Le lacrime di sangue delle nostre sorelle


بسم الله الرحمان الرحيم

Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

La storia di Mubina Ghani

Mubina Ghani ha 18 anni, e il suo viso è offuscato dal dolore. Il 18 maggio, sulla via di casa, mentre stava tornando dalla festa del suo matrimonio per trascorrere la sua prima notte nell’abitazione di suo marito, dei soldati indiani le hanno sparato e l’hanno violentata.

Nell’ospedale principale di Anantnag, che si trova a cinquanta chilometri dalla capitale del Kashmir, Srinigar, Mubina è in uno stato critico nella sala principale dell’ospedale. Accanto a lei, suo marito.

Senza discutere, si avvia zoppicando verso la camera operatoria, dove c’è un angolo un po’ appartato. Il suo dolore è inimmaginabile. E quando comincia a parlare piano piano, l’orrore è ancor più insostenibile.

Dopo il suo matrimonio – racconta attraverso l’interprete – è salita a bordo di un autobus con suo marito e sua zia, che si era offerta di accompagnarla, per recarsi nella sua nuova casa.

L’autobus, che ospitava ventiquattro passeggeri e due autisti, è stato fermato all’improvviso da un gruppo delle Forze di Polizia della Riserva Centrale (CRPF). Non vi era alcun coprifuoco in quel luogo, ma essi effettuavano delle ronde, a caso. Poco dopo, hanno concesso all’autobus l’autorizzazione per ripartire.

Più lontano, sulla strada, vi era un secondo posto di blocco, questa volta delle Forze di Sicurezza di Frontiera (BSF).

“Abbiamo cominciato a scendere, ma non ci hanno dato alcuno scampo. Hanno aperto il fuoco senza preavviso. Hanno sparato contro i finestrini con delle armi che avevano nascosto sotto il loro veicolo. Ci siamo gettati a terra sotto i sedili, fingendoci morti. Ma dopo gli spari, sono saliti a bordo e hanno cominciato a picchiare tutti”, dice Mubina.

Un passeggero era morto. Molti altri erano stati feriti dalle pallottole, tra i quali Mubina e suo marito, Abdul-Rashid.

La ragazza prosegue: “A tutti quelli che non erano feriti gravemente è stato ordinato di mettersi in fila con le mani in alto. Noi due donne (Mubina e sua zia) siamo state separate con la forza dal gruppo e trascinate in un campo”.

Mentre l’automezzo veniva saccheggiato – il bottino comprende una dozzina di migliaia di rupie (poco più di 5700 euro) che erano state donate agli sposi come regalo di nozze – Mubina e sua zia sono state spogliate dei loro gioielli.

La giovane continua: “Nel campo, i soldati si sono innanzitutto tolti i vestiti. Non so quanti fossero. Gridavamo forte. Ho detto loro che non avevo ancora incontrato mio marito, ma non mi hanno dato ascolto. Ci hanno strappato i vestiti, mi hanno morso il seno e poi mi hanno violentata. Penso di essere stata violentata da quattro o sei soldati indiani”.

La zia di Mubina, quarantenne ed incinta di sette mesi, due giorni dopo essere stata trasportata all’ospedale, è fuggita, e fino ad ora non si ha di lei alcuna notizia.

21 novembre 2006 – 30 Shawwâl 1427 H.
fonte: jamatdawah.org

La storia di Amela

Durante una notte inimmaginabile di orrore, mentre veniva violentata da almeno 15 soldati serbi, Amela, una bosniaca di 25 anni, non aveva alcun dubbio sul perché veniva trattata con tale crudeltà.

“Perché sono Musulmana” dice con semplicità la giovane sposa. “Il loro scopo era quello di umiliarmi, di farmi perdere il mio onore, di provare che erano loro i padroni, e che potevano stuprarti e ucciderti a loro piacimento. Eravamo come le loro schiave”.

Un terzo di tutte coloro che sono state detenute nei campi di concentramento in Bosnia sono state violentate, ivi comprese delle bambine di 6 anni e delle vecchiette di 80.

I volontari bosniaci stimano che centinaia di persone siano state uccise in seguito agli stupri.

Selezionando le sue vittime facendosi luce con dei fiammiferi, uno dei serbi costrinse Amela a seguirlo puntandole un coltello alla gola.
La giovane pensa che a quegli uomini fosse stato ordinato di stuprare, perché, quando supplico’ il suo aguzzino di lasciarla andare, il serbo le rispose: “Non posso. Devo farlo”.

Dopo essere stata violentata due volte, fu lasciata là per un po’, poi fu trascinata in una camera buia, dove fu nuovamente stuprata, per ore, sul suolo di cemento.

Stima che almeno 20 altre donne siano state violentate durante quella stessa notte, contando una ragazzina di 15 anni e una donna incinta di 9 mesi.

Nonostante sia sfuggita ad una gravidanza o ad una malattia sessualmente trasmissibile, la sua ginecologa dice che la giovane soffre di ferite interne permanenti. Le sue mestruazioni sono scomparse nell’agosto scorso, a causa dello shock, come conferma il medico.

“Ho cercato di dimenticare cio’ che è accaduto, ma è impossibile” dice Amela, scoppiando in singhiozzi per la prima volta, dopo aver raccontato la sua storia per un’ora e mezza, con voce chiara e forte. “Sono stata allevata in una famiglia religiosa Musulmana. Ora ho perduto il mio onore”.

23 gennaio 1993
fonte: peacewomen.org

Jazakillahu khayran Oum Majda (Yâ Oummatî!, n. 1)

Annunci

As-salamu 'alaykum waRahmatullahi waBarakatuHu. Benvenuto/a su questo blog. I commenti costruttivi saranno visibili appena il gestore del blog li avra' approvati inshaa Allah.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...