Il pericolo dell’apostasia… e la lotta contro la fitna (corruzione)


بسم الله الرحمان الرحيم

Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo



La società musulmana e la lotta contro l’apostasia

Il pericolo più terribile che il Musulmano deve affrontare è quello che minaccia la sua identità spirituale, ossia ciò che minaccia la sua fede.
È per questa ragione che l’apostasia – la miscredenza dopo l’Islâm – è il pericolo più terribile che la società musulmana deve affrontare. Il più grande complotto ordito dai nemici di questa società consiste nell’allontanare i Musulmani dalla loro religione, che ciò avvenga con l’uso della forza e delle armi o con l’astuzia e l’inganno. L’Altissimo dice in effetti:

…Ebbene, essi non smetteranno di combattervi fino a farvi allontanare dalla vostra religione, se lo potessero… (Corano II. Al-Baqara, 217)

Alla nostra epoca, la società musulmana è stata bersaglio di violente invasioni e di attacchi virulenti miranti a sradicarla. Queste invasioni sono simbolizzate dalle campagne di evangelizzazione che sono iniziate con la colonizzazione occidentale, che proseguono ancora oggi nel mondo musulmano, così come in seno alle comunità e minoranze islamiche. Tra gli obiettivi di queste campagne, l’evangelizzazione dei Musulmani nel mondo, così come ha dimostrato la Conferenza del Colorado, tenutasi nel 1978. Nel corso di tale conferenza, sono stati presentati quaranta studi sul tema dell’Islâm e dei Musulmani. Si è discusso dei metodi di evangelizzazione che potrebbero essere utilizzati specificamente nei confronti dei Musulmani. Un miliardo di dollari sono stati raccolti per portare a termine questa impresa. È stato fondato l’Istituto Zwemer, che forma degli specialisti nell’evangelizzazione dei Musulmani.

Questi attacchi contro la società musulmana sono ugualmente simbolizzati dall’invasione comunista che ha conquistato dei paesi musulmani interi in Asia, e che ha ferocemente operato per la scomparsa dell’Islâm, per la sua eliminazione dalla vita quotidiana e per l’educazione di generazioni che non conoscano l’Islâm né bene né male.

Il terzo attacco è dovuto all’invasione laica e atea, che prosegue la sua missione fino ad oggi, fino al cuore stesso delle terre dell’Islâm. Qualche volta essa si manifesta chiaramente, qualche volta si dissimula. Senza sosta, persegue il vero Islâm, celebrando nel contempo un Islâm fittizio. Questo terzo tipo di invasione è probabimente il più vizioso e il più pericoloso.

Il dovere della società musulmana – se vuole sopravvivere – è quello di resistere all’apostasia, di qualsiasi origine sia e in qualunque modo si manifesti. Non bisogna lasciarle l’opportunità di propagarsi e diffondersi, come si propaga il fuoco sulla paglia.

Questo è ciò che fecero Abu Bakr e i Compagni, che Allah sia soddisfatto di loro. Combatterono i rinnegati che avevano seguito degli impostori che pretendevano per se stessi la missione profetica, come Musaylimah, Sajâh, Al-Asadî, Al-’Ansî, e altri, quegli stessi che stavano quasi per farla finita con l’Islâm nascente.

Il più grave pericolo in cui possiamo incorrere è che la società musulmana sia messa alla prova da degli apostati eretici che propaghino l’apostasia in seno alla Ummah (Comunità), mentre non vi è nessuno ad affrontarli né a resistere dinanzi a loro. È ciò che un sapiente ha espresso riguardo l’apostasia che infierisce ai giorni nostri: “Un’apostasia, ma nessun Abu Bakr per affrontarla!”[1]

È necessario opporre una resistenza all’apostasia individuale, allo scopo di accerchiarla e di evitare che si sviluppi e che spanda dappertutto le sue scintille. Diventerebbe allora un’apostasia generalizzata, poiché dalle piccole scintille nascono i grandi incendi.

A partire da tutto ciò, i giuristi dell’Islâm sono unanimemente dell’opinione che l’apostata meriti una pena – anche se possono divergere sulla natura di questa pena. La grande maggioranza stima che tale pena sia la pena di morte. È l’opinione delle quattro scuole di giurisprudenza islamica prevalenti, anzi delle otto scuole.

A questo proposito, un insieme di ahadîth autentici sono stati narrati da un certo numero di Compagni: Ibn ‘Abbâs, Abû Mûsâ, Mu’âdh, ‘Alî, ‘Uthmân, Ibn Mas’ûd, ‘Aisha, Anas, Abû Hurayrah e Mu’âwiyah ibn Haydah (che Allah si compiaccia di tutti loro).

Questi ahadîth sono riportati secondo delle formule differenti. Per esempio, l’hadîth di Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu), secondo cui il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse: “Chiunque cambi religione, uccidetelo” (riportato da tutti i compilatori di ahadîth tranne Muslim; ritroviamo lo stesso hadîth in Tabaranî, da Abû Hurayrah con una buona catena di trasmissione, e tale hadîth è narrato anche da Mu’âwiyah ibn Haydah con una catena di trasmissione i cui anelli sono degli uomini di fiducia).

L’hadîth di Ibn Mas’ûd (radiAllahu ‘anhu), secondo cui il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: “Il sangue di un Musulmano che attesti che non vi è divinità al di fuori di Allah e che io sono il Messaggero di Allah è illecito, tranne in tre casi: l’omicida volontario, il fornicatore che abbia già conosciuto il matrimonio e l’apostata che abbandoni la Comunità”(riportato da tutti i compilatori di ahadîth).

Secondo un’altra versione di questo hadîth, da ‘Uthmân (radiAllahu ‘anhu): “…un uomo che abbia rinnegato dopo la sua sottomissione (Islâm), o che abbia fornicato dopo aver conosciuto il matrimonio, o che abbia ucciso senza diritto un’altra anima” (riportato da Tirmidhî, che lo qualificò hasan (buono), An-Nisâ’î e Ibn Mâjah; il senso dell’hadîth è confermato dalla versione di Ibn ‘Abbâs, Abû Hurayrah e Anas).

L’erudito Ibn Rajab disse: “Giustiziare (il colpevole) in ciascuno di questi tre casi è consensualmente ammesso dai Musulmani”[2]

‘Alî – che Allah onori il suo volto – eseguì la pena per l’apostasia contro un gruppo di gente che l’aveva divinizzato. Li bruciò vivi, dopo aver chiesto loro di pentirsi, e averli ammoniti; ma essi rifiutarono di pentirsi e di ritornare sulle loro pretese. Li gettò allora nel fuoco, dicendo:

“Lammâ ra’aytu-l-amra amran munkarâ
Ajjajtu nârî wada’awtu Qumburâ”

Traduzione:

“Quando ho visto che la cosa era biasimevole
Ho acceso il mio rogo e ho chiamato Qumbur”
Qumbur era il suo servitore[3]

Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu) disapprovò ‘Alî (radiAllahu ‘anhu), invocando l’altro hadîth: “Non castigate tramite il castigo di Allah”. Ibn ‘Abbâs (che Allah sia soddisfatto di lui) pensava dunque che bisognasse ucciderli, ma non bruciarli. La divergenza di Ibn ‘Abbâs riguardava dunque il mezzo impiegato, non il principio.

Allo stesso modo, Abû Mûsâ e Mu’âdh (che Allah si compiaccia di entrambi) applicarono la pena di morte nei confronti di un Ebreo dello Yemen che si era convertito all’Islâm, poi aveva apostatato. Mu’âdh disse allora: “È il Giudizio di Allah e del Suo Messaggero” (hadîth unanimemente riconosciuto, riportato nei sahihayn – Bukhârî e Muslim).

‘Abd ar-Razzâq riferì che Ibn Mas’ûd pose agli arresti un gruppo di persone, in Iraq, che avevano rinnegato l’Islâm. Scrisse allora a ‘Umar a loro riguardo. Quest’ultimo gli rispose in una lettera: “Proponi loro la religione della verità e la testimonianza che non vi è altra divinità al di fuori di Allah. Se essi accettano, lasciali stare. E se rifiutano, giustiziali”. Alcuni di essi accettarono e furono graziati. Altri rifiutarono e furono uccisi[4].

È stato riferito da Abû ‘Amr ash-Shaybânî che Al-Mustawrad Al-’Ijlî si convertì al cristianesimo dopo aver abbracciato l’Islâm. ‘Utbah ibn Furqud lo inviò da ‘Alî (radiAllahu ‘anhu), che gli propose di pentirsi, ciò che l’apostata rifiutò di fare. ‘Alî lo mise dunque a morte[5].

L’apostasia è di due tipi: l’apostasia aggravata e l’apostasia semplice

Lo shaykh Al-Islâm Ibn Taymiyyah (che Allah abbia misericordia di lui!) menzionò che il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) accettò il pentimento di un gruppo di apostati, ma ordinò di giustiziare un altro gruppo che aveva aggiunto all’apostasia altri crimini, compresi l’attentato e il grave danno all’Islâm e ai Musulmani. Così, ordinò di giustiziare Miqyas ibn Hubâbah, il giorno della conquista di Makkah, poiché quest’ultimo aveva commesso, oltre all’apostasia, l’omicidio di un Musulmano, impossessandosi poi dei beni di quest’ultimo. Inoltre, non si era pentito finché non venne arrestato.
Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò anche di giustiziare gli ‘Urayniti, quando aggravarono la loro apostasia con crimini simili a quelli di Miqyas. Ordinò anche di mettere a morte Ibn Khatal, che aveva aggiunto alla sua apostasia l’insulto e l’omicidio di un Musulmano. Ordinò di giustiziare Ibn Abû Sarh, che aggiunse alla sua apostasia la calunnia e la diffamazione contro il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam).

Ibn Taymiyyah distingue due tipi di apostasia: da una parte, l’apostasia semplice, per la quale il pentimento è accettato; dall’altra parte, l’apostasia accompaganta da una guerra contro Allah e il Suo Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), e che si accompagna anche alla propagazione della corruzione (fitna) sulla terra. In questo secondo caso, il pentimento dell’apostata è rigettato se questi si pente (solo) dopo il suo arresto[6] .

‘Abd ar-Razzâq, Al-Bayhaqî e Ibn Hazm riportano che Anas, tornando da Tastur, si recò da ‘Umar (che Allah si compiaccia di entrambi). Questi gli chiese: “Che cosa hanno fatto i sei della tribù di Bakr Ibn Wâ’il che hanno rinnegato l’Islâm e hanno raggiunto gli idolatri?”. Anas rispose: “O Amîr al-Mu’minîn (Principe dei Credenti)! Questo gruppo di gente che ha rinnegato l’Islâm e ha raggiunto gli idolatri è stato ucciso sul campo di battaglia”. ‘Umar commentò: “Siamo di Allah e a Lui facciamo ritorno”[7]. Anas chiese: “Ma avevano un’altra possibilità, oltre a quella di essere uccisi?”. ‘Umar rispose: “Sì, avrei proposto loro l’Islâm e, se avessero rifiutato, li avrei messi in prigione”[8].

Il senso di questa tradizione è che ‘Umar (radiAllahu ‘anhu) ritenne che la pena di morte non fosse applicabile all’apostata in ogni situazione. Essa può essere annullata o rinviata, se una necessità impone il suo annullamento o il suo rinvio. In tale caso preciso, la necessità era data dallo stato di guerra, dalla prossimità geografica tra questi apostati e gli idolatri, e dal timore che questi apostati fossero tentati di passare nel campo nemico. ‘Umar (radiAllahu ‘anhu) stabilì probabilmente un’analogia con ciò che aveva detto il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui): “Non tagliate le mani (per il furto) durante le battaglie”, e ciò per timore che il ladro, furioso, raggiunga il campo nemico.

Esiste un’altra possibilità: l’opinione di ‘Umar potrebbe essere che il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), dicendo “Chiunque cambi la sua religione, uccidetelo”, lo avesse detto in qualità di dirigente della Comunità e di capo di Stato. Ciò significherebbe che questa decisione fa parte dei decreti del potere esecutivo, e che quest’atto facesse parte della politica legale. Non si tratterebbe, dunque, di un’opinione giuridica (fatwâ) o di un insegnamento emanante da Allah (subhânaHu waTa’ala), a cui la Ummah deve sottomettersi in ogni tempo, ogni luogo e ogni situazione. Così, l’esecuzione dell’apostata e di tutti coloro che cambino la loro religione spetterebbe di diritto al dirigente. Farebbe dunque parte delle sue competenze e delle attribuzioni del suo potere. Nel caso in cui egli pronunci la pena di morte, essa dovrà essere eseguita. Altrimenti, non lo sarà.

Tale possibilità è confortata da ciò che hanno detto gli Hanafiti e i Malikiti riguardo l’hadîth: “Chiunque abbia ucciso una persona, le sue spoglie gli appartengono”, e ciò che hanno detto gli Hanafiti riguardo l’hadîth: “Chiunque ridoni vita ad una terra morta, allora essa diviene di sua proprietà” (cfr. il nostro libro: “Al-Khasâ’is Al-’Âmmah fi-l-Islâm – Caratteristiche generali dell’Islâm”, pag. 217).

Tale è anche l’opinione di Ibrâhîm an-Nakh’î e di ath-Thawrî, che disse: “È l’opinione che noi adottiamo”[9]. Disse pure: “(La pena di morte) deve essere rinviata finché vi sia una speranza di pentimento”[10]

La mia opinione è la seguente. I Sapienti hanno distinto in materia di innovazione (bid’ah), le innovazioni aggravate e le innovazioni semplici. Hanno anche distinto tra gli innovatori coloro che invitano attivamente alla loro innovazione, da coloro che non vi invitano. Allo stesso modo, occorre fare la differenza a livello dell’apostasia, tra l’apostasia aggravata e l’apostasia semplice, così come bisogna fare la differenza tra gli apostati che invitano all’apostasia e coloro che non vi invitano.

Così, quando l’apostasia è aggravata – come l’apostasia di Salmân Rushdî -, e l’apostata invita alla sua eresia con la lingua o la penna, allora conviene in tal caso castigarlo in maniera decisa, dunque adottando l’opinione della grande maggioranza dei sapienti della Comunità, considerando letteralmente gli ahadîth, al fine di sradicare il male e chiudere la porta dinanzi alla zizzania (fitna). Altrimenti, negli altri casi, è possibile adottare l’opinione di An-Nakh’î e Ath-Thawrî, che è fondata su ciò che è riportato riguardo ad Al-Fârûq, ‘Umar (Ibn al-Khattâb, radiAllahu ‘anhu).

L’apostata che invita all’apostasia non è un semplice miscredente, che non crede nell’Islâm. Conduce di fatto una guerra contro l’Islâm e contro la Ummah. Va dunque considerato allo stesso titolo di coloro che fanno la guerra ad Allah (subhânaHu wata’ala) e al Suo Messaggero (sallAllahu ‘alayhi waSallam), propagando la corruzione (fitna) sulla terra.
La guerra – così come dice Ibn Taymiyyah – è di due tipi: la guerra con la mano e la guerra con la lingua. In materia di religione, la guerra verbale può portare ancora più pregiudizio della guerra con la mano. È per questa ragione che il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) giustiziava coloro che gli facevano la guerra verbalmente, mentre graziava della gente che aveva preso le armi contro di lui. Allo stesso modo, la corruzione (fitna) può essere propagata con la mano così come con la lingua. In materia di religione, la corruzione mediante la lingua è ben più nefasta della corruzione materiale. È così evidente che condurre la guerra contro Allah (subhânaHu waTa’ala) e contro il Suo Messaggero (sallAllahu ‘alayhi waSallam) mediante la lingua è ben più terribile, e che la propagazione del disordine sulla terra mediante la lingua è più pericoloso[11].

Ora, come dicono i saggi, la penna è una delle due lingue. Può addirittura essere ancora più terribile della lingua, e portare maggiore pregiudizio, soprattutto alla nostra epoca, in cui è possibile assicurare una vasta diffusione degli scritti.

Inoltre, l’apostata che persiste nella sua apostasia è condannato alla morte morale da parte della Ummah. Così, non gode più della sua lealtà (dovuta ad un Musulmano), né del suo amore, né del suo aiuto. Allah l’Altissimo dice infatti:

…E chi li sceglie come alleati è uno di loro… (Corano V. Al-Mâ’idah, 51)

Per gente dotata di ragione e che abbia una coscienza, tale morte morale è in realtà ben più grave che l’esecuzione fisica.

Perché la sanzione dell’apostasia è così severa?

Questa severità nella lotta contro l’apostasia è dovuta al fatto che la società musulmana è fondata in primissimo luogo sulla fede e la dottrina. La fede costituisce in effetti il fondamento della sua identità, la regola che regge il suo modo di vita e l’essenza stessa della sua esistenza.

Per questa ragione, non potrebbe essere permesso a chiunque di attaccare queste fondamenta o di intaccare questa identità. A partire da ciò, l’postasia dichiarata costituisce il più grave crimine agli occhi dell’Islâm. Essa è in effetti un grave pericolo contro la prima delle cinque necessità (vitali) che l’Islâm intende preservare, attraverso tutte le sue sponde legislative ed etiche. Queste cinque necessità sono: la religione, la vita, la filiazione, la ragione e la proprietà. La religione è la prima di queste necessità, poiché il Credente può sacrificare la propria vita, il suo paese e i suoi beni allo scopo di preservare la sua religione.

L’Islâm non obbliga nessuno ad abbracciarlo, né ad uscire da una religione per convertirsi ad un’altra religione. Poiché la fede presa in conto è quella che deriva da una scelta deliberata e da una convinzione. Allah – che Egli sia Esaltato! – dice nel Corano meccano[12] :

…Sta a te costringerli ad essere credenti? (Corano X. Yûnus, 99)

Dice anche, nel Corano medinese[13]:

Non c’è costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall’errore… (Corano II. Al-Baqara, 256)

Tuttavia, l’Islâm non accetta che la religione sia un gioco in cui ciascuno vi potrebbe entrare oggi come desidera, uscendone domani come gli garba, così come fecero alcuni Ebrei:

Una parte della gente della Scrittura dice così: “All’inizio del giorno credete in quello che è stato fatto scendere su coloro che credono, e alla fine del giorno rinnegatelo. Forse si ricrederanno” (Corano III. Âl-’Imrân, 72)

L’Islâm non condanna alla pena capitale l’apostata che non professi la sua apostasia o che non vi inviti gli altri. Considera che il suo castigo debba essere lasciato ad Allah nel Giorno del Giudizio, nel caso in cui egli muoia miscredente. L’Altissimo dice infatti:

…E chi di voi rinnegherà la fede e morirà nella miscredenza, ecco chi avrà fallito in questa vita e nell’Altra. Ecco i compagni del Fuoco: vi rimarranno in perpetuo (Corano II. Al-Baqara, 217)

Al peggio, l’Islâm punirà un tale apostata con una pena discrezionale adatta.

L’Islâm sanziona unicamente l’apostata che professi le sue opinioni, in particolare colui che si attivi ad invitare all’apostasia. L’Islâm intende così proteggere l’identità della società e preservare le sue fondamenta e la sua unità. Non esiste nessuna società al mondo che non possieda delle fondamenta che sia proibito attaccare, come per esempio: l’identità, la filiazione, l’alleanza. Così, è inaccettabile per un membro di una data società modificare l’identità di quest’ultima, o trasferire la sua fedeltà ai nemici della società in questione.

Questa è la ragione per cui il tradimento della patria e l’alleanza coi nemici di quest’ultima, testimoniando loro dell’amicizia e confidando loro dei segreti, sono considerati come un crimine di grande rilevanza. Tuttavia, nessuno ha mai pensato che occorra accordare al cittadino il diritto di cambiare la propria alleanza nazionale a chi vuole e quando vuole.

L’apostasia non è soltanto una presa di posizione intellettuale, perché il dibattito si possa riassumere nel principio della libertà di coscienza. Più di questo, si tratta di un cambiamento di alleanza, di una trasformazione di identità, di una mutazione di affiliazione. L’apostata trasferisce cioè la sua alleanza e il proprio attaccamento da una Comunità verso un’altra comunità, da una patria verso un’altra patria, altrimenti detto dalla Terra dell’Islâm (Dâr al-Islâm) verso un’altra terra. Si distacca dalla Ummah musulmana, di cui faceva parte integrante, e si attacca con la ragione, il cuore e la volontà agli avversari di questa Comunità. È ciò che esprime l’hadîth profetico, secondo la versione consensuale di Ibn Mas’ûd (radiAllahu ‘anhu): “l’apostata che abbandoni la Ummah”. L’espressione “che abbandoni la Ummah” è qui una caratterizzazione generale, non restrittiva: ogni apostata abbandona de facto la Comunità.

Tuttavia, quale che sia la gravità del suo crimine, noi non apriremo il suo petto per vedere che cosa vi sia celato; non invaderemo nemmeno la sua casa a sua insaputa. Noi non lo giudicheremo se non su ciò che egli dichiari apertamente con la sua stessa lingua, con la sua penna o con le sue stesse azioni. È a partire da tutto ciò che noi stabiliremo se egli sia incorso nella miscredenza dichiarata ed esplicita, che non ammette alcuna interpretazione né è fonte di alcun dubbio. Ogni dubbio sarà in compenso considerato a beneficio e a favore dell’accusato di apostasia.

Il lassismo nella sanzione dell’apostata dichiarato, che si attivi alla propagazione dell’apostasia, mette in pericolo la società nel suo insieme, e apre la porta ad una zizzania (fitna) di cui solo Allah (che Egli sia Esaltato) conosce le conseguenze. Un tale apostata potrebbe allora imbrogliare la gente, in particolare le persone più deboli e disgraziate; potrebbe allora formarsi un’organizzazione ostile alla Ummah, che si permetterebbe di ricorrere all’aiuto dei nemici di quest’ultima per combatterla. Così, la Comunità incorrerebbe in una lotta e in una lacerazione intellettuale, sociale e politica che potrebbe sfociare in una lotta sanguinaria, addirittura in una guerra civile che distruggerebbe ogni cosa al suo passaggio.

D’altronde è esattamente ciò che è accaduto in Afghanistan[14]. Un gruppo ristretto rinunciò alla sua religione e abbracciò la dottrina comunista, dopo che tutti i membri di tale gruppo avevano frequentato i loro studi in Russia, ed erano stati inquadrati nel Partito Comunista. E senza che nessuno se lo aspettasse, si gettarono all’improvviso sul potere e diedero il via ad una trasformazione della società nel suo insieme, grazie ai mezzi e all’autorità di cui disponevano. Il popolo afghano rifiutò tuttavia di sottomettersi: resistette, e ancora resistette. E tale resistenza si estese fino a sfociare nell’eroico Jihâd afghano contro gli apostati comunisti, che non ebbero alcuno scrupolo ad allearsi coi Russi, contro il loro popolo e i loro vicini. Cannoneggiarono la loro patria coi carrarmati, la bombardarono con gli aerei e la distrussero con bombe e missili. Tale fu la guerra civile, che durò dieci anni e le cui vittime si contarono in milioni di morti, di feriti, di orfani, di vedove e di madri che avevano perduto i loro figli, senza parlare della distruzione che devastò il paese e decimò la terra e il bestiame.

Tutto ciò non poté accadere se non a causa della negligenza di questi apostati, del lassismo nel considerare il loro caso e del silenzio iniziale ostentato dinanzi al loro crimine. Se questi traditori eretici fossero stati puniti prima che prendessero il potere, si sarebbero risparmiati al popolo e al paese i mali causati da questa terribile guerra, e le devastazioni da essa causate sulla terra e sugli uomini.

Restrizioni metodologiche da prendere in considerazione

Vi sono dei punti importanti, ai quali bisogna tuttavia fare attenzione, e che vorrei menzionare.

Prima di tutto, accusare un Musulmano d’apostasia è una cosa molto grave, che implica che egli sia privato di ogni fedeltà, e di ogni legame alla famiglia e alla società. Ciò implica anche che egli sia separato dalla sua sposa e dai suoi figli. In effetti, è illecito per una Musulmana essere sotto la protezione maritale di un miscredente[15]. Inoltre, l’apostata non può più essere il tutore dei suoi figli, senza parlare della pena corporale (che deve essergli inflitta), riguardo la quale i giuristi sono globalmente unanimi.

Per tali ragioni, occorre essere estremamente prudenti prima di gettare l’anatema su un Musulmano il cui Islâm sia accertato. In effetti, la sua appartenenza all’Islâm è riconosciuta vera in modo certo, e la certezza non potrebbe essere soppressa dal (semplice) dubbio. Tra le cose più gravi che vi siano, vi è l’accusa di miscredenza rivolta ad un non-miscredente. La Sunnah profetica si è premurata di prevenire tutto ciò per molto tempo e con insistenza. Nel passato, redassi una lettera (Dhâhirah Al-Ghuluww fi-t-Takfîr – Il fenomeno dell’esagerazione nell’accusa di miscredenza), al fine di porre una resistenza contro questa grande onda che si è diffusa in una certa epoca. Allora si apriva facilmente la porta al Takfîr (accusa di miscredenza, scomunica). E, purtroppo, esistono ancora delle persone convinte assertrici di tali idee.

In secondo luogo, coloro che sono adatti a pronunciare un’accusa di apostasia nei confronti di un individuo musulmano sono i sapienti profondamente versati nella scienza religiosa e gli specialisti di tale questione, che sappiano distinguere ciò che è perentorio da ciò che è congetturale, ciò che è esplicito da ciò che è ambiguo, ciò che ammette l’interpretazione da ciò che non l’ammette. Così, tali specialisti non pronunciano il Takfîr se non quando non vi sia manifestamente più alcun’altra soluzione. Così, il Takfîr può essere pronunciato in alcuni casi come: negare della religione ciò che è noto per necessità (inkâr al-ma’lûm mina-d-dîn bid-darûrah), schernire ciò che è certo in materia di fede o di Legislazione islamica, insultare pubblicamente Allah l’Altissimo, il Suo Messaggero (sallAllahu ‘alayhi waSallam), o il Suo Libro, ecc.

Possiamo per esempio citare l’accusa di apostasia lanciata dai sapienti contro Salmân Rushdî, e contro Rashâd Khalîfah, che cominciò col rinnegare la Sunnah, poi rinnegò i due ultimi versetti della Sûrah IX[16], e completò la sua miscredenza pretendendosi Messaggero di Allah, argomentando che Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) sarebbe stato il Sigillo dei Profeti, ma non il Sigillo dei Messaggeri! La decisione (di dichiararlo apostata) fu allora presa dal Consiglio di Giurisprudenza della Lega del Mondo Musulmano.
Non bisogna lasciare questo genere di problemi nelle mani di persone frettolose nelle loro conclusioni o a degli estremisti o a degli individui che possiedano un misero bagaglio in scienze religiose. Tutti costoro direbbero allora riguardo ad Allah (subhânaHu waTa’ala) delle cose che non conoscono.

In terzo luogo, colui che esegue la pena è il dirigente legale, dopo la formulazione di un verdetto da parte della giustizia islamica specializzata, che non si riferisce che alla Legge di Allah – che Egli sia Esaltato – e che non si rimette che ai versetti del Libro di Allah o agli ahadîth chiaramente espliciti della Sunnah del Suo Messaggero (sallAllahu ‘alayhi waSallam). Ed è ad essi (versetti e ahadîth) che queste persone si rimettono se vi sia divergenza:

…Se siete discordi in qualcosa, fate riferimento ad Allah e al Messaggero, se credete in Allah e nell’Ultimo Giorno. È la cosa migliore e l’interpretazione più sicura (Corano IV. An-Nisâ’, 59)

Per principio, il giudice musulmano deve far parte di coloro che sono in grado di fornire uno sforzo intellettuale (sulle fonti) (ijtihâd) nella deduzione del giudizio legale. Se non possiede tale qualità, allora deve consultare coloro che la possiedono, affinché la verità gli sia evidente e non giudichi ignorando la questione o per passione. Poiché, in questo caso, farebbe parte dei giudici destinati all’Inferno.

In quarto luogo, la grande maggioranza dei giuristi sono dell’opinione che sia obbligatorio chiedere all’apostata di pentirsi, prima di eseguire la pena. Shaykh al-Islâm Ibn Taymiyyah disse pure, nella sua opera As-Sârim Al-Maslûl ‘alâ Shâtim Ar-Rasû (La Spada sguainata contro coloro che insultano il Messaggero)l: “I Sahâbah (che Allah sia soddisfatto di loro) sono unanimi (a tale riguardo)”. Alcuni giuristi hanno stimato la durata del tempo concesso per potersi pentire a tre giorni, altri hanno stabilito il limite di un mese, altri hanno stimato un tempo ancora più lungo. Alcuni ritengono che il pentimento dell’apostata debba essere richiesto all’infinito, senza limiti temporali.

Certi giuristi hanno escluso l’ipocrita da questa durata concessa all’apostata per potersi (eventualmente) pentire, nel senso che l’ipocrita lascia apparire qualcosa di diverso da ciò che si trova nel suo foro interiore. Così, (per costui) non vi è pentimento. Questi stessi giuristi ritengono che allo stesso modo vada trattato colui che insulti il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), a causa della sacralità dell’onore del Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam). Un tale apostata vedrebbe dunque il suo pentimento rifiutato. Ibn Taymiyyah scrisse il suo libro (citato sopra) proprio su questo argomento.

Questa dilazione è concessa all’apostata allo scopo di dargli l’occasione di riesaminare egli stesso le sue idee. Così, potrebbe egli stesso levare l’equivoco che pesava contro di lui, oppure certificare che non vi è alcun dubbio sulla sua apostasia. Sia che ricerchi lealmente la verità, sia che segua le proprie passioni, o ancora che sia al servizio di terzi, Allah (subhânaHu waTa’ala) gli farà raggiungere ciò che cerca.

Alcuni contemporanei pensano che l’accettazione del pentimento competa ad Allah e non all’uomo. Ma ciò concerne il Giudizio nell’Aldilà. Per ciò che riguarda i giudizi nel mondo di quaggiù, noi accettiamo il pentimento, anche se sia solo apparente, e accettiamo la conversione all’Islâm, anche se essa sia solo apparente. Non possiamo penetrare nell’anima delle creature. Abbiamo ricevuto l’ordine di non giudicare se non secondo ciò che è apparente ed esplicito. Allah Solo è Garante di ciò che si trova nelle anime. Secondo l’hadîth autentico, coloro che dichiarino “Lâ ilâha illâ Allâh” vedranno risparmiate le loro vite e i loro beni; il loro conto sarà poi regolato da Allah (subhânaHu waTa’ala), ossia il loro grado di fede non è giudicato che da Allah.

In conclusione, possiamo dire che concedere a chiunque di accusare un individuo di apostasia, di giudicare di conseguenza che egli meriti il castigo, di decidere che tale castigo non può che essere la pena di morte, ed eseguire tale verdetto senza pietà, costituirebbe un grave pericolo per la vita della gente, per i loro beni e per il loro onore.
In effetti, ciò significherebbe che un individuo qualunque – che non possieda né la scienza dei giuristi, né la saggezza dei giudici, né la responsabilità del potere esecutivo – potrebbe accaparrare nelle sue mani i tre poteri: pronunciare un’opinione giuridica, giudicare ed eseguire la pena. Così, sarebbe allo stesso tempo l’accusatore, il giudice e la polizia!

Ricusazione delle obiezioni sollevate da alcuni contemporanei

Alcuni scrittori contemporanei, che non possiedono la scienza legislativa, si sono opposti alla sanzione dell’apostasia, argomentando che una tale sanzione non è stata menzionata nel Corano, e che non è stata riportata se non per mezzo di un hadîth non-ricorrente (hadîth âhâd), nonostante gli ahadîth non-ricorrenti non siano presi in considerazione a livello delle pene corporali. È per questa ragione che questi contemporanei rinnegano la sanzione dell’apostasia.

Questi argomenti sono refutati a diversi livelli:

1. La Sunnah autentica è la fonte delle direttive pratiche, e ciò secondo il consenso unanime dei Musulmani. Allah (subhânaHu waTa’ala) dice in effetti:

Di’: “Obbedite ad Allah e obbedite all’Inviato”… (Corano XXIV. An-Nûr, 54)

Chi obbedisce al Messaggero obbedisce ad Allah… (Corano IV. An-Nisâ’, 80)

Gli ahadîth che ordinano di giustiziare l’apostata sono stati autentificati e sono stati messi in pratica dai Sahâbah, durante il governo dei Califfi Benguidati (che Allah si compiaccia di loro)[17]

Sostenere che gli ahadîth non-ricorrenti non possano essere presi in considerazione a livello delle pene corporali è inesatto. Tutte le scuole di giurisprudenza hanno preso in considerazione gli ahadîth non-ricorrenti per determinare la sanzione del bevitore di alcolici, quando ciò che è stato riportato riguardo la sanzione dell’apostasia è ben più autentico di ciò che è stato riferito riguardo alla sanzione relativa alla consumazione di alcol.

Se coloro che pretendono questo – ossia che gli ahadîth non-ricorrenti non debbano essere presi in considerazione a livello degli affari giuridici – dicessero il vero, ciò significherebbe l’annullamento della Sunnah come fonte del diritto islamico, o almeno l’annullamento del 95% se non del 99% di ciò che essa contiene. Non vi sarebbe più motivo di dichiarare che noi seguiamo il Corano e la Sunnah!

È ben noto ai sapienti che gli ahadîth non-ricorrenti costituiscono la maggior parte degli ahadîth riferentisi a questioni giuridiche. L’hadîth ricorrente (hadîth mutawâtir), per opposizione all’hadîth non-ricorrente, è rarissimo. La sua rarità è tale per cui alcuni Imâm degli ahadîth hanno affermato che esso quasi non esiste nemmeno, così come è stato menzionato dall’Imâm Ibn As-Salâh, nella sua celebre Introduzione alla scienza degli Ahadîth.

In realtà, molti di coloro che sollevano tale questione non afferrano precisamente ciò che si intende per “hadîth non-ricorrente”. Essi credono che un hadîth non-ricorrente sia un hadîth narrato da una sola persona, ma questo è un errore. “Hadîth non-ricorrente” è quell’hadîth che non ha raggiunto il grado della “ricorrenza”; può essere stato narrato da due, tre, quattro Compagni (radiAllahu ‘anhum), anche di più, poi è riportato da un numero molteplice di narratori tra i Successori[18].

L’hadîth riguardante l’esecuzione dell’apostata è stato narrato da un gran numero di Compagni; abbiamo menzionato solo alcuni di essi. Figura tra gli ahadîth più diffusi e più celebri.

2. Una delle fonti del diritto islamico in vigore nella Ummah è il consenso (Ijmâ’). Ora, i giuristi della Ummah, appartenenti a tutte le scuole, che siano sunniti o no, così come i giuristi indipendenti non facenti parte di una scuola precisa, sono consensualmente d’accordo nel dire che l’apostata merita una sanzione. Vi è consenso quasi unanime nel ritenere che tale sanzione debba essere la pena di morte, eccezion fatta per ciò che è stato riportato riguardo a ‘Umar, an-Nakh’î e ath-Thawrî. Resta tuttavia il fatto che l’incriminazione dell’apostasia è consensualmente riconosciuta.

3. Alcuni sapienti dei secoli passati hanno detto che il versetto della guerra menzionato nella Sûrah della Tavola Imbandita riguarda gli apostati:

La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso (Corano V. Al-Mâ’ida, 33)

Tra coloro che hanno detto che questo versetto concerne gli apostati, possiamo citare Abû Qilâbah[19].

Abbiamo precedentemente riportato i propositi di Ibn Taymiyyah secondo cui la guerra contro Allah e il Suo Messaggero (sallAllahu ‘alayhi waSallam) con la lingua è ben più terribile della guerra con la mano. Lo stesso vale per ciò che riguarda la propagazione della corruzione (fitna) sulla terra. Tra i fatti che sostengono questa ipotesi formulata sul versetto della guerra, si verifica che gli ahadîth che legittimano in tre situazioni la pena di morte pronunciata contro un Musulmano, esistono nella forma seguente, per esempio l’hadîth riportato da ‘Aisha (radiAllahu ‘anha): “(…) e un uomo che parta per combattere Allah e il Suo Messaggero. Egli dev’essere ucciso o esiliato”. Troviamo così questa espressione al posto di “…che abbia apostatato dopo la sua Sottomissione (Islâm)” “…l’apostata che abbandoni la Ummah”. Ciò indica che il versetto precedente si applica ugualmente agli apostati che invitano alla loro apostasia.

D’altra parte, Allah – che Egli sia Esaltato! – dice nel Sublime Corano:

O voi che credete, se qualcuno di voi rinnegherà la sua religione, Allah susciterà una comunità che Lui amerà e che Lo amerà, umile con i credenti e fiera con i miscredenti, che lotterà per la causa di Allah e che non teme il biasimo di nessuno… (Corano V. Al-Mâ’ida, 54)

Questo versetto indica che Allah (subhânaHu waTa’ala) ha preparato per gli apostati delle persone, tra i Credenti, che resisteranno loro; della gente che lotterà per la Causa di Allah, e che l’Altissimo ha descritto nel versetto. Possiamo citare l’esempio di Abu Bakr e dei Credenti che, con lui, salvarono l’Islâm dalla sedizione apostata (che Allah sia soddisfatto di loro!).

Allo stesso modo, un certo numero di versetti riguardanti gli ipocriti dimostrano che questi ultimi preservarono le loro vite sfoggiando una fede menzognera, e prestando falsi giuramenti al fine di ottenere l’approvazione dei Credenti.
L’Altissimo dice:

…facendosi scudo dei loro giuramenti… (Corano LVIII. Al-Mujâdala, 16)

Giurano per compiacervi… (Corano IX. At-Tawba, 96)

Giurano (in nome di Allah) che non hanno detto quello che in realtà hanno detto, un’espressione di miscredenza; hanno negato dopo (aver accettato) l’Islâm… (Corano IX. At-Tawba, 74)

Tutti questi versetti sostengono che gli ipocriti negavano la loro apostasia, e sostenevano il loro dire con giuramenti, assicurando che non avevano affatto pronunciato parole di miscredenza. Ciò prova che se la loro apostasia fosse stata accertata, i loro scudi sarebbero stati ben futili e i loro giuramenti perversi non sarebbero stati loro di alcun soccorso.

La peggiore delle apostasie: l’apostasia del capo di Stato

L’apostasia più pericolosa è quella del capo di Stato, quella del dirigente, che è incaricato di essere il custode della fede della Ummah, che ha il dovere di lottare contro l’apostasia, di perseguire gli apostati ed eliminarli dalla società musulmana. Se, dunque, è proprio lui che si mette a dirigere l’apostasia, segretamente o apertamente, seminando la corruzione in maniera dichiarata o dissimulata, proteggendo gli apostati, spalancando dinanzi a loro le porte e le vie d’uscita, distinguendoli con medaglie e titoli, la cosa diviene allora simile a come la descrisse il poeta arabo:

WaRâ’ish-shâti yahmidh-dhi’ba ‘anhâ
Fakayfa idhar-ru’âfu lahâ dhi’âbu

Traduzione:

Il pastore difende la pecora dal lupo
Che cosa avverrebbe se i pastori divenissero essi stessi lupi?

Questo tipo di dirigente esiste, e noi lo vediamo prendere come amici i nemici di Allah, disprezzando la fede, disdegnando la Shari’ah, non osservando né i comandamenti né le interdizioni divini e profetici, umiliando tutti gli elementi sacri e tutti i simboli della Comunità: i pii Compagni, la pura famiglia del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam), i migliori Califfi, gli eminenti Sapienti, gli eroi dell’Islâm. Questi dirigenti ritengono che attaccarsi agli obblighi islamici sia un crimine e un simbolo di estremismo. Così, sotto la loro tirannia, agli uomini viene vietato di pregare alla moschea e alle donne è fatto divieto di portare il velo (hijâb). Ma non si limitano unicamente a ciò: si attivano ad applicare il principio dell’ “inaridimento delle fonti”, principio di cui si sono fatti sostenitori a livello dell’insegnamento, dei media e della cultura. Agiscono così allo scopo di tagliare le gambe a qualsiasi sviluppo di una mentalità e di condizioni di spirito islamiche. Peggio ancora, si spingono fino a perseguitare i veri attivisti musulmani (du’ât), bloccando così la strada ad ogni appello e ad ogni movimento sincero, che cercano di far rifiorire la religione e di ricostruire le basi della vita materiale.

La cosa più strana è che tali individui – malgrado la loro apostasia dichiarata – vegliano ad essere comunque considerati come sostenitori dell’Islâm, e ciò al fine di approfittarne per, precisamente, distruggere questo Islâm. Desiderano che la Ummah interagisca con loro in quanto Musulmani, mentre essi cercano di minare dall’interno le fondamenta di questa Comunità. Alcuni di essi si sforzano di sfoggiare una religiosità apparente, incoraggiando una bigotteria artificiale, e circondandosi di coloro che bruciano l’incenso in loro onore, quegli stessi che alcuni chiamano ormai “I sapienti del sistema, i fautori della tirannia” (‘ulamâ’ as-sultah, ‘umalâ’ ash-shurtah).

È allora che la situazione diviene delicata. Chi dunque punirà questi dirigenti? Ma prima ancora di parlare di punizione, chi dunque lancerà nei loro confronti un’accusa di apostasia, dato che si tratta di apostasia conclamata (kufr bawâh), così come la caratterizza l’hadîth profetico?[20]
Chi dunque li giudicherà per la loro apostasia, quando gli apparati legislativo e giudiziario dello Stato sono nelle loro mani?

Non resta allora più nient’altro che “l’opinione pubblica” musulmana, e la coscienza collettiva islamica guidata dai sapienti, dagli attivisti e dagli intellettuali indipendenti. Questa coscienza – se le verranno negati tutti gli sbocchi possibili – potrà d’altronde trasformarsi, in ogni momento, in vulcano esplosivo sulla faccia di questi tiranni apostati. Sarebbe bello, per essi, che la società musulmana rinunciasse alla sua personalità islamica, o abbandonasse la sua fede e il suo Messaggio, i quali costituiscono la sua ragion d’essere e il segreto della sua esistenza!!

La colonizzazione occidentale francese se ne è resa conto a sue spese in Algeria, così come la colonizzazione orientale russa nelle repubbliche islamiche d’Asia. Malgrado l’asprezza e la lunga durata dell’esperienza qui e là, essa non poté sradicare né l’identità né la personalità islamica di questi territori. La colonizzazione e la tirannia se ne sono andati, l’Islâm e i popoli musulmani sono rimasti.
Tuttavia, la guerra lanciata contro l’Islâm e i suoi partigiani da alcuni “nazionalisti” laici occidentalizzati, in alcune regioni del mondo musulmano – dopo l’indipendenza di questi paesi – fu di un’inimicizia ancora più virulenta e di un accanimento ancora più terribile della guerra imposta dai colonizzatori.

L’apostasia nascosta, o l’ipocrisia contemporanea.

Non dobbiamo dimenticare, a questo proposito, di lanciare un avvertimento contro una forma di apostasia che non semina le sue provocazioni apertamente, come fanno gli apostati dichiarati. Questo tipo di apostasia è ben più scaltro: non si dichiara apertamente, ma si dissimula sotto diverse maschere. Penetra così furtivamente nei cervelli, così come fa il microbo nel corpo umano. Non lo si vede quando attacca l’organismo, ma lo si riconosce dopo la comparsa della malattia e dei suoi sintomi. Non uccide con una pallottola sibilante; uccide con un veleno lento addolcito col miele e lo zucchero. Questo tipo di apostasia è svelato dai sapienti versati nella scienza, acuti nella religione. Tuttavia, essi non possono granché dinanzi a questi criminali di professione, che non si lasciano catturare, né permettono alla giustizia di occuparsi di loro. Essi sono gli “ipocriti” destinati al più basso livello dell’Inferno.

Si tratta dell’ “apostasia intellettuale”, che ci mostra quotidianamente i suoi misfatti, attraverso giornali pubblicati, libri stampati, riviste commercializzate, dibattiti diffusi, emissioni radiofoniche e televisive seguite, costumi e leggi adottati.

Questa apostasia coperta è, a quanto mi sembra, più dannosa dell’apostasia dichiarata, poiché opera continuamente, e su grande scala. D’altronde, non è combattuta come l’apostasia conclamata, che crea tutto un tumulto, che attira gli sguardi ed eccita le folle.

L’ipocrisia è ben più dannosa della miscredenza esplicita. Così, l’ipocrisia di ‘Abdullah Ibn Ubayy e dei suoi accoliti tra gli ipocriti di Madinah era più dannosa per l’Islâm della miscredenza di Abû Jahl e dei suoi accoliti tra gli idolatri di Makkah. Per questa ragione il Corano denigra all’inizio della Sûrah della Giovenca “quelli che non credono” (Corano II. Al-Baqara, 6) – ossia coloro che hanno espressamente dichiarato la loro miscredenza – due volte soltanto, mentre menziona gli ipocriti in tredici versetti.

È questa apostasia che si sveglia con noi al mattino e che va a dormire con noi la notte, che si mostra a noi un colpo qua e uno là, non trovando nessuno che possa opporle resistenza. Così come disse shaykh al-Islâm An-Nadwî: “Un’apostasia, ma nessun Abu Bakr per affrontarla!”

Il dovere imperativo a questo livello è quello di combattere questo tipo di apostati con le loro stesse armi: il pensiero col pensiero, fino a far giocare loro tutte le carte, far cadere la loro maschera e rispondere a tutti gli equivoci da essi sollevati con argomenti irrefutabili.

È vero che possono disporre delle più grandi tribune sulla stampa e nei mass media audiovisivi. Tuttavia, la potenza della Verità è dalla nostra parte, il credito della fede riempie i cuori dei nostri popoli, il sostegno di Allah – che Egli sia Esaltato – è con noi. Tutto ciò è degno di distruggere i loro inganni sulle loro teste:

E invece no, scagliamo la verità sulla menzogna, che le schiacci la testa, ed ecco che essa scompare… (Corano XXI. Al-Anbiyâ’, 18)

…si perde la schiuma e resta sulla terra ciò che è utile agli uomini… (Corano XIII. Ar-Ra’d, 17)

E Allah è il Più Veridico!

shaykh Yûsuf Al-Qaradâwî

dai siti: Islamophile & Islamonline

NOTE:

[1] Titolo di un’epistola dell’erudito Abû Al-Hasan An-Nadwî
[2] Cfr. La spiegazione del quattordicesimo hadîth di Jâmi’ Al-’Ulûm wa-l-Hikam, con il controllo di Shu’ayb Al-Arnâ’ût, edizioni Ar-Risâlah
[3] Cfr. Nayl Al-Awtâr, 8/506, edizioni Dâr Al-Jîl
[4] Riportato da ‘Abd ar-Razzâq nella sua raccolta Al-Musannaf, 10/168, tradizione n° 18707.
[5] Al-Musannaf, tradizione n° 18710
[6] As-Sârim Al-Maslûl di Ibn Taymiyyah, pag. 368, edizioni As-Sa’âdah, con il controllo di Muhammad Muhyiddîn ‘Abd Al-Hamid
[7] Corano II. Al-Baqara, 156
[8] Riportato da ‘Abd Ar-Razzâq in Al-Musannaf (10/165-166, tradizione n° 18696), da Al-Bayhaqî nelle Sunan (8/207), da Sa’îd Ibn Mansûr (pag. 3, n° 2573) e da Ibn Hazm in Al-Muhallâ (11/221), edizioni Al-Imân
[9] Al-Musannaf, 10, tradizione n° 18697
[10] Citato da Ibn Taymiyyah in As-Sârim Al-Maslûl, pag. 321
[11] Cfr. As-Sârim Al-Maslûl di Ibn Taymiyyah, pag. 385
[12] “il Corano meccano” designa quella parte del Corano rivelata a Makkah, prima dell’Hijrah
[13] “il Corano medinese” designa quella parte del Corano rivelata a Madinah, dopo l’Hijrah.
[14] Lo shaykh si riferisce qui ai fatti relativi all’invasione sovietica negli anni ’80 (ndt)
[15] La giustizia egiziana ha conosciuto eccellenti precedenti giuridici, in cui si è giunti al verdetto di separare i due sposi poiché uno di essi si era convertito alla fede Baha’i. Un vecchio verdetto del magistrato ‘Alî ‘Alî Mansûr, pubblicato in una lettera speciale, e sostenuto dal Consiglio di Stato in una legge adottata l’11/06/1952, riporta: “I giudizi relativi agli apostati Baha’i devono essere interamente applicati, fin nei dettagli. E questo punto di vista non potrebbe essere modificato dal fatto che il Codice penale attuale non prescrive l’esecuzione dell’apostata. L’apostata (Baha’i) deve per lo meno sopportare l’annullamento del suo matrimonio, finché vi saranno nel paese delle istanze giudiziarie, detenenti direttamente o indirettamente il potere giudiziario”
[16] Sûrah IX. At-Tawba (Il Pentimento), versetti 128-129, che dicono:
Ora vi è giunto un Messaggero scelto tra voi; gli è gravosa la pena che soffrite, brama il vostro bene, è dolce e misericordioso verso i credenti.
Se poi volgono le spalle, di’: “Mi basta Allah. Non c’è altro dio all’infuori di Lui. A Lui mi affido. Egli è il Signore del Trono immenso”.
[17] I quattro Califfi Benguidati (Rashidûn) sono Abû Bakr, ‘Umar, ‘Uthmân e ‘Alî; sono qualificati come Rashidûn per la giustizia e l’integrità di cui diedero prova durante il loro governo.
[18] I Successori (At-Tâbi’un) sono la generazione successiva a quella dei Compagni
[19] Cfr. Jâmi’ Al-’Ulûm wa-l-Hikam dell’anbalita Ibn Rajab, pag. 320
[20] Cfr. As-Sârim Al-Maslûl di Ibn Taymiyyah, pag. 346-347.
Si tratta di un’allusione all’hadîth riferito da ‘Ubâdah Ibn as-Sâmit (radiAllahu ‘anhu), riportato nei sahihayn: “Prestammo giuramento (di alleanza) al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) che (…) non avremmo disputato l’autorità a chi la detenesse. Il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) precisò: “Tranne nel caso in cui constatiate in essi un’apostasia conclamata, che siate in grado di provare”.”

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