A proposito di antisemitismo


بسم الله الرحمان الرحيم

Nel Nome di Allah, l’Onnimisericordioso, Colui che dona Misericordia

AS-SALĀMU ‘ALAYKUM WA-RAHMĀTU ’LLĀHI TA‘ĀLĀ WA-BARAKĀTUHU

LODE AD ALLAH SIGNORE DEI MONDI, CHE CI HA CREATO MUSULMANI E CI HA BENEFICATO COL DONO DELLA SANTA LOTTA LUNGO LA SUA DIRITTA VIA.

Se sbaglio è colpa mia, se dico bene il merito è di Allah (SWT).
Pertanto:

A PROPOSITO DI ANTISEMITISMO: CHI SONO DAVVERO I SEMITI?



Prima parte: lingue e popoli

Il vocabolo antisemitismo è entrato nell’uso comune e, come spesso accade alle parole diffuse presso il popolo (si prenda ad esempio il termine democrazia, che nella Grecia del V e IV secolo avanti Cristo indicava semplicemente una forma di governo non monarchica, né tirannica, contrapposta all’aristocrazia ed all’oligarchia, dunque il potere dei ceti sociali estranei alla vecchia nobiltà agraria), il suo significato è stato travisato, sia volutamente, ovverosia con fine disonesto, sia incoscientemente, ovverosia per ignoranza. La conseguenza è stata che oggi l’assoluta maggioranza degli abitanti dei paesi occidentali, e forse non solo di questi ultimi, crede che antisemitismo voglia dire ‘avversione per gli ebrei’ e non ‘avversione per i semiti’: il vocabolo fu infatti adoperato con tale significato per la prima volta dal nazionalista tedesco Wilhelm Marr nell’Ottocento.
Per definire il concetto di semita mi pare opportuno seguire un criterio storico e, soprattutto, linguistico. A metà del XIX secolo circa ebbero inizio, con i glottologi Benfey, Newman, e poi Renan, Lepsius, Reinisch ed altri, gli studî comparativi sulla famiglia linguistica cosiddetta camito-semitica: l’insieme delle lingue parlate dai discendenti di Cam e Sem, i biblici figli di Noè. Tale famiglia oggi è piú spesso denominata afro-asiatica, sul modello di indo-europea: se quest’ultimo termine indica gli idiomi che, a partire da una patria comune ignota, furono diffusi nello spazio compreso fra Europa ed India (lingue celtiche, germaniche, slave, italiche, indo-iraniche eccetera), con la parola afro-asiatica si designa approssimativamente l’odierna estensione del phylum linguistico nei due continenti indicati dalla parola stessa.

Per camitico s’intende un insieme disomogeneo di linguaggi, risalenti, cosí come i semitici, ad un’unica lingua madre, ma tanto differenti tra loro da essere accomunati dal solo fatto di non essere semitici: sono i gruppi berberi, ciadici, omotici e cuscitici, ancora tutti vivi in Africa, ai quali si aggiunge un quinto gruppo oggi estinto, che piú si avvicina al semitico ed è costituito dall’egiziano antico e dalla sua continuazione storica, il copto.

Le lingue semitiche si dividono innanzitutto in due sezioni, corrispondenti a due aree geografiche, quella nord-orientale e quella sud-occidentale.

Nell’antica area nord-orientale, che coincideva pressappoco con la Mesopotamia, esisteva una lingua chiamata accadico, l’unica della sezione: gli accadi rimasero uniti fino al 1950 a.C. circa, poi si divisero in due rami, gli assiri e i babilonesi, che mantennero però la stessa lingua. L’accadico morí verso la metà del I millennio a.C.: il re Nabucodonosor (Nebukadnezar) conquistatore di Gerusalemme nel 587, appartenente alla dinastia caldea, già parlava una varietà d’aramaico; potrebbe però essere durato piú a lungo in una propaggine occidentale, la Sardegna, se d’origine accadica era la civiltà nuragica, come consente di supporre, fra l’altro, la presenza di una ziggurat – caso unico in Europa – in codesta isola: la stessa parola nuraghe (nurac nelle iscrizioni) può essere spiegata con lo stato costrutto accadico nūr’āk ‘luce del tempio, splendore del santuario’ (= arabo nūr al-macbad).

L’area sud-occidentale abbraccia tutte le altre lingue semitiche, vive o morte. Senza considerare alcuni dei piú antichi idiomi quali l’eblaita, l’ugaritico, il protosinaitico, scarsamente attestati e difficilmente classificabili, diremo che nella fase piú arcaica la sezione sud-occidentale era rappresentata da una sola lingua, l’amorreo, geograficamente dunque contrapposto all’accadico. L’amorreo, che prende nome dal vocabolo accadico amurru ‘occidente’, secondo le nostre conoscenze non fu mai messo per iscritto, né all’epoca del seminomadismo, né all’epoca della sedentarizzazione, quando fu adoperato l’accadico di Babilonia come lingua letteraria: fu parlato piú o meno fra il 2500 ed il 1500 a.C.
Dall’originario amorreo nacquero diverse lingue, che si possono suddividere in tre tronconi: cananeo, arameo ed arabico.

Il cananeo (o cananaico) si formò intorno alla metà del II millennio a.C. in Libano e Palestina: in queste regioni i nuovi abitanti, che fondarono varie città-stato, dimostrarono grande abilità nel commercio marittimo, e, per la grande capacità nel trattare la porpora, dai greci furono detti fenici. Crearono colonie in tutto il bacino del Mediterraneo e stabilirono insediamenti importanti in varie isole, fra cui la Sicilia.
Nel XIII secolo giunse poi in Palestina un insieme di genti composito, proveniente dall’Egitto: era costituito da diversi popoli e tribú, disomogenei linguisticamente, e acquisí la lingua cananea preesistente soltanto intorno al 1000, quando si diede unità politica sotto il re Saul. Tale unità continuò nel secolo X fino agli anni Venti, allorché, dopo i governi di Davide e Salomone, lo stato fu diviso in due regni, Israele a settentrione e Giuda a mezzogiorno, i quali furono conquistati rispettivamente da assiri (nel 722) e babilonesi (nel 587). Gli uomini di Davide e Salomone ed i loro discendenti presero il nome di ebrei. Un terzo popolo si stanziò in un’area piú interna e vicina al deserto arabico: costoro furono chiamati moabiti.
La lingua cananea era unitaria, e presentò sempre scarsissime differenze dialettali; si estinse nel V secolo lí dov’era nata, ma continuò ad essere usata per lungo tempo nelle colonie occidentali: Agostino di Tagaste ricorda che alla fine del IV secolo d.C. nel retroterra di Cartagine il punico era ancora vivo. Questa lingua fu ben conosciuta dai romani, che contro i cartaginesi lottarono a lungo per il predominio nel Mediterraneo: il comico Plauto nel Poenulus (‘Il piccolo punico’) inserí varî versi in tale lingua.

L’arameo (o aramaico) è la piú diretta discendente dell’amorreo. Si formò alla fine del II millennio in Aram ‘Siria’, la quale Siria (< Assiria) deve a sua volta il nome agli assiri, che la occuparono poco prima della fine della loro civiltà: esso si diffuse presto in Mesopotamia, luogo in cui sostituí l’accadico, quindi in Palestina, dove rimpiazzò il cananeo. L’aramaico fu messo per iscritto già all’inizio del I millennio, e si distinse in numerose varietà: una di esse fu usata dai nabatei, dalla cui scrittura è derivato l’alfabeto arabo. Questa lingua trimillenaria, la cui storia si suddivide in tre periodi, sopravvive ancora oggi in piccole comunità cristiane (caldei, mandei ecc.) sparse nel vicino Oriente, ma appare ormai prossima all’estinzione.

Per arabico s’intende un insieme di tre gruppi distinti, che hanno in comune soltanto il rapporto con la Penisola Arabica: nordarabico, centroarabico e sudarabico (li scrivo senza trattino giacché tali definizioni non hanno valore geografico rigoroso, ma solo approssimativo).

Il nordarabico era usato da popolazioni bibliche quali gli edomiti e gli ammoniti, ed altre scoperte piú tardi e note con i nomi di tamudeni e dedaniti. Scomparve in un’epoca a noi ignota.

Il centroarabico (o arabo propriamente detto) fu parlato sia dai beduini della Penisola, sia dai sedentarî del Hijāz, ed è alla base della lingua letteraria nota come arabo classico, il cui primo documento, dopo quattro o cinque brevi iscrizioni del V secolo d.C., è il Corano. Già nel V secolo a.C. lo storico greco Erodoto (Storie, III, 8) citò il nome di una divinità femminile adorata dagli arabi, ’Αλιλάτ (da leggere al-Ilāt ‘la dea’): è la prima testimonianza dell’articolo arabo al, il quale distingue questa lingua semitica dalle altre. Tutte le parlate arabe moderne derivano dal centroarabico: la loro formazione e la loro distanza, piú o meno accentuata, dall’arabo classico possono dipendere, oltre che all’influsso di substrato e superstrato, anche da differenze dialettali già presenti nella Penisola arabica all’epoca della diffusione della religione islamica; soltanto il maltese, che deriva dall’arabo algerino, è usata da una comunità non islamica.

Il sudarabico era parlato in tempi antichi da popoli noti come sabei, minei, catabaniti e adramuteni. Oggi sopravvive, usato da pochissime migliaia di persone, nell’isola di Socotra e nelle regioni costiere di Hadramaut (Yemen) e Dhofar (Oman). In un’epoca imprecisata, dall’Arabia meridionale il sudarabico fu portato nella prospiciente terra africana, e si diffuse in Abissinia. Qui trovò una prima espressione scritta nella lingua letteraria chiamata geez, ed oggi sono sudarabiche le principali lingue di Etiopia ed Eritrea: amarico, tigrino, tigré (in tale regioni sono largamente diffuse anche lingue omotiche, cuscitiche e altre di famiglie diverse).

Ciò che s’è detto rappresenta, in estrema sintesi, una delle piú plausibili classificazioni di lingue e popoli semitici (per maggiori chiarimenti si vedano le opere dei semitisti G.Garbini e O.Durand con la relativa bibliografia). Come si vede, tale classificazione non corrisponde affatto ad una suddivisione antropologica, poiché quei gruppi di uomini che portarono le loro lingue in ambienti già abitati, si mescolarono con i locali, i quali assunsero, presto o tardi, l’idioma dei nuovi venuti: cosí, per esempio, molti abissini, che erano neri di pelle, presero il sudarabico da genti di pelle bianca, ed ugualmente si spiegano le differenze somatiche fra gli arabofoni di Maghreb, di Sham e Penisola Arabica. Analogo discorso vale evidentemente per le lingue indeuropee: i francofoni ed anglofoni del mondo non sono certo tutti diretti discendenti di francesi ed inglesi delle madrepatrie.
Si noti ancora un fatto importante: a parte le ridottissime comunità di aramaici e sudarabici, le uniche lingue semitiche oggi vive sono l’insieme arabo, da intendere come una pluralità di parlate (una trentina circa) che stanno quasi tutte in rapporto di diglossia con la lingua classica, e i diversi idiomi del Corno d’Africa. I corrispettivi parlanti, dunque, sono coloro che in primo luogo devono essere ritenuti semiti.
Per quel che concerne il cosiddetto ebraico, ovverosia la lingua dello stato occupante d’Israele, esso non è altro che la ripresa letteraria di una lingua morta da secoli (il cananeo) e adoperata, dal V secolo a.C. sino al Novecento, per la liturgia religiosa: se oggidí, per esempio, l’Unione Europea o un qualsiasi stato sovrano decidessero di adottare il latino come lingua ufficiale, quest’ultimo si troverebbe nella medesima condizione del cosiddetto ebraico: condizione in cui, fra l’altro, già si trovò durante tutto il Medioevo (la Città del Vaticano inoltre continua ad usarlo nei documenti scritti, redatti con difficoltà sempre maggiore anche perché a livello orale il latino è stato sostituito dall’italiano). In cananeo fu scritta la maggior parte dei libri dell’Antico Testamento: non tutti, ché quelli di Esdra e di Daniele, al pari della letteratura targumica e talmudica, sono in aramaico. A proposito degli ebrei, ai quali, col permesso dell’Onnipotente (Subhanahu wa-Taala), dedicherò la seconda parte del mio intervento, per ora basti quindi dire che, come si evince da quanto s’è detto sulla favella cananea, non è mai esistita nessuna lingua ebraica distinta dalle altre nel modo in cui, per esempio, l’italiano differisce dal francese, o, ancor di piú, il tedesco differisce dal russo: esiste invece un alfabeto ebraico, che deriva dalla scrittura fenicia cosí come da quest’ultima derivano l’alfabeto greco e quello latino. I simboli dell’alfabeto fenicio sono ventiquattro, tanti quanti sono quelli dell’ebraico: ciò indica che, anche sul piano fonologico, le due scritture esprimono il medesimo idioma (appunto il cananeo), esattamente come un’unica lingua quale il serbocroato è scritto con due alfabeti diversi, il cirillico da parte degli ortodossi ed il latino da parte dei cattolici.

Desidero concludere questa prima parte con l’indicazione delle lingue parlate dai profeti menzionati nel Sublime Corano, giacché essi possono essere ritenuti tutti di stirpe camito-semitica. Consiglio a questo proposito di consultare l’opera Atlas of the Qur’an di Shauqi Abu Khalil (edizioni Darussalam, Riyadh, 1423 H./2003 d.C.), che contiene ottime illustrazioni, con l’ovvia specificazione che dei profeti piú antichi non si può costruire una biografia storica tanto precisa quanto quelle dei piú tardi.
Su Adam (‘alayhi salam) e la sua lingua non si può dire niente che non sia semplice congettura: ad Adam si lega la questione della derivazione di tutti i linguaggi umani da uno solo.
Per quanto riguarda Nuh (as), essendo egli padre di Cam, Sem e Iafet, deve essere ritenuto un parlante della preistorica lingua camito-semitica originaria; se si considerano dati geologici ed anche culturali, quali i calendarî maya e caldei, si può stabilire il IX millennio a.C. come data del Diluvio universale: Nuh sarebbe dunque vissuto nell’epoca oggi chiamata mesolitica.
Di Idris (as), antenato di Nuh, si può pensare che parlasse la stessa lingua del discendente: è identificato con il biblico Enoc.
Salih (as) apparteneva al popolo Thamud, dunque era un nordarabico.
Hud (as) apparteneva al popolo ‘Ad, dunque era, secondo le nostre conoscenze geografiche, sudarabico. Salih e Hud potrebbero esser vissuti prima di Abramo.
Ibrahim (as) appunto visse, come consentono di supporre le migrazioni di gruppi seminomadi dalla Mesopotamia meridionale verso l’Occidente e la Siria, tra il XX ed il XVI secolo a.C., probabilmente fra il XIX ed il XVIII, e la costruzione della Ka‘ba si può collocare attorno all’anno 1800 a.C. Ibrahim, come suo nipote Lot (as) era pertanto un amorreo, e tale lingua dovette esser parlata anche dai suoi eredi Isma’il (as) e Ishaq (as), Ya‘qub (as) figlio del precedente e chiamato nella Bibbia Yisrael (che significa ‘ha lottato con il Signore’), e Yusuf (as) figlio di Ya‘qub: con lui ebbe inizio la migrazione in Egitto, e la lingua probabilmente aveva già subito qualche modificazione.
Di Shu‘ayb (as) sappiamo che era madianita, cioè apparteneva ad un popolo ritenuto beduino: la mancanza di dati cronologici non permette di stabilire se la sua lingua fosse un tipo di nordarabico (in questo caso sarebbe vissuto nel II millennio), oppure una forma di aramaico (allora sarebbe vissuto dopo il 1000 a.C.).
Musa (as) fu allevato presso la corte del Faraone, dunque la sua prima lingua fu l’egiziano: il suo stesso nome cananeo, Moše, non rivela etimologia semitica, cioè non significa affatto ‘Colui che fu salvato dalle acque’ come spesso si racconta, ma corrisponde all’egiziano Mose, suffisso che vale ‘figlio, bambino’ e nei composti si univa all’appellativo di una divinità nel modo che si osserva per i sovrani (Ra-mose, Tut-mose): non essendo egli politeista, fu poi tolto dal suo nome il prefisso della divinità stessa. Egli guidò dunque un movimento di popoli fuori dell’Egitto: vi erano certamente egiziani, forse rimasti legati alla riforma religiosa di Amenofi IV (faraone del XIV secolo), semiti di lontana origine amorrea (i ‘figli d’Israele’), probabilmente anche tribú indeuropee quali i filistei (pheleset, che avrebbero dato il nome alla Palestina) e si ha ragione di supporre che fra tutti costoro si trovasse anche qualcuno semplicemente in fuga dalla tirannia crudele del faraone, non ispinto da autentiche motivazioni religiose, come fa pensare una tribú come quella di Dan, autonoma e politeista.
Il fratello maggiore di Musa, Harun (as), non cresciuto a corte, oltre all’egiziano doveva conoscere la lingua semitica della sua gente: egli, a parte i difetti di pronunzia di Musa (si veda il commento di at-Tabari su Surat Ta-Ha: XX, 27-32; si veda inoltre la Bibbia, Esodo, IV, 10-30), poté svolgere il ruolo d’interprete presso la comunità migrante.
Si giunge poi al Regno ebraico: i sovrani Daud (as) e Sulayman (as) vissero nel X secolo, quando la lingua cananea già si era affermata in tutta la fascia costiera e nel retroterra. Parlarono cananeo anche i successivi profeti Ilyas (as), al-Yasa‘ (as), Ayyub (as), Yunus (as), e pure Dhul-Kifl (as), qualora sia valida la sua identificazione con Isaia biblico, vissuto fra il 765 ed il 701 circa.
Zakariyya (as), Yahya (as) e ‘Isa (as) usarono l’aramaico.
Infine Muhammad (sas) fu il primo profeta arabo.

Seconda parte: il cosiddetto popolo ebraico

Si sente dire spesso che gli ebrei siano tornati nella loro terra d’origine dopo duemila anni o poco meno d’esilio: per rispondere a tale affermazione è bene capire chi siano codesti ebrei. Questa non è una trattazione storica sistematica, bensí l’esposizione di alcuni fatti, scelti fra quelli particolarmente significativi.

Le origini e l’antichità

La parola ebrei, attraverso il greco e poi il latino, proviene dal cananeo cibrīm, che corrisponde all’accadico hapiru: si può dunque ricostruire una forma semitica *habiru, la quale dovrebbe avere il significato principale di ‘fuggiaschi’ (si confronti anche con la radice araba h-r-b), ossia qualcosa di simile all’idea di gente nomade o beduina. Ciò rimanda ai tempi antichi delle popolazioni camito-semitiche, e poi semitiche, con l’opposizione fra sedentarî e migratorî: i primi a stabilirsi in una terra ricca e fertile, la Mesopotamia, furono gli accadi, semiti di nord-est, che soppiantarono i sumeri, e in parte si fusero con loro; in grande maggioranza gli amorrei rimasero invece nomadi.
Fra i camito-semiti, già in epoca preistorica, tribú idolatriche e politeiste si alternavano a gruppi piú o meno rigorosamente e coerentemente dediti al culto di un solo dio.
Per quel che concerne specificamente gli ebrei, di loro si può storicamente parlare soltanto a partire dalla fine dell’XI secolo avanti Cristo, quando il re Saul stabilí un potere statale su genti che, almeno in prevalenza, si riconoscevano nelle norme della Legge mosaica; con i successori di Saul, Davide e Salomone, si ebbe l’unico vero regno ebraico della storia, dal 998 al 926.
Bisogna a questo punto considerare che la fonte privilegiata, e l’unica per molti avvenimenti, è la Bibbia (dal greco βιβλία ‘libri’), un insieme di testi ebreocentrici variegato e disomogeneo, soprattutto perché composto durante un lungo arco temporale (dall’VIII secolo all’inizio del I a.C.), notevolmente lontano dalle epoche piú antiche narrate.
Nella Bibbia, in realtà non è affermato sempre un autentico monoteismo, bensί, soprattutto nella sezione fondamentale denominata Pentateuco, in cui sono raccontate le vicende piú remote del cosiddetto popolo eletto a partire dalla creazione dell’uomo, appare praticato ciò che è piú corretto definire monolatria: non si esclude l’esistenza di numerose divinità, ma il culto è riservato ad una sola. Anche al tempo di Davide e Salomone parte della popolazione non pare praticasse un monoteismo rigoroso, e le tendenze associatrici erano presenti: gli stessi sovrani, per esempio, secondo la Bibbia erano figli di donne non ebree, e come politeiste sono presentate anche molte loro consorti. Ciò significa evidentemente che gli abitanti della Palestina, zona meridionale della terra di Canaan, nel X secolo non erano certamente tutti monoteisti, e, d’altra parte, monoteisti potevano essere presenti anche fuori del territorio sottoposto alla giurisdizione dei re suddetti.
Comunque sia, lo stato ebraico unitario cessò di esistere con Salomone, poiché i suoi due figli Roboamo e Geroboamo si spartirono il territorio, dando inizio ai regni d’Israele e Giuda: il primo fu conquistato dagli assiri nel 722/721, e gran parte della popolazione fu deportata nell’Alta Mesopotamia a lavorare la terra; il secondo cadde nel 587/586 ad opera dei babilonesi di Nabucodonosor, e la classe dirigente ebraica fu trasferita nei territorî interni dell’impero. La cattività babilonese si concluse nel 538 con l’editto di Ciro il Grande, re di Persia, che molti ebrei ricordano ancora oggi come Koresh il Liberatore, il quale un anno prima aveva conquistato Babilonia e posto fine al regno di Nabonedo: guidati da Neema ed Esdra, i capi ebrei rientrarono a Gerusalemme. Nel 515 fu poi ricostruito il tempio di Salomone, distrutto durante l’invasione babilonese.
Per duecento anni i seguaci della Legge mosaica, i quali avevano ormai abbandonato la lingua Cananea per adottare l’aramaico, diffusosi in tutta l’area del Vicino Oriente, furono sudditi dell’impero persiano, multietnico e multiculturale, organizzato secondo un efficace sistema di province, nelle quali le diverse popolazioni mantenevano usi e costumi, e partecipavano all’amministrazione locale, riconoscendo nel Gran Re il proprio legittimo sovrano.
Il famoso sovrano macedone istruito alla maniera greca, Alessandro il Grande, pose fine all’impero persiano nel 333-331, e con le sue vittorie ebbe inizio un’epoca di importanza essenziale per il mondo antico, e dunque anche per la cultura ebraica: l’ellenismo. Dopo la morte dell’ancor giovane re, i suoi generali si spartirono l’enorme territorio conquistato, nel quale sorsero monarchie guidate da una casta greco-macedone, la quale poi nella maggior parte dei casi assorbí elementi della classe dirigente locale. L’ellenismo fu nell’antichità qualcosa di simile all’influenza occidentale (europea e nordamericana) sul mondo intero nel XIX e XX secolo, ma soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale: la civiltà greca, ritenuta allora la piú progredita, si diffuse in tutta l’Asia Minore, e addirittura anche a Roma, che, dopo aver ridotto la Grecia nella condizione di provincia (146 a.C.), acquisí presto anch’essa caratteri ellenistici. L’espansione della cultura greca fu travolgente innanzitutto perché non imposta con la forza, ma voluta e ricercata particolarmente dai maggiorenti dei regni ellenistici, che nell’urbanesimo tipico greco vedevano il segno principale dello sviluppo. Nonostante la divisione in diversi stati, tutto il mondo ellenistico presentò sempre notevoli caratteri comuni, ed era normale che molta gente, soprattutto le persone istruite, si spostassero da un regno all’altro. Anche gli ebrei furono sedotti dalla raffinatezza della civiltà greca, e un gran numero di loro cominciò presto ad adottare costumi ellenistici: tale influenza rapidamente toccò anche la sfera religiosa, e molti, ancor piú di quanto già fosse successo in passato, assunsero culti idolatrici, con l’idea che fossero compatibili con la tradizione dei padri. Quando ormai gli ebrei osservanti erano sensibilmente diminuiti di numero, la persecuzione religiosa di Antioco IV re di Siria provocò l’inizio della rivolta guidata da alcuni membri della famiglia asmonea, chiamati ‘maccabei’ dal soprannome dato al piú noto di loro, Giuda figlio di Mattatia. Ciò avvenne intorno al 168, e, con alterne vicende, gli Asmonei riuscirono a governare parte del regno di Siria (140 circa), fino alla venuta dei Romani ed alla trasformazione del territorio in protettorato e poi provincia (dal 63 a.C.). Bisogna ora osservare che non tutti gli ebrei vivevano allora in Palestina, regione politicamente inclusa nel suddetto regno di Siria: comunità ebraiche, potendo viaggiare e spostarsi liberamente, erano presenti, proprio in virtú del cosmopolitismo ellenistico, anche in altri regni, in primo luogo quello d’Egitto, in cui, ad Alessandria, costituirono una comunità numericamente consistente ed economicamente importante. Si comprende dunque che già in quest’epoca gli ebrei appaiono come una comunità religiosa e culturale, non etnica, almeno secondo il valore moderno della parola ‘etnia’, che non coincide con quello piú generale di popolo (ma su tale argomento ritorneremo).
L’influenza greca sulla cultura ebraica fu tanto rilevante da toccare addirittura il testo sacro, la Bibbia, che, non a caso, come s’è già detto è nota con un nome greco: poiché l’antico cananeo, in cui era composta quasi tutta la Bibbia, non era piú capito dai fedeli, bensí solo dai sacerdoti, che, parimenti al popolo, parlavano in aramaico o, oramai, addirittura in greco, il libro sacro fu tradotto in greco: la versione nota come Bibbia dei Settanta, dal numero dei dotti ebrei incaricati dal re Tolemeo II Filadelfo di redigere il testo, fu iniziata verso la metà del III secolo avanti Cristo, e in questo modo la conoscenza della religione ebraica si propagò nel mondo antico, come le vicende dell’Impero romano testimoniano.
I romani non avevano l’abitudine d’interferire nelle pratiche religiose dei popoli vinti e non mostrarono mai, se non in pochi uomini di cultura, grande interesse per argomenti che oggi si definiscono teologici, ma esigevano che all’interno dell’impero quei riti e sacrifici agli dèi, che erano ritenuti dovere di ogni popolo in quanto soggetto a Roma, fossero svolti e rispettati dappertutto: per greci e romani la religione era innanzitutto un fatto pubblico, ed essere buoni cittadini significava, tra l’altro, contribuire all’adempimento doveri religiosi, i quali, in occasione delle cerimonie solenni, erano affidati ad un’apposita casta sacerdotale. Si capisce dunque per quale ragione ebrei e cristiani furono perseguitati dallo stato romano: chi non accettava i sacrifici agli dèi, chi non riconosceva la divinità dell’imperatore, chi non voleva svolgere il servizio militare appariva come un nemico dello stato.
Per quel che concerne gli ebrei, in realtà continuò, con il dominio di Roma, quel processo di assimilazione culturale già visto nella prima fase dell’ellenismo (si parla infatti di ‘ellenismo romano’ dopo l’‘ellenismo alessandrino’), e ad esso si accompagnò la volontà di resistere di alcuni osservanti, la maggioranza dei quali furono chiamati ‘zeloti’. Alla fine del I secolo avanti Cristo, come riferí il poeta Orazio, a Roma era già presente una folta comunità ebraica, assai attiva nell’opera di proselitismo: ciò ha lasciato stupiti molti sostenitori della tesi secondo cui il ‘popolo eletto’ per eccellenza non avrebbe mai propagato la propria religione, ma le testimonianze contrarie sono indiscutibili, sia per quest’epoca, sia per altre, come si vedrà piú avanti, benché l’appello al giudaismo non sia in effetti la tendenza prevalente nella storia ebraica. Fare proselitismo evidentemente significa chiamare altri a condividere il proprio credo, non certo un’appartenenza etnica: se un popolo, d’altronde, godesse del privilegio d’essere ‘scelto’ da Dio, che senso avrebbe il proselitismo?
Nell’Africa settentrionale e in Egitto erano presenti importanti gruppi di ebrei, alcuni dei quali immigrati da poco tempo.
La volontà romana d’imporre dappertutto la legge dello stato, ed il timore dell’annientamento manifestato dagli zeloti portarono a ribellioni sanguinose in Palestina, dove viveva ancora la maggioranza degli ebrei, nel 66-73 e poi nel 132-135. La Prima guerra giudaica vide impegnato il futuro imperatore Vespasiano e suo figlio Tito, anch’egli poi salito sul trono, che distrusse il Tempio nel 70; nel 132-135 toccò invece all’imperatore Adriano reprimere la rivolta di Bar Kohba, uno dei numerosi messia riconosciuti dagli ebrei, o parte di loro, nel corso della storia. Dalla Palestina gli ebrei non furono mai espulsi collettivamente, ma i romani imposero loro di abbandonare la sola Gerusalemme, denominata ora Èlia Capitolina: deportazioni avvennero certamente, ma riguardarono soltanto parte dei maggiorenti e soprattutto i capi indipendentisti, ma di solito costoro poterono fare ritorno a casa anche dai luoghi piú lontani come la Mesopotamia. La Palestina vide davvero ridursi progressivamente il numero degli israeliti sul territorio, ma ciò non fu dovuto affatto a provvedimenti di espulsine, ma ad un processo secolare di mescolanza ed assimilazione culturale, che vedremo nelle prossime righe.
Si affronterà or dunque la questione dei secoli oscuri, che, secondo il punto di vista dell’Europa occidentale, coincide col Medio Evo.

I secoli oscuri e il Medio Evo

Ciò che fino a questo punto ho scritto è abbastanza noto: soltanto gli avvenimenti che mettono in risalto la natura religiosa e non etnica delle comunità ebraiche sono offuscati e mai posti in risalto dalla moderna storiografia, che è di chiaro orientamento sionista in larghissima maggioranza. In realtà il concetto di ‘popolo’ è storicamente e perfino linguisticamente controverso e polivalente: in latino, per esempio, ‘popolo’ si dice gens in senso etnico, populus in senso giuridico, plebs in senso sociologico. Poiché la Legge mosaica, seguita da una parte consistente degli ebrei anche durante l’Impero romano, aveva un valore giuridico indiscutibile, e lo stato lasciava, nel campo del diritto, autonomia ai popoli sottomessi se non erano coinvolti cittadini romani, sotto questo aspetto i giudei, o israeliti per meglio dire, potevano essere visti come un popolo, nel modo in cui uno stato confessionale moderno riconosce norme giuridiche specifiche per un qualsiasi gruppo religioso di minoranza, a prescindere dalla sua origine e composizione etnica.
Comunque si giudichi ciò, è indubbio che le fasi successive della storia ebraica siano tenute nell’oscurità e sottoposte ad una falsificazione fra le piú stupefacenti di tutte le vicende dell’umanità.
Su quasi tutti i libri di storia, ma anche sulle enciclopedie si legge infatti che dopo le repressioni romane, talvolta già dopo la prima ossia nel I secolo d.C., per il popolo ebraico ebbe dolorosamente inizio “la diaspora, che li porterà in vari Paesi dove saranno perseguitati nei secoli successivi. Dopo tante discriminazioni e persecuzioni, specialmente in Germania, Polonia e Russia, solo il sionismo politico fondato dal giornalista ebreo T. Herzl ha permesso il ritorno degli Ebrei in Palestina e la fondazione (1947) dello Stato di Israele”[1].
Gli ebrei di oggi sarebbero dunque i discendenti etnici degli ebrei dell’antica Palestina?

Prima di rispondere, è bene premettere ora che gli ebrei dell’epoca moderna e contemporanea sono suddivisi in due gruppi principali: aschenaziti e sefarditi. I primi (in cananeo aškenazīm) prendono nome da Aškenaz, nazione che, secondo la Bibbia, sarebbe nata dai discendenti di Iafet figlio di Noè: essa nel Medio Evo fu identificata con la Germania, perciò per aschenaziti si intendono gli ebrei dell’Europa centro-orientale, in parte poi emigrati in America; i secondi (sefāradīm) prendono nome da Sefārād ‘Spagna’, e sarebbero i discendenti di quegli ebrei spagnoli espulsi nel 1492, i quali si sparsero per il Mediterraneo, dall’Africa settentrionale al Medio Oriente.
Forse è opportuno dare la parola agli ebrei stessi, ed a qualcuno che sia coinvolto direttamente nella questione come lo storico Shlomo Sand, professore di storia contemporanea all’Università di Tel Aviv, il quale nell’opera Quando e come fu inventato il popolo ebraico (titolo originale: When and How Was the Jewish People invented, Casa editrice Resling, 2008) fornisce una risposta limpida sur un problema che pare spinoso mentre invece, almeno nelle sue linee essenziali, è risolto ormai da molto tempo.
Scrive Sand che gli ebrei aschenaziti, i quali oggi costituiscono la maggioranza assoluta degli israeliti nel mondo (secondo alcuni dati addirittura l’87%), discendono dai cazari[2], nazione di stirpe turco-mongola che già nel VII secolo d.C. abitava a settentrione del Mar Caspio.

I cazari, a partire dalla loro classe dirigente, dall’VIII secolo d.C. abbracciarono il giudaismo e costituirono un impero che, al culmine della sua espansione, nel IX secolo andava da Kiev al lago d’Aral e comprendeva il massiccio del Caucaso. La conversione dei cazari è un fatto storico indiscutibile, giacché esistono documenti scritti che lo provano in modo certo; vi sono inoltre associazioni ebraiche che si richiamano oggi alle proprie ascendenze cazare[3]. Tutto ciò chiarisce anche l’origine, altrimenti inspiegabile, di alcune comunità ebraiche, come quella georgiana e quella caucasica dei tati, di lingua persiana: esse vivono ancora in uno spazio che una volta fu occupato dall’impero cazaro. I cazari furono sconfitti dai russi nel 925 e quindi relegati in Crimea, infine furono dispersi dai tàtari nel 1237, dopodiché scomparvero come etnia. Si capisce bene, quindi, la presenza consistente di ebrei nell’Europa centro-orientale: a partire dal territorio abitati dagli antichi cazari, essi si mossero verso occidente, assumendo la lingua e, almeno parzialmente, i costumi e le usanze dei popoli maggioritarî. Si usa il termine yiddish per designare la variante della lingua tedesca parlata dagli ebrei di Germania, che divenne poi una sorta di lingua franca per tutti gli ebrei aschenaziti, dato il primato culturale degli ebrei tedeschi nell’Europa centro-orientale: ebbene lo yiddish, grammaticalmente germanico con qualche tratto semitico, sul piano lessicale presenta, oltre ad una certa quantità di vocaboli cananei, spiegabili con l’influsso della lingua di culto, anche un cospicuo numero di parole turche, e ciò illustra ancora una volta l’origine cazara già detta.
I sefarditi invece prevalentemente dovrebbero derivare dai berberi israeliti dell’Africa settentrionale, che, soprattutto sotto la guida della regina chiamata dagli arabi Dahiyya al-Kāhina (688-705), si opposero ai musulmani loro connazionali ed arabi, e poi, essendo stati sconfitti, si trasferirono in Ispagna, dove un gran numero di ebrei vissero sino alla fine del Quattrocento, quando fu sconfitto l’ultimo regno musulmano ed il cristianismo fu imposto in tutta la Penisola Iberica. I sefarditi parlavano una varietà di spagnolo chiamata ladino, che rimase in uso a lungo in molti luoghi del Mediterraneo in cui si stabilirono, e alcuni giunsero anche in Italia: probabilmente le principali comunità italiane (Ferrara, Livorno, Ancona, Venezia, oltre a Roma e Milano) sono di origine sefardita.
Si ricordano anche altri popoli che, oltre ai sunnominati, abbracciarono almeno parzialmente l’ebraismo, imyar nello Yemen (IV secolo d.C.come gli abitanti del regno di H circa): ciò mette in evidenza il fatto che certamente non tutti gli ebrei del mondo possono rientrare nell’alternativa fra aschenaziti e sefarditi, la quale oggi esprime piuttosto, sul piano religioso e non etnico, differenti regole di rito delle moderne comunità ebraiche. Talune conversioni di massa come quelle di cazari e imiariti appaiono soprattutto scelte politiche, causate dalla volontà di sottrarre il territorio alle pretese degli stati di religione diversa.
Per quanto riguarda la Palestina, si può affermare soltanto che gli ebrei lí rimasti dopo il II secolo d.C., i quali erano di lingua prevalentemente aramaica, progressivamente assunsero altre religioni, prima il cristianismo, poi l’islamismo, insieme col quale in quella terra si diffuse anche la lingua araba.
Non si deve infatti sottovalutare il peso ingente che le conversioni ebbero nel corso della storia ebraica: a questo proposito una voce autorevole è quella di Abram León, storico dell’economia.

León (pseudonimo di Abraham Wejnstok[4], 1918-1944), nell’opera La questione ebraica: un’interpretazione marxista, mise in evidenza il ruolo del commercio nella storia degli ebrei. Già dai primi secoli della diffusione del cristianesimo gli ebrei, i quali nell’Antico Testamento appaiono razziatori nomadi, pastori seminomadi, poi anche agricoltori, si trasformarono in un “popolo-classe”, specializzato nel commercio, in un’epoca in cui, con la caduta dell’Impero romano, e poi con la nascita della civiltà islamica, la circolazione di uomini e merci si ridusse grandemente. Se da un lato – osserva León – i contadini ebrei della Palestina e del Vicino Oriente adottarono il cristianismo e poi l’islamismo, un certo numero di commercianti non ebrei scelsero l’ebraismo proprio per motivi economici: fra le tre grandi religioni monoteistiche, quella israelitica era l’unica che, nei confronti dei fedeli delle altre religioni, in base al testo sacro premettesse l’usura, rigorosamente proibita dall’islamismo e duramente criticata dal cristianismo. Gli ebrei, ormai slegati da qualsiasi vincolo territoriale, divenuti dappertutto una minoranza nettamente separata dal potere politico, assunsero un ruolo economico di primo piano nel campo della circolazione delle merci, soprattutto dei generi di lusso: tale funzione commerciale, in Europa, nel bacino del Mediterraneo e nel Vicino Oriente, hanno poi continuato a svolgere sino all’età contemporanea, adeguandosi ai tempi ed alle condizioni sociali tanto da accumulare ingenti capitali grazie alla loro posizione finanziaria privilegiata.

Si è accennato al proselitismo ebraico, che in pochi ma importanti periodi risulta incontestabile: lo dimostrano, per esempio, nella Russia del XV secolo le persecuzioni e il divieto della propaganda israelita decisi dai sovrani, spaventati dalla crisi del cristianismo. La religione cristiana, che conserva ancor oggi l’Antico Testamento (con differenze marginali rispetto all’ebraismo), a causa della proliferazione del culto di santi e icone, appariva sempre piú lontana dai principî monoteistici, cosicché, accanto alla diffusione delle eresie, non furono isolati i casi di adesioni all’ebraismo.
L’esistenza di comunità ebraiche dai piú svariati tratti antropologici all’interno di numerose nazioni sparse per il mondo, d’altra parte, è la prova maggiormente visibile del carattere culturale e religioso, non etnico, degli ebrei moderni: ciò, come lucidamente afferma Sand, è verità evidente, tanto evidente da rendere assolutamente infondate le pretese sioniste del cosiddetto ‘ritorno a Gerusalemme’.
Come scrive Francesco Lamendola a commento dell’opera di Sand, “Insomma, è stata la religione ebraica a diffondersi ai quattro angoli del mondo, non il popolo ebraico, che è semplicemente scomparso nel gorgo di mille razze e mille culture diverse. Nel 1948 non c’è stato alcun ritorno degli ebrei in Palestina; a tornare furono delle persone di religione ebraica, provenienti da comunità che si erano convertite al giudaismo lungo il corso dei secoli”: prima della fine dell’Ottocento, infatti, nell’intera area della Palestina si contavano poche centinaia di ebrei, quasi tutti anziani rabbini, che non nutrivano nessun progetto politico teso a costruire uno stato ebraico in quel luogo.
Nel Medio Evo e nell’Età moderna gli ebrei in Europa furono visti solitamente con disprezzo e sospetto, giacché la generale intolleranza religiosa cristiana non poteva accettare la presenza di coloro che abitualmente erano bollati come ‘deicidi’ e ‘usurai’. Su di loro si riversavano accuse gravissime, spesso esagerate, talvolta infondate, per la tendenza universale a cercare un ‘capro espiatorio’; gli ebrei, d’altro canto, dimostravano verso i gentili una misantropia tale da rendere verosimili molti degli addebiti mossi: nella maggior parte degli stati europei, in effetti gli ebrei erano guardati come un avversario interno o un parassita, sempre impegnato a succhiare le ricchezze del paese e disposto ad aiutare i nemici esterni. In questa prassi svolsero un ruolo fondamentale le chiese cristiane cattolica e ortodossa.
Per quel che concerne l’Italia, la penisola sede del papato, si ricordano molte storie piú o meno veridiche, e ad esse ha di recente dedicato un’opera Ariel Toaff, figlio del rabbino della sinagoga di Roma Elio Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, 2007, esprimendo l’opinioni che possa esistere qualcosa di fondato in fatti come quello del 1475, quando un bambino di Trento – secondo la sentenza del tribunale locale, che si concluse con quindici condanne a morte e l’espulsione di tutti gli ebrei dalla città – fu sacrificato da ebrei fanatici in occasione della Pasqua; nel XX secolo la Chiesa Cattolica ha rivisto il processo ed ha scagionato gli ebrei dalle imputazioni. Il libro di Toaff appare una trattazione prudente ed equilibrata, ma è stato accolto da un coro di critiche violente che, soltanto per l’appartenenza religiosa dell’autore, non hanno prodotto l’accusa piú grave, oggi valida anche sul piano penale: quella di ‘antisemitismo’. Bisogna comunque precisare che la circolazione di un’opera simile, già di per sé limitata ad un ristretto pubblico di esperti, proprio perché non possiede fine encomiastico verso gli ebrei, è stata finora esigua, in considerazione delle tendenze prevalenti nell’editoria.
L’odio della Chiesa Cattolica verso gli ebrei risale insomma a tempi molto antichi, e non fu certo un’invenzione fascista: si ricordi che, prima delle leggi razziali, l’anticlericale Mussolini amava presentarsi come difensore dei giudei, tanto da concedersi strampalate elucubrazioni storiche come la seguente: “Noi rispettiamo il carattere sacro di Roma. Ma è ridicolo pensare, come fu detto, che si dovessero chiudere le Sinagoghe! Gli ebrei sono a Roma dal tempo dei re; forse fornirono gli abiti dopo il ratto delle Sabine; erano cinquantamila al tempo di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati, come rimarranno indisturbati coloro che credono in un’altra religione” (Camera dei Deputati, 13 maggio 1929).

Il sionismo e la nascita dello stato di Israele

Il sionismo è un movimento politico laico[5] nato alla fine dell’Ottocento, il cui fondatore e principale animatore fu Theodor Herzl (1860-1904), nato in Ungheria: suo scopo divenne ben presto la fondazione di uno stato ebraico in un qualsiasi luogo del mondo che fosse privo di abitanti o scarsamente popolato. Il sionismo si diffuse fra gli ebrei aschenaziti, soprattutto nei territorî dell’Impero russo, il quale già viveva una crisi profonda e metteva in pratica dure persecuzioni nei loro confronti: le grandi masse contadine cominciavano a manifestare la volontà di emanciparsi, mentre molti intellettuali ebrei assumevano posizioni rivoluzionarie.
Herzl, nella scelta della sede per il nuovo stato, pensò inizialmente all’Uganda, poi all’America meridionale; s’incontrò con ministri di varî stati europei, ai quali illustrò il suo progetto, grazie a cui – come abilmente Herzl faceva notare – le potenze europee avrebbero potuto finalmente liberarsi da una presenza sgradita e scomoda. Era un’epoca in cui fiorivano le ideologie nazionalistiche, ed il colonialismo toccava il suo apice: chi si mostrò piú attratto dalla proposta fu la Gran Bretagna, anche perché Herzl aveva rivolto le sue mire su un’altra zona del mondo, che per gli inglesi rivestiva grande interesse e che, nello stesso tempo, rappresentava un luogo mitico per gli israeliti. Quel posto era la Palestina, che però presentava un problema: era tutt’altro che spopolato.

All’inizio del XX secolo, e in realtà fino all’inasprimento antiebraico della politica nazista in Germania, i sionisti in Europa, guidati dal successore di Herzl, Chaim Weizmann (1874-1952), erano ancora una forza minoritaria, come dimostrano i risultati delle elezioni, in cui fra gli ebrei si affermavano nettamente i partiti socialisti e riformisti; per quanto riguarda le emigrazioni dalla parte orientale del continente, fra il 1881 e il 1929 lasciarono i proprî paesi quasi quattro milioni di ebrei, ma solo centoventimila si recarono in Palestina, la quale – non va dimenticato – giuridicamente apparteneva ancora all’Impero ottomano, che era ormai in via di dissoluzione. In seguito l’immigrazione ebraica in Palestina crebbe, sia perché fu incoraggiata dal governo britannico, sia perché gli Stati Uniti posero limiti agli ingressi.
Bisogna adesso precisare che, quando si parla di adesione al progetto sionista, ciò riguardava ancora soltanto gli aschenaziti dell’Europa centro-orientale, non i sefarditi e le comunità ebraiche piú lontane, molte delle quali ancora non sapevano nemmeno che cosa fosse il sionismo; non si trascuri poi che, a causa del carattere laico di tale dottrina, essa era decisamente avversata dai rabbini, per i quali la rinascita d’Israele aveva soltanto valore escatologico. I sionisti presentavano sempre tutti gli ebrei come discendenti diretti del popolo di Mosè dopo la diaspora, ed esattamente nella stessa maniera essi erano visti dai teorici dell’antiebraismo, che avevano bisogno del fattore etnico per giustificare le politiche razziste.
Vi fu una grande rivolta araba in Palestina fra il 1936 e il 1939, che fu repressa congiuntamente dalla polizia britannica e dalle milizie sioniste, ma gli inglesi a quel punto capirono che, nel loro stesso interesse, l’immigrazione ebraica sarebbe dovuta essere fermata, almeno temporaneamente. I sionisti allora tentarono accordi con i fascisti italiani, che addestrarono la futura marina israeliana, e i nazisti in Ungheria, ai quali, in cambio dell’abbandono del territorio, chiesero la fornitura di mezzi militari; nello stesso tempo, furono compiute azioni armate contro le istituzioni del Regno Unito, e ciò durò fin oltre la conclusione della Seconda guerra mondiale. I tempi erano maturi per il concretamento del progetto sionista: la nascita dello stato d’Israele.
Lo stato d’Israele nacque ufficialmente nel maggio del 1948, ma la sua organizzazione risale all’anno precedente, quando l’ONU compí una spartizione del paese fra una zona a maggioranza ebraica e un’altra a maggioranza araba. I sionisti nell’area considerata erano circa un terzo della popolazione, ma fu assegnato loro il 56% del territorio, laddove alla maggioranza araba, ossia agli abitanti autoctoni, toccava non piú del 40%. Le successive guerre condussero ad un ampliamento del territorio israeliano sempre maggiore, e un aiuto essenziale giunse dagli Stati Uniti e dal Sudafrica, che allestí l’aviazione del nuovo stato: le affinità ideologiche tra il sistema politico e sociale sudafricano, basato sulla discriminazione razziale, ed il sionismo, ideologia di contenuto evidentemente razzista, erano evidenti.

Il resto della storia d’Israele è noto, e non ci soffermeremo su di essa, se non per ricordare che la bandiera dello stato presenta due linee celesti sopra e sotto la stella a sei punte: esse significano i due corsi d’acqua, Giordano ed Eufrate, entro i quali si collocherebbe la ‘terra promessa’ ad Abramo. Le guerre aggressive e preventive del 1956 e del 1967, vinte da Israele grazie alla sua superiorità militare ed alla disorganizzazione ed inefficienza degli arabi, devono essere viste nell’ottica dell’imperialismo espansionista sionista, a cui il territorio assegnato nel 1947 e successivamente ampliato non bastava, cosí come non basta nemmeno oggi: poiché le leggi dello stato d’Israele, privo di costituzione scritta, consentono a qualsiasi ebreo del mondo di stabilirsi colà (mentre impediscono il ritorno dei profughi arabi musulmani e cristiani, sia dei nativi, sia dei discendenti), è evidente il continuo bisogno di nuova terra, che non è mai soddisfatto appieno dalla costruzione di nuove colonie. Si aggiunga il fatto che negli ultimi decenni, soprattutto dall’ex-Unione Sovietica, è giunta in Palestina molta gente che non possiede nessuna affinità culturale o religiosa con gli ebrei, ma è emigrata semplicemente per motivi economici col pretesto di una presunta ascendenza giudaica: il sionismo si regge in piedi in virtú del dogma della diaspora.
Lo stato d’Israele, il quale, per quanto riguarda i cittadini di fede e cultura ebraica, è sicuramente democratico (almeno nell’accezione corrente del vocabolo ‘democrazia’: per gli uomini di pelle bianca gli Stati Uniti d’America e il Sudafrica erano allo stesso tempo razzisti e democratici), anche da molti ebrei è stato definito:
imperialista, poiché conduce una politica estera aggressiva e mira ad acquisire nuovi territorî;
colonialista, poiché dalla sua nascita procede ad un’autentica colonizzazione delle aree occupate, deviando i corsi d’acqua secondo le necessità dei nuovi insediamenti;
razzista, poiché la vita politica e sociale si basa sulla discriminazione etnica e culturale degli abitanti, ed il sionismo costituisce in effetti l’ultima dottrina razzista ufficialmente applicata in uno stato;
terrorista, poiché verso gli autoctoni ha sempre usato metodi basati sul terrore, ossia sulle minacce e le punizioni di parenti e conoscenti dei ribelli e degli accusati;
assassino, poiché ha sempre commesso, anche all’estero, uccisioni di nemici o presunti tali, quand’anche fossero soltanto civili.

Rimane da valutare un punto: il crescente appoggio al sionismo da parte delle comunità israelitiche nel mondo, dato che oggi certamente la maggioranza degli ebrei nel mondo è sionista. Un ruolo determinante ebbero le persecuzioni naziste ed i celebri campi di concentramento, la cui immagine è divenuta un simbolo tanto potente da indurre un ebreo americano, lo storico Finkelstein, a scrivere di recente il libro L’industria dell’olocausto, in cui si mette in evidenza lo sfruttamento del dolore e delle disgrazie dei deportati nei suddetti campi di lavoro forzato a fini politici, primo fra i quali il sostegno allo stato d’Israele. In verità sino al processo ad Eichmann, criminale nazista arrestato in Argentina nel 1961 e poi condotto in Israele, dove fu processato ed ammazzato, lo stato d’Israele non aveva mai usato i campi di concentramento come arma di propaganda, allo stesso modo in cui gli ebrei, nella loro storia, quasi mai avevano voluto fare i gentili partecipi delle proprie sofferenze: giacché però quel processo ebbe una grande risonanza sui mezzi di comunicazione, e Israele cercava appoggi internazionali, da quel momento nacque appunto la suddetta ‘industria dell’olocausto’. Oggi, nei paesi alleati d’Israele, la politica editoriale, per esempio nel campo dei libri per la scuola, presenta invariabilmente la cosiddetta Shoah come l’unico grande genocidio della storia moderna, e non come una delle numerose repressioni sanguinose e sterminî che nel corso della storia sono avvenuti: chi, anche solo per motivi di studio e ricerca, osa avanzare dubbî sull’interpretazione unilaterale imposta, rischia l’accusa di ‘revisionismo’, prodromica di quelle di ‘neonazismo’ e ‘antisemitismo’. Il revisionismo, nell’assoluta maggioranza dei casi, in realtà non vuole negare che i campi di concentramento siano esistiti, ma intende verificare cifre e modalità delle stragi (si vedano gli scritti di tutti gli storici piú competenti, anche e soprattutto ebrei, ebrei ai quali non è appiccicato addosso il cartellino di ‘negazionista’, come è successo ad Irving e Faurisson), poiché il numero di sei milioni di morti apparve subito anche agli stessi ebrei una colossale ed inaudita menzogna.
Si capisce bene dunque come siano stati accolte, nel presente contesto mondiale, le opere suddette degli ebrei Toaff, Sand e Finkelstein, ed è facile immaginare che cosa accadrebbe se l’autore di libri simili fosse un gentile o, addirittura, un antisionista.
Non si dimentichi però che il sionismo è un movimento politico criticato da varie componenti delle comunità ebraiche: laiche come Noam Chomsky e Noemi Klein, religiose come i membri dei gruppi Satmar e Neturei Karta e molti altri. Si veda in proposito il libro di Ben Hecht intitolato Perfidy (“Perfidia. Come il popolo ebraico fu tradito dai sionisti”).

Il peso delle comunità ebraiche negli Stati Uniti d’America

Negli Stati Uniti d’America vive un numero di ebrei molto maggiore di quello che sta in Palestina (fra gli otto e i dieci milioni contro sei), e non è esagerato dire che la finanza americana, come molti settori dell’economia quali l’industria cinematografica, è nelle mani di banchieri e magnati ebrei, in un paese in cui israelita è meno del 3% della popolazione: come ripeté Ariel Sharon, “Vi voglio dire una cosa molto chiara: infischiatevi delle pressioni americane su Israele. Noi, gli ebrei, controlliamo l’America. E l’America lo sa”. Le banche e i giornali piú importanti sono direttamente o indirettamente retti da ebrei, quasi tutti sionisti: New York Times, Wall Street Journal, Financial Times – solo per citare celebri quotidiani, tralasciando nomi del calibro di Rockefeller e Rothschild – appartengono a editori quali Sulzburger, Kann, Meyers, ma si può altresí affermare, senza tema di smentita, che nella presente situazione politica ed economica, in effetti non può essere eletto presidente degli Stati Uniti chi non sia saldamente sostenuto dai gruppi di potere ebraici: visto il ruolo che oggi gli Stati Uniti rivestono nel mondo, si capisce che peso detenga il fronte sionista d’America. Sono noti[6] i nomi di enti quali l’AIPAC (American Israeli Public Affairs Committee), gruppo di pressione che annovera anche molti non ebrei, innanzitutto cristiani fondamentalisti, e dagli stati a forte presenza ebraica (New York, California, Illinois, Florida), ha spostato l’attività in tutto il paese, e il CFR (Council on Foreign Relations), una sorta di ministero degli Esteri clandestino, finanziato dai Rockefeller, comprende personaggi come Henry Kissinger e James Schlesinger. Non si dimentichi il B’nai B’rith, fondato nel 1843, “la più antica e la più numerosa organizzazione giudaica di mutuo soccorso, organizzata in logge ed in capitoli in 45 nazioni. Il numero totale dei membri è di circa 500.000…”[7]. L’organizzazione piú potente di tutte però è Chabad-Lubavitch, nata come setta cassidica[8] nell’Impero russo alla fine dell’Ottocento[9], poi trasformatasi in movimento politico millenaristico sotto la guida del rabbino Menachem Mendel Schneerson, morto nel 1994 e venerato come un messia dai suoi sostenitori; oggi il capo è Levi Shemtov (classe 1969), che tiene mensilmente seminarî per i membri del Congresso degli Stati Uniti. Per dare un’idea della forza di Chabad, si pensi che nel 1978 la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti proclamò la Giornata dell’educazione in coincidenza con il settantaseiesimo compleanno del rabbino Schneerson: a prova di ciò si nota che tale festa cade, anno dopo anno, in giorni diversi, giacché i discepoli di Schneerson rifiutano il calendario gregoriano e seguono il lunario giudeo-babilonese. Ciò può stupire gli ammiratori europei della presunta laicità americana, ma basta ricordare loro, tanto per limitarsi a un solo esempio, che il Senato americano chiude in occasione del capodanno ebraico: laicità sí, … ma entro certi limiti.
Quello che segue è un elenco incompleto di politici, amministratori ed economisti che fanno capo a Chabad: Ari Fleischer, Paul Wolfowitz, Douglas Feith, Richard Perle, Marc Grossman, Richard Haas, Dov Zackheim, Joseph Liberman, Robert Zoellick, Steve Goldsmith, Adam Goldman, Joseph Gildenhorn, Joshua Bolten, Brad Blakeman, Lewis Libby, Mel Sembler, Mark Weinberger, Samuel Bodman, Bonnie Cohen, Ruth Davis, Lincoln Bloomfield, Jay Lefkowitz, Michael Chertoff, David Frum, Daniel Kurtzer, Robert Satloff, Elliott Abrams, Ruth Baden Ginsburg, Joseph Lieberman, Carl Levin, Stuart Eizenstat, Alan Greenspan.
Quale sia la visione del mondo dei cosiddetti Lubavitchers è bene chiarito da un detto dello stesso Schneerson: “L’intera creazione esiste solo per il bene degli ebrei”.

ALLAHU AKBAR!

a cura di ‘Abd Allāh Nūr as-Sardānī

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NOTE:

[1] Enciclopedia Generale De Agostini Compact, 1988, alla voce Ebrei, pag. 487.
[2] Il termine compare anche sotto la forma chazari, hazari o casari; il nome dato dai geografi arabi medievali si avvicina alla pronunzia effettiva del nome: al-hazar.
[3] A questo proposito si veda, per esempio, il sito http://www.khazaria.com.
[4] Nato in Polonia da famiglia ebrea tedesca, crebbe in Belgio, paese in cui studiò e guidò il movimento giovanile sionista. All’inizio della Seconda guerra mondiale aderí al ramo troschista del marxismo; imprigionato nel giugno del 1944, morí nel campo di concentramento di Auschwitz.
[5] Nel senso che non intendeva porre la Legge mosaica e le sue integrazioni a base del sistema costituzionale del futuro stato; non solo, ma gran parte dei politici sionisti erano agnostici o non nutrivano interessi religiosi: si può dire che per loro l’identità ebraica fosse un fatto puramente culturale.
[6] In verità, almeno in Italia, sono ben poco noti tranne che agli esperti, giacché quasi tutti i mezzi di comunicazione parlano degli ebrei soltanto per presentarli come vittime, e non hanno nessun interesse a trattare dei gruppi di potere sionisti d’America: la politica e l’economia americane sono lasciate nell’ombra, fatta eccezione per gli aspetti esteriori e piú spettacolari.
[7] Da Encyclopedia Judaica (1970).
[8] La voce cassidico (scritta anche chassidico e hassidico) indica le confraternite mistiche dell’ebraismo, paragonabili agli ordini dei sufi islamici.
[9] Lubavitch è il nome del villaggio lituano ritenuto culla del movimento.

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