La società delle Api, un Segno di Allah


بسم الله الرحمان الرحيم

Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

Ed il tuo Signore ispirò[1] alle api: “Dimorate nelle montagne, negli alberi e negli edifici degli uomini. Cibatevi di tutti i frutti e vivete nei sentieri che vi ha tracciato il vostro Signore”. Scaturisce dai loro ventri un liquido dai diversi colori, in cui c’è guarigione per gli uomini[2]. Ecco un segno per gente che riflette (Corano XVI. An-Nahl, 68-69)

 

 

Il Miracolo di ‘Îsâ (Gesù, pace su di lui) attraverso le Api

Proviamo a studiare l’incredibile mondo delle api. La loro casa, l’alveare, conta circa 60.000 individui, tutti figli di una sola femmina, la regina. Per ottenere una tale popolazione, la regina depone un uovo ogni 40 secondi!

La particolarità delle api è che esse si riproducono per partogenesi. Che cosa significa questo termine? Si tratta in effetti di un miracolo consistente nell’avere dei figli senza l’intervento di un maschio!

Ciò non vi ricorda forse Maryam Umm ‘Îsâ (Maria madre di Gesù, pace su entrambi)? Ella partorì un bambino senza aver avuto alcun rapporto con un uomo!

Alcune persone ritengono che ciò sia “impossibile”, che si tratti soltanto di una “leggenda” contenuta nel Corano, così come nel Vangelo… Tuttavia, se Allah (subhânaHu waTa’ala) può donare figli senza padre ad una femmina di insetto, perché mai non potrebbe fare lo stesso con una donna?

Così, attraverso le api, Allah l’Altissimo dimostra all’umanità che il miracolo della nascita di ‘Îsâ (pace su di lui e su sua madre) senza un padre è possibile.

Le uova della regina che saranno state fecondate da un maschio daranno vita a delle femmine, chiamate operaie, mentre le uova non fecondate formeranno dei maschi, i fuchi. La funzione di questi ultimi sarà soltanto quella di fecondare la regina per dar vita a delle femmine, poi moriranno. A primavera, dopo l’ibernazione, non vi sono che femmine nell’alveare. La regina depone allora dei maschi perché la fecondino, dando vita a delle femmine.

Operaie qualificate e specializzate

Rivolgiamo ora la nostra attenzione a queste operaie, poiché sono le più numerose e sono coloro che assicurano il funzionamento dell’alveare. Un’operaia vive dalle 5 alle 6 settimane nel corso delle quali conosce 5 mestieri successivi: pulitrice, nutrice, costruttrice, guardiana e bottinatrice. Dopodiché morirà.

Ciò che è straordinario, in tutto ciò, è che fin dalla sua nascita l’operaia conosce “a memoria” ciò che dovrà fare nel corso della sua esistenza, e in che ordine lo farà!

Tutta la sua vita sarà conscrata al lavoro dell’alveare, per il benessere della società.

Pulitrice

Prima di tutto, dal primo al terzo giorno di vita, sarà una domestica: deve infatti sbarazzare l’alveare da tutti i suoi rifiuti (escrementi, cadaveri di api, ecc.)

Nutrice

Al terzo giorno della sua vita, abbandona le mansioni di pulitrice per consacrarsi al suo secondo mestiere: nutrice. Allora, come per incanto, la sua testa si trasforma e appaiono due ghiandole mammarie! Queste ghiandole serviranno per fabbricare un liquido molto nutriente, la “pappa reale”. Così, dal terzo al decimo giorno, l’operaia nutrirà le larve, i “bebè” delle api, di miele, polline e di questa pappa reale.

Viene chiamata “pappa reale”, perché, se una larva ne viene nutrita per più di 3 giorni, diventerà una regina. Perché? Mistero! Questo è uno dei segreti delle api, e nessun biologo ne ha ancora scoperto la ragione. Perché non vi siano decine di regine nell’alveare, le intelligentissime operaie dunque si organizzano per smettere di dare questa pappa reale alle larve dopo il loro terzo giorno, salvo per una o due, che ne saranno rimpinzate. Allora, una sola di queste larve diventerà regina, e sostituirà sua madre.

Costruttrice: degli architetti senza pari…

Il decimo giorno, le ghiandole mammarie dell’ape spariscono!  L’ape lascerà allora il lavoro di nutrice per diventare muratore. Ma, per esserlo, ha bisogno di materiale! Allora, ancora una volta, miracolosamente nel suo addome compaiono… ghiandole di cera! E a questo punto inizia uno dei più grandi enigmi della biologia: la costruzione perfetta di celle di cera, che costituiranno l’alveare.

Per questo lavoro di ingegneria, le api operaie lavoreranno in gruppo e in catena! Quella che si trova all’inizio della catena di montaggio fa uscire la cera liquida dal suo addome e la lascia solidificare. Con l’aiuto delle sue zampine, l’ape preleva questa cera solida per portarla alla bocca. Poi la “mastica” per darle la forma di una palla. Poi passa questa pallina di cera alla sua vicina, che la passa a sua volta all’ape accanto a lei, e così via, fino all’ultima ape della catena, il cui ruolo è quello di costruire i favi con questa cera. Bel lavoro di squadra, vero? Ma la cosa più straordinaria deve ancora venire. Perché questa ape costruirà delle celle a forma esagonale. Perché una forma a 6 lati? Perché non a 3, 4, 5, 7 o 8 lati?

Uno scienziato, Karl von Frisch, premio Nobel ed esperto del mondo delle api, ha cercato di capirne la ragione. Vi lasciamo leggere la sua analisi, tratta da “Vita e modo di vita delle api”:

“Delle celle rotonde, ottagonali o pentagonali lascerebbero tra esse degli spazi vuoti inutili, che sarebbero uno spreco di spazio; inoltre, in questo caso, ogni cella dovrebbe avere almeno parzialmente delle pareti proprie ad essa soltanto, con conseguente spreco di materiale. Nelle celle triangolari, quadrangolari o esagonali, questi due inconvenienti spariscono, perché ogni parete è comune a due celle in tutta la loro lunghezza, che è dunque sfruttata senza che vi sia alcun interstizio (…). Ma di queste tre forme geometriche della stessa superficie, è l’esagono quella col perimetro più piccolo.

Sono le celle esagonali che, a parità di capacità, esigono il minor dispendio di materiale. Inoltre, esse si adattano ben più delle celle quadrate, e soprattutto di eventuali celle triangolari, alla forma arrotondata delle larve che vengono allevate in un buon numero di queste celle.

Con le loro celle esagonali, le api hanno dunque davvero trovato la forma migliore e più economica che si potesse concepire. In quanto a capire come ci siano arrivate, si tratta di un argomento che ha dato luogo a molte discussioni e articoli, senza che alcun sapiente che abbia affrontato il problema sia riuscito a risolverlo”.

In altri termini, se le api avessero studiato nelle migliori scuole di architettura, sarebbero giunte alla medesima conclusione! Stupefacente, vero? Ma Chi ha insegnato a queste piccole api questa perfezione e questa economia nella costruzione?…

 

Guardiana

Al diciottesimo giorno della sua esistenza, l’ape abbandona il lavoro di muratore. Siccome non ne ha più bisogno, le sue ghiandole di cera degenerano.

Ora l’attende una quarta missione: per tre giorni, sarà guardiana dell’alveare.

Lo difenderà fieramente contro gli altri insetti, che vorrebbero mangiare il miele e perfino le larve. Ma impedisce anche ad api di altri alveari di penetrarvi.

Ma come può riconoscerle? In ogni alveare, la regina impregna la sua progenitura di una sostanza odorante: i feromoni.

Grazie alle sue antenne, sensibili agli odori, la guardiana riconosce le sue sorelle dalle api estranee.

Bottinatrice

Infine, al ventunesimo giorno, l’ape passa al suo ultimo mestiere: la bottinatrice.

L’ape parte all’esplorazione delle vicinanze dell’alveare, su un raggio di 3 km, per raccogliere polline e nettare. Perché quello della bottinatrice è il suo ultimo lavoro? Perché è il più rischioso!

Citando la rivista “L’allocco”: “…Non è d’altronde senza dubbio per caso che la natura ha fatto di questa temibile missione l’ultima funzione dell’operaia”.

I predatori: uccelli, ragni, insetti, stanno dunque in agguato per fare delle bottinatrici il loro pasto. Le api durante le prime fasi di vita sono al riparo da una mortalità eccessiva e aleatoria, in modo tale da assicurare il funzionamento interno dell’alveare.

 

Parlare danzando

Analizzando le bottinatrici, arriviamo al culmine della perfezione e del miracolo delle api. Effettivamente, quando una bottinatrice scopre un campo di fiori, ritorna all’alveare per avvertire le altre bottinatrici della scoperta. Ma come procede?

Essa comunica alle colleghe la direzione e la distanza ove recarsi per trovare questo campo fiorito, e ciò mediante una danza a forma di “8″!

Il primo ad avere scoperto questo straordinario modo di comunicazione fu Karl von Frisch. Quando espose questo risultato al mondo scientifico, lo presero in giro! All’epoca, si riteneva impossibile concepire che un insetto come l’ape, con un minuscolo cervello, potesse indicare con precisione la direzione e la distanza di un campo di fiori grazie ad una danza! 50 anni più tardi, altri ricercatori provarono la veridicità dei lavori di Von Frisch: non si era affatto sbagliato! La comunità scientifica gli assegnò allora il premio Nobel per la sua incredibile scoperta.

Cos’è questa misteriosa “danza dell’8″?

Si parla di “danza dell’8″ poiché, nell’alveare, la bottinatrice compie dei giri, in volo, non disegnando un cerchio, ma, appunto, un “8″. Per indicare la direzione da prendere, la bottinatrice prende la verticale come punto di riferimento; per esempio, se l’ape compie la sua danza andando a sinistra della verticale, significa che bisogna girare a sinistra uscendo dall’alveare. Inoltre, l’angolo che fa l’8 formato dall’ape con la verticale indica esattamente l’angolo della direzione che occorre prendere all’uscita dell’alveare, sempre in rapporto al sole. Se l’angolo è di 45°, ciò significa che il campo di fiori si trova a sinistra – uscendo dall’alveare – e a 45° rispetto al sole!

Disegnate un orologio su un foglio di carta. Scrivete le ore, da 1 a 12. Disegnate ora l’8 danzato dall’ape nel quadrante. Tenete il foglio diritto dinanzi a voi e guardatelo. Siete nella stessa posizione delle api che guardano la loro collega che indica loro la direzione da seguire. Poi appoggiate il foglio per terra, il 6 verso di voi e il 12 all’opposto. L’apice dell’8 vi dà la direzione da seguire. Buona caccia!

Ma come può informare sulla distanza da percorrere? Questa informazione è fornita dalla frequenza degli “8″, ossia grazie ai numeri di giri per unità di tempo: più la frequenza è minore, più è lunga la distanza. Per esempio, dei ricercatori hanno scoperto che una bottinatrice che danza 3 “8″ in 15 secondi indica che il campo fiorito è a 2 km… capirete ora come mai, quando Von Frisch espose le sue scoperte, nessuno gli volle credere: questo metodo di comunicazione tra le api è assolutamente stupefacente!

Le altre bottinatrici, così delucidate, lasciano allora l’alveare. Arrivate a destinazione, ogni bottinatrice va a visitare circa 1500 fiori per prelevare in totale appena un grammo di sostanza!

Tornano poi all’alveare per deporre questo nettare nelle celle. Ma per poter essere conservato, il nettare deve perdere il 67% dell’acqua che contiene. Per fare ciò, delle operaie sbattono le loro ali fino a far evaporare questi 2/3 d’acqua in eccesso!

Questo è il nettare che le api trasformeranno in seguito in miele.

Sopravvivere in inverno

Questo lavoro incessante delle operaie avviene in primavera, estate e autunno, ma cosa diventa l’alveare, con i suoi abitanti, d’inverno? Le migliaia di api si riuniscono in un grappolo compatto attorno alla regina. Più fuori fa freddo, più la massa vivente si serra. Il calore all’interno del grappolo deve restare a 35°, anche se la campagna che circonda l’alveare sparisce sotto la neve e il gelo raggiunge i -17°!

Per vivere, le api si nutrono del miele e del polline che hanno stoccato. Ma, fenomeno sorprendente, durante i tre mesi invernali, le api trattengono i loro escrementi nell’addome.

Poi torna la primavera e la vita dell’alveare riprende il suo corso. Così, il miracolo della vita nella società delle api si perpetua.

Chi ha insegnato loro questo codice di vita in società? Chi procede alla trasformazione delle operaie, nel corso del loro passaggio successivo ai mestieri di pulitrice, nutrice, costruttrice, guardiana e bottinatrice? Chi ha insegnato loro la costruzione dei perfetti esagoni delle loro celle? Chi ha insegnato loro a comunicare in questa incredibile maniera?

…Ecco un segno per gente che riflette (Corano XVI. An-Nahl, 68-69)

dal sito Sajidine


Note:

 

[1] Il verbo qui tradotto con “ispirò”, in arabo è “awhâ”, dalla radice “wahâ”, che parla di “Rivelazione” (Wahî). Questo termine è usato nel Corano per indicare la Rivelazione inviata ai Messaggeri (pace su tutti loro), e a creature particolarmente degne, come ad esempio la madre di Mûsâ, in Corano XXVIII. Al-Qasas, 7: “Rivelammo alla madre di Mosè…”.

[2] Il miele proveniente dalle api si compone in gran parte di glucosio e fruttosio; quest’ultimo è più facile da digerire dei glucidi. Recenti ricerche hanno provato che il glucosio è utile nella guarigione di molte malattie, e che è un eccellente antidoto. È stato inoltre provato che il glucosio contiene, in grande quantità, delle vitamine, in particolare la vitamina B.

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