Il diritto della donna musulmana al lavoro


بسم الله الرحمان الرحيم

Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

L’Islam è la Religione del lavoro e dell’assiduità nello sforzo. Incoraggia al lavoro, qualunque esso sia, purché lecito.

Diversi versetti coranici trattano dell’obbligo al lavoro:

Di’: “Agite, Allah osserverà le vostre opere e (le osserveranno) anche il Suo Messag-gero e i credenti… (Corano IX. At-Tawba (Il Pentimento), 105)

Del resto, il Sublime Corano ha svelato la Saggezza di Allah  (SWT) nella Sua creazione dell’uomo:

Colui che ha creato la morte e la vita per mettere alla prova chi di voi meglio opera…

(Corano LXVII. Al-Mulk (La Sovranità), 2)

L’uomo è dunque stato creato per subire delle prove e perché Allah (SWT) distingue, tra le opere umane, le buone dalle cattive.

Tutte le persone, nella Ummah (Comunità Islamica), sono uguali in materia di diritto al lavoro e all’arricchimento legale.

D’altronde, il Messaggero di Allah (s) ha spesso incitato al lavoro, che è una nobile fonte di arricchimento e di vita. A questo proposito, Al-Bukhari riporta che il Profeta (s) disse: “Nessun uomo ha mai mangiato un pasto migliore di quello che si è guadagnato col lavoro delle sue mani”.

L’ Imam Ahmad ibn Hanbal riporta un altro hadith, riferito da Rafai ibn Khadij (r):

Il Profeta (s) rispose a colui che gli aveva chiesto: “O Messaggero di Allah, qual è il miglior arricchimento?” – “ Il lavoro che l’uomo svolge con le sue mani ed ogni azione commerciale benedetta”, rispose. (Al-Musnad).

‘Aisha (r) riferì che i Compagni del Profeta (s) si occupavano di differenti lavori, e in particolare dell’agricoltura. ‘Aisha (r) riferì che il Messaggero di Allah (s) disse:“Il vostro miglior cibo è quello che avete guadagnato con il vostro lavoro…”.

Il lavoro nobilita l’uomo e la mendicità lo avvilisce.

Il Messaggero di Allah (s) incitò al lavoro dicendo: “E’ preferibile, per un uomo, caricarsi un mucchio di legna sulla schiena, piuttosto che tendere la mano”(“Fath al-Bari”).

Inoltre, l’Islam ha permesso alla donna di esercitare tutte le professioni e di compiere tutti i lavori leciti adatti alla sua natura. Non le ha proibito nessun lavoro e nessuna professione; tuttavia le ha raccomandato, nella scelta del suo lavoro, di non trasgredire i limiti al di là dei quali la sua dignità sarebbe schernita dalla volgarità di certi atti contrari alla virtù.

La tolleranza islamica ha anche premesso alla donna di lavorare, se necessario, dopo una separazione o un divorzio, durante il periodo della “idda”, durante la quale, in linea di principio, la donna non dovrebbe uscire di casa. A questo proposito, Muslim riporta questo racconto di Jabbar ibn ‘Abdallah (r):

Mia zia era stata ripudiata, e uscì di casa per scrollare il suo palmizio; ma un uomo le rimproverò di essere uscita. Ella allora si recò dal Profeta (s), che le disse: “Al contrario, scrolla i tronchi delle tue palme; può darsi che avrai l’occasione di farne elemosina, o di farne del bene…” (Sahih Muslim).

L’analisi di questo hadith dimostra che il Profeta (s) esortò la donna a lavorare, giustificando la sua attività col vantaggio che se ne poteva trarre per il prossimo.

Tuttavia, se l’Islam ha permesso alla donna di lavorare, non l’ha costretta a farlo.

Come sappiamo, la natura dell’uomo lo destina a lavorare, a produrre, e a mantenere obbligatoriamente sua moglie e i suoi figli; mentre la natura della donna privilegia il suo diritto alla maternità e il compimento delle attività legate al focolare domestico.

La Legge Divina, differenziando la natura fisiologica della donna da quella dell’uomo, ha orientato entrambi verso funzioni specifiche e appropriate.

L’Islam obbliga l’uomo a mantenere sua moglie, anche se questa è ricca, così come impone allo Stato di prendersi carico della donna, quando ella si trovi senza risorse.

Se la donna è ricca, dispone liberamente dei propri beni, e né il marito né i genitori possono sostituirsi a lei nell’ammi-nistrazione delle sue proprietà.

Tuttavia, se la necessità personale o l’interesse sociale richiedono che la donna lavori fuori casa, ella ne ha pienamente diritto, se le condizioni seguenti sono riunite:

1-    Le funzioni esercitate non devono assorbirla al punto da impedirle di compiere la sua missione di madre e di sposa.

2-    Il suo lavoro non deve essere in contrasto con la sua natura e le sue disposizioni particolari.

3-    Le sue attività devono essere svolte nel clima di rispetto che le è dovuto. Numerosi versetti del Sublime Corano e vari ahadith del nobile Messaggero di Allah (s) provano che la donna Musulmana deve tenersi il più possibile lontana dalle situazioni di tentazione e da quelle situazioni che potrebbero renderla oggetto di sospetto; e deve adottare un codice di comportamento morale decente.

4-    Deve evitare di mescolarsi agli uomini che le sono estranei, e di isolarsi con uno di loro, come riferito nell’hadith: figli“Che nessuno di voi si isoli con una donna (estranea), se non in presenza di uno dei suoi parenti (padre, fratello,figlio, ecc.)” (Sahih Muslim).

Non vi è dunque alcun impedimento al lavoro della donna fuori casa, purché siano osservate tutte le regole elencate sopra, definite in conformità alla Legge Islamica (Shari’ah).

L’Occidente ha un concetto differente riguardo al lavoro femminile; nessuna differenza è ammessa tra i due sessi in materia di lavoro.

La donna deve lavorare per vivere, qualunque sia l’attività che esercita. Fingono di ignorare la specificità della natura femminile, e il ruolo di ciascuno in questa vita.

I loro argomenti sono numerosi:

1-    Secondo gli occidentali, il progresso non può realizzarsi, se non con la “manodopera” degli uomini e delle donne. Queste ultime formano la metà della società, e, “scartandole dalla produzione”, si amputerebbe il prodotto della metà.

2-    Il lavoro, dicono gli Occidentali, può aprire alle donne nuovi orizzonti, ampliare la loro capacità di comprensione e affermare la loro personalità.

3-    Il lavoro può assicurare alla donna un guadagno. D’altronde, dicono gli Occidentali, chi mai si prenderebbe carico di una donna rimasta sola?

Ma nessuno di questi argomenti resiste ad un’analisi seria.

Sarà sufficiente dire che:

1)    La metà della società costituita dalle donne non è una popolazione “inattiva”, come pretendono gli Occidentali, per il solo fatto che rimane a casa. Esiste forse una funzione più nobile, un lavoro così fondamentale nell’edificazione della società, come quello di assicurare la permanenza del genere umano e l’educazione delle generazioni future?

L’uomo produce e accresce le ricchezze, e la donna è incaricata di “produrre” gli uomini e le donne dell’avvenire.

La donna è forse “inattiva” quando è incinta, quando partorisce, quando allatta, quando educa i suoi bambini, quando preserva l’armonia del focolare domestico?

2)    Il lavoro, secondo loro, “apre nuovi orizzonti” alla donna. Questi nobili scopi, attribuiti al lavoro, sono piuttosto i risultati della ricerca del Sapere in generale, dell’acquisizione e dell’assimilazione di diverse conoscenze, tramite la lettura o la frequentazione di ritrovi culturali.

Del resto, mi è difficile credere che una donna possa ampliare i propri orizzonti culturali e affermare la propria personalità martellando il ferro in una fabbrica o impacchettando la merce in un centro commerciale, oppure lavando i pavimenti!…

3)    Gli Occidentali esortano la donna a lavorare obbligatoriamente per mantenere i propri figli orfani, ma questo fatto è il risultato di una grave carenza delle società che tanto si definiscono “progredite”, ma rifiutano di prendersi carico in modo corretto delle vedove e degli orfani!

Essi pretendono di dimostrare come il mondo del lavoro assicuri alla donna l’ “uguaglianza” con l’uomo, ma è facile constatare il contrario: la donna si è trovata sullo stesso piano dell’uomo solo nella sventura, nella pena e nella fatica… Ma sul piano del salario e della considerazione non lo è affatto e ciò fino ai giorni nostri.

dal libro: “Diritti e Doveri della Donna nell’Islam”

della dott.ssa FATIMA NASEEF

(La sorella saudita Fatima Naseef – per anni direttrice del dipartimento di studi islamici dell’ Università di Jeddah – è l’ autrice di una tesi universitaria sui diritti e sui doveri della donna Musulmana alla luce del Sublime Corano e della Nobile Sunnah).

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