassan ha insistito, dicendo: “Qui è pericoloso per voi, uscite adesso, ed io vi raggiungerò”. Sotto la pressione della sua insistenza abbiamo lasciato il complesso, ma lei è rimasta (piange, piange…).
Non volevamo andarcene, abbiamo redatto il nostro testamento ed eravamo pronte per il martirio, il nostro desiderio era di essere sotterrate nella Madrasa di Hafsa…

Eravamo 1800, sono uscita in gruppo con altre 300 ragazze. Ci sono state 100 studentesse cadute in martirio (piange…), vi erano anche dei bambini, dell’età di 2 anni, che sono stati uccisi…
Abbiamo sollevato i loro piccoli cadaveri e alcune di noi sono svenute. Umm Hassan ha lasciato la moschea l’ultimo giorno, accompagnata soltanto da 30 studentesse. La nostra domanda, così come quella di tutti i genitori che cercano le loro figlie, è: dove son le altre??
Affermo che noi tutte avremmo voluto restare, avremmo voluto batterci.

Questi ingiusti hanno ucciso le nostre sorelle, sono loro che hanno bombardato la moschea in modo barbaro, poi hanno occultato i cadaveri.
C’erano 1500 studentesse nella moschea, sono morte laggiù e i loro cadaveri sono stati sotterrati dal governo che ha commesso nei loro confronti un’enorme ingiustizia…

Prima dell’attacco contro la nostra Madrasa, vivevamo esattamente come se fossimo a casa nostra, c’era tutto ciò di cui avessimo bisogno, è per questa ragione che mio padre mi ci ha mandato a studiare. Eravamo addirittura abituate a giocare dopo la preghiera dell’ ‘Asr. Anche Umm Hassan e le figlie di Shaykh Abdelaziz giocavano con noi…

Ma dopo l’attacco, hanno staccato la l’elettricità e l’acqua, le nostre riserve di gas sono terminate, e a causa di ciò abbiamo avuto molti problemi. Nonostante ciò, abbiamo sempre mantenuto un forte spirito di resistenza e un morale elevato. Non posso spiegarvi la situazione, sono stati momenti che non dimenticheremo mai, eravamo come su un campo di battaglia.

I bombardamenti erano intensivi e i colpi di proiettile assordanti, ma dopo averci lanciato addosso le bombe di gas la vita è diventata insopportabile, malgrado ciò abbiamo potuto sopravvivere 3 giorni, e quelle che sono rimaste hanno potuto battersi in queste condizioni per una settimana…

Io voglio assumermi le mie responsabilità in futuro, e trovare il martirio sarà il mio primo obiettivo. Dopo quel che ha fatto il governo, il Pakistan è divenuto come uno stato non musulmano…

Ora, non ho voglia né di mangiare, né di fare qualsiasi altra cosa, prego e invoco Allah (‘azza waJalla) di accordarmi la shahâdah nella Sua Via…

Credo fermamente che il sangue di shaykh Abdel-Rashid Ghazi non metterà fine agli appelli a praticare la Shari’ah, ma inshaAllah spingerà ad una rivoluzione un giorno o l’altro.

Abbiamo sentito come se fossimo in Iraq, sotto i bombardamenti americani. Non ci sembrava di essere in uno stato musulmano. Il nostro shaykh Abdel-Rashid non è morto, ora è nel mio cuore. E l’appello alla pratica della Shari’ah non è cessato.

(Versando lacrime continua): Sollevavo i cadaveri con le mie mani, che erano tutte bagnate di sangue. In passato, sentivo dire al telegiornale che le nostre sorelle in Kashmir trasportano i cadaveri dei fratelli martiri con le loro mani. Oggi, anch’io, insieme a più di un migliaio di studentesse, l’abbiamo fatto. Il sangue ci ha disegnato le mani come l’henné…

Abbiamo vissuto tre giorni sotto i bombardamenti delle “forze di sicurezza”, sembrava la fine dei tempi, non so come descriverlo a parole, non avevamo mai conosciuto nulla di simile.
Viviamo in uno stato che ha per simbolo l’Islâm, ma siamo trattati come terroristi.
Il terzo giorno, tutte le camere delle studentesse si sono riempite di fumo di gas e tutte le ragazze sono rimaste intossicate. Allora abbiamo deciso di uscire e morire sotto la pioggia di proiettili, piuttosto che morire asfissiate. I fratelli responsabili della nostra protezione ce l’hanno impedito e ci hanno chiesto di rientrare, ma noi abbiamo insistito per uscire, allo scopo di combattere e morire in martirio.

Allora Umm Hassan è venuta, e ci ha chiesto di lasciare il complesso (piange…), poi siamo uscite.
Quando siamo uscite dalle nostre camere, i libri del Corano erano sui tavoli, nessuno li ha raccolti, qualche Corano bruciava, perché era esposto ai tiri.
Allora alcune sorelle si sono offerte volontarie per recuperarli, ma una volta di ritorno, credetemi, i loro corpi erano trapassati dai proiettili, e le loro anime sono salite ad Allah (‘azza waJalla), mentre cadevano nelle nostre braccia…

A questo punto Amina non ha più avuto la forza di proseguire…

Luglio 2007

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