La disciplina nella relazione educativa

بسم الله الرحمان الرحيم


Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

I diritti del bambino nella relazione educativa

La disciplina nella relazione educativa

La posizione del pensiero islamico riguardante l’essere umano e lo scopo della sua esistenza nel mondo di quaggiù, giustifica l’importanza attribuita ad una disciplina rigorosa e ferma nella relazione educativa.

Infatti, l’Uomo è un essere dotato di ragione, che è stato creato libero e respondabile delle sue azioni, affinché agisca nei confronti del mondo che lo circonda secondo delle regole emananti da Allah (‘azza waJalla). La sua educazione sarà determinata, nel corso degli anni, dall’educazione ricevuta dai suoi genitori, che si saranno impegnati a far sì che si sottomettesse a determinate regole di condotta, correggendo il suo comportamento con un’azione paziente e dolce, ma ferma, poiché vi è in gioco non soltanto il raggiungimento di una buona educazione, mirante all’autorealizzazione del figlio nella società in cui vivrà, ma anche la sua preparazione alla vita dell’Aldilà, che dipende evidentemente dalla vita di quaggiù. Allah (‘azza waJalla) dice:

يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آَمَنُوا قُوا أَنْفُسَكُمْ وَأَهْلِيكُمْ نَارًا

O credenti, preservate voi stessi e le vostre famiglie dal fuoco… (Corano, LXVI. At-Tahrîm, 6)

يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آَمَنُوا اتَّقُوا اللَّهَ وَلْتَنْظُرْ نَفْسٌ مَا قَدَّمَتْ لِغَدٍ وَاتَّقُوا اللَّهَ إِنَّ اللَّهَ خَبِيرٌ بِمَا تَعْمَلُونَ (18) 

O voi che credete, temete Allah e che ognuno rifletta su ciò che avrà preparato per l’indomani. Temete Allah: in verità Allah è ben informato di quello che fate (Corano LIX. Al-Hashr, 18)

Attraverso questa visione generale, possiamo dunque facilmente scorgere le motivazioni della disciplina nell’educazione islamica. Prima di tutto, tenteremo di sollevare il problema della responsabilizzazione del bambino, nei confronti di se stesso, degli altri, e dinanzi ad Allah (‘azza waJalla). In un secondo tempo, documenteremo questo pensiero con dei principi fondamentali della disciplina nell’Islâm.

1) Responsabilizzazione progressiva del bambino, ossia sua preparazione alla vita e alla morte.

Responsabilizzare il bambino significa, senza equivoci, che quest’ultimo non è considerato inizialmente come responsabile delle sue azioni, e ciò fino a che abbia raggiunto l’età della pubertà. Infatti, secondo un hadîth riportato da Bukhârî, il Profeta Muhammad (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse:

“Tre categorie di persone sono esentate da ogni responsabilità: colui che sta dormendo, finché si sia svegliato; l’alienato mentale, finché sia guarito; il bambino, finché abbia raggiunto l’età della pubertà”.

Tuttavia, si può ben comprendere che questa attribuzione di responsabilità non può operarsi dall’oggi al domani; vi sarà una fase transitoria durante la quale il bambino imparerà progressivamente a divenire responsabile, attraverso una presa di coscienza che sarà suscitata quotidianamente in situazioni ben precise, con imposizioni, interdizioni o permessi condizionati oppure no, provenienti dalle persone incaricate della sua educazione. Di conseguenza, è un dato di fatto nell’Islâm che se la responsabilità dei bambini non è tenuta in considerazione, è soltanto per impegnare quella degli adulti nei loro confronti, incoraggiandoli ad occuparsi della loro educazione attraverso una disciplina rigorosa. Su questo punto preciso, Draz spiega: “Fin dalla più tenera età, il piccolo uomo musulmano deve essere pian piano abituato a comportarsi, nella condotta personale, nel suo rapporto con gli altri e dinanzi ad Allah (che Egli sia Esaltato e Magnificato), nello stesso modo dell’uomo”.

Analizziamo degli esempi che potranno illuminarci su questa responsabilizzazione progressiva del bambino:

Il Corano impone delle regole di buona educazione e di discrezione, allo scopo di proteggere la vita intima di ciascuno.

In modo più specifico, il Libro Sacro vieta di entrare in casa altrui o in camera altrui senza aver chiesto in anticipo l’autorizzazione. Per ciò che riguarda i bambini, come dice Amdouni, “Il Corano accorda loro una certa tolleranza, ma non un’esenzione. Restringe cioè questa prescrizione alle ore di riposo, quando spesso si è impresentabili”.

A questo proposito, esiste un hadîth profetico evocante questo punto preciso: Anas ibn Mâlik (radiAllahu ‘anhu) riferì: “Ero al servizio del Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam), ed avevo l’abitudine di entrare in casa sua senza permesso. Un giorno, mentre stavo entrando, egli mi disse: “Rimani dove sei, bambino mio, perché è giunto un ordine mentre non c’eri: non devi più entrare senza chiedere il permesso!”.” (riportato da Bukhârî).

L’ordine di cui si parla fu rivelato nel Sublime Corano, nella Sûrah della Luce:

يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آَمَنُوا لِيَسْتَأْذِنْكُمُ الَّذِينَ مَلَكَتْ أَيْمَانُكُمْ وَالَّذِينَ لَمْ يَبْلُغُوا الْحُلُمَ مِنْكُمْ ثَلَاثَ مَرَّاتٍ مِنْ قَبْلِ صَلَاةِ الْفَجْرِ وَحِينَ تَضَعُونَ ثِيَابَكُمْ مِنَ الظَّهِيرَةِ وَمِنْ بَعْدِ صَلَاةِ الْعِشَاءِ ثَلَاثُ عَوْرَاتٍ لَكُمْ لَيْسَ عَلَيْكُمْ وَلَا عَلَيْهِمْ جُنَاحٌ بَعْدَهُنَّ طَوَّافُونَ عَلَيْكُمْ بَعْضُكُمْ عَلَى بَعْضٍ كَذَلِكَ يُبَيِّنُ اللَّهُ لَكُمُ الْآَيَاتِ وَاللَّهُ عَلِيمٌ حَكِيمٌ (58) وَإِذَا بَلَغَ الْأَطْفَالُ مِنْكُمُ الْحُلُمَ فَلْيَسْتَأْذِنُوا كَمَا اسْتَأْذَنَ الَّذِينَ مِنْ قَبْلِهِمْ كَذَلِكَ يُبَيِّنُ اللَّهُ لَكُمْ آَيَاتِهِ وَاللَّهُ عَلِيمٌ حَكِيمٌ (59)

O voi che credete, vi chiedano il permesso (di entrare) i vostri servi e quelli che ancora sono impuberi, in tre momenti (del giorno): prima dell’orazione dell’alba, quando vi spogliate dei vostri abiti a mezzogiorno e dopo l’orazione della notte. Questi sono tre momenti di riservatezza per voi. A parte ciò, non ci sarà alcun male né per voi né per loro se andrete e verrete gli uni presso gli altri. Così Allah vi spiega i segni, e Allah è sapiente, saggio. E quando i vostri figli raggiungono la pubertà, chiedano il permesso (di entrare), come fanno quelli che prima di loro (la raggiunsero). Così Allah vi spiega i Suoi segni, Allah è sapiente, saggio (Corano XXIV. An-Nûr, 58-59)

Hassan Amdouni spiega il significato di questi versetti basandosi su un hdîth profetico: “Chiedere il permesso, significa bussare alla porta o chiamare e aspettare una risposta. È permesso bussare o chiamare per tre volte, dopodiché, se non si ottiene risposta, è meglio andarsene (…) Non è dunque corretto presentarsi a casa altrui nei tre momenti (di riposo) citati nel versetto, poiché sono dei momenti in cui ognuno aspira ad un po’ di calma e di intimità”.

Questi principi di buona educazione sono dunque un dovere di tutti, ivi compresi i bambini che abbiano più di sette anni. Per ciò che riguarda i bambini più piccoli, Amdouni spiega che “essi non sono sottomessi a queste regole di buona creanza, poiché non sono in grado di comprenderle, né di giudicare se il momento sia opportuno oppure no”.

Per quanto riguarda le pratiche religiose, il bambino imparerà a rispettarle sottomettendovisi progressivamente. Abbiamo visto che la Shari’ah è destinata (obbligatoriamente) alle sole persone mature, di conseguenza si potrebbe ritenere che i bambini immaturi non siano tenuti alle pratiche cultuali obbligatorie, come per esempio il digiuno o la preghiera.
In realtà, anche questo non è del tutto corretto, poiché diversi ahadîth profetici incitano i genitori ad abituare i loro figli a queste pratiche. Da una parte, perché ciò non risulti una “costrizione” nel momento in cui raggiungeranno l’età in cui dovranno obbligatoriamente seguire tali pratiche, d’altro lato perché si abituino progressivamente ad essere pazienti o a sopportare la fame, per esempio, e perché ne comprendano il senso. Su questo punto, ecco due ahadîth:

‘Amr ibn Shu’ayb riportò da suo padre, che lo raccontava da suo nonno, che il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse: “Ordinate ai vostri figli di fare la preghiera quando raggiungono l’età di sette anni; e costringeteli a farla quando raggiungono l’età di dieci anni; (a quest’età) separateli anche nei letti” (hadîth riportato da Abû Dâwûd).

In effetti, tale costrizione vale soltanto nel caso in cui il bambino si ribellasse, rigettando questa pratica religiosa. Draz spiega che “per invitare i bambini a compiere le pratiche religiose, l’Islâm non attende la loro adolescenza. Dall’età di 7 anni, dobbiamo incoraggiarli senza coercizione a compiere la salât. Arrivati all’età di 10 anni, se non obbediscono, bisogna sottoporli ad una correzione disciplinare”.

Il secondo hadîth fa allusione alla pratica del digiuno:

Ar-Rabi’a, figlia di Mu’adh, riferì che il Messaggero di Allah (che Allah gli accordi la Grazia e la Pace) inviò un messaggio ai diversi villaggi degli Ansar, un mattino del giorno di Ashûrâ, dicendo che chiunque avesse mangiato al mattino avrebbe dovuto continuare in questo modo la sua giornata, ma chiunque avesse cominciato la giornata digiunando, che continuasse a digiunare. Ella spiegò poi: “In seguito, prendemmo l’abitudine di digiunare in quel giorno e di far digiunare i nostri bambini. Fabbricavamo loro dei giocattoli con della lana tinta e, quando alcuni di essi piangevano perché dessimo loro da mangiare, davamo loro questi giocattoli (per distrarli), finché arrivava l’ora di mangiare”.

Occorre ricordare che il digiuno nel giorno di Ashûrâ era all’inizio dell’Islâm un dovere, prima di diventare una semplice raccomandazione.

D’altronde, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) non ordinò più (in seguito) alla gente comune di digiunare ad Ashûrâ, ma diceva: “Oggi è il giorno di Ashûrâ; io osservo il digiuno, chi vuole può digiunare”. Disse anche (sallAllahu ‘alayhi waSallam): “Il digiuno del giorno di Ashûrâ cancella i peccati di un anno, quello del giorno di ‘Arafat (quelli) di due anni”. È anche raccomandato, per colui che osservi il digiuno di questo giorno (10 Muharram), fare altrettanto il giorno 9, poiché ciò costituisce l’ultima raccomandazione del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) in proposito: “Se vivrò fino al prossimo (anno) digiunerò (anche) il nono giorno (di Muharram)”, così come è stato riportato in alcune raccolte di ahadîth.

Hassan Amdouni commenta così questo racconto: “Per educare i bambini a resistere, le donne usavano del tatto: piuttosto che urlare, sviavano abilmente la loro attenzione, senza cedere tuttavia al minimo capriccio! Cedere, significherebbe ammettere l’inutilità dell’educazione morale e religiosa; arrabbiarsi, sarebbe come non avere considerazione del bambino e portarlo a disprezzare se stesso, poi a rivoltarsi contro i genitori! Dargli un giocattolo, invece, significa approfittare delle caratteristiche della sua età per condurlo piano piano a maturare e a comprendere il valore della pazienza, sabr”.

2) Alcuni principi fondamentali della disciplina

Perché vi sia un seguito e un rispetto dei valori morali e sociali, e perfino religiosi dei loro figli, i genitori devono praticare una disciplina allo stesso tempo versatile e inflessibile, e ciò il più presto possibile, perché la loro progenitura non si allontani dalla loro cultura islamica.

Per questo analizzeremo questo concetto di disciplina attraverso diversi testi religiosi. Tuttavia, vi è un punto estremamente importante da sottolineare: benché esiga la fermezza, l’Islâm rigetta ogni forma di costrizione, di severità eccessiva, di cattiveria gratuita nei confronti del bambino, mirante senza dubbio ad umiliarlo, poiché un accanimento fisico o psicologico sulla sua persona provocherebbe in modo scontato l’effetto opposto, e non terrebbe minimamente conto del rispetto che egli merita in quanto essere umano e creatura di Allah (‘azza waJalla).

Attraverso gli ahadîth profetici evocanti la disciplina, abbiamo sottolineato diversi elementi predicati dal Profeta Muhammad (sallAllahu ‘alayhi waSallam), tra cui quello della sanzione. L’obiettivo ora è di comprendere come essa debba essere inflitta e a quali condizioni; poi analizzeremo appunto tale aspetto della disciplina, praticato con fermezza, ma allo stesso tempo con indulgenza; evocheremo anche il principio del rafforzamento positivo, infine sarà il turno dei rimproveri.

a) Principio di sanzione

Negli ambienti educativi del tempo del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam), si usava ripetere, come cita Hamidullah, che “il colpo di canna del professore valeva di più del bacio dei genitori”. Tale spirito indica perfettamente che le sanzioni fisiche erano largamente tollerate, tuttavia esse furono scrupolosamente regolamentate dal Profeta Muhammad (sallAllahu ‘alayhi waSallam), che temeva senza dubbio degli abusi ingiustificati commessi dai membri della sua comunità. Così, egli pronunciò le seguenti parole (sallAllahu ‘alayhi waSallam): “Se uno di voi deve picchiare, che eviti il viso” (riportato da Abû Dâwûd).

Attraverso questo hadîth, possiamo facilmente comprendere che, in materia di castigo fisico, è altamente raccomandato, anzi imposto all’educatore di evitare il viso del bambino, che resta una zona sensibile ai colpi, anche se estremamente leggeri. D’altra parte, il fatto di ricevere uno schiaffo è sovente interpretato come un’umiliazione, per quanto l’azione in sé possa essere giustificata.

Amdouni spiega che “ciò che si chiama comunemente “la sculacciata” è un mezzo semplice, rapido ed efficace per far comprendere a qualcuno che si trovi sotto la nostra responsabilità morale che ha appena tenuto un comportamento inammissibile. Per essere efficace, non deve essere somministrata con cattiveria, altrimenti il bambino picchiato la scambierà per una manifestazione d’odio personale, e non per un atto educativo: per questo non bisogna colpire il viso, perché sarebbe troppo umiliante”.

Tuttavia, un’altra condizione è necessaria perché la sanzione sia considerata accettabile. Si tratta della sua giustificazione nei confronti del bambino, considerando cioè se quest’ultimo fosse a conoscenza dei limiti da non superare. Di conseguenza, vi è un ordine logico da rispettare in questa materia, che fonda la relazione educativa:

– primo: stabilire delle regole da non oltrepassare, ripeterle se ve ne sia bisogno con degli avvertimenti;
– secondo: punire il bambino, all’occorrenza;
– infine: giustificare immediatamente la sanzione.

b) Principio di fermezza, ma d’indulgenza e di dolcezza

Abbiamo spiegato nella prima parte che il punto di vista islamico in materia di educazione rigetta ardentemente la costrizione, la durezza, come dice il Sublime Corano:

لَا إِكْرَاهَ فِي الدِّينِ

Non vi sia costrizione nella religione (Corano II. Al-Baqara, 256)

La condanna della violenza, della durezza, della costrizione è stabilita nei testi attraverso due idee essenziali; in primo luogo, un appello è rivolto ai credenti perché considerino gli altri nello stesso modo in cui vorrebbero essere considerati. Infatti, secondo l’hadîth del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui): “Nessuno di voi è veramente credente a meno che desideri per suo fratello ciò che desidera per se stesso”.

Evidentemente, questa nozione di fratellanza è impiegata per sottolineare il legame che unisce tutti i Musulmani attorno al concetto della Legge divina.

Il secondo principio consiste nel fatto che il Musulmano deve sottrarsi ad ogni pratica considerata ingiusta, nel nome di Allah.
Tale principio, ripetuto costantemente negli ahadîth, indica che Allah (Gloria a Lui, l’Altissimo) è Testimone di ogni ingiustizia.

Allo stesso modo, troviamo degli ahadîth che esortano i Musulmani che detengono l’autorità, per esempio, ad agire con indulgenza, così come fa Allah (‘azza waJalla): “Allah è indulgente, ama l’indulgenza, e dona in ricompensa dell’indulgenza e della compassione ciò che non dona per la violenza né per qualsiasi altra cosa” (riportato da Bukhârî e Muslim).

Quest’ultimo hadîth implica che nella relazione educativa vi deve essere abbastanza indulgenza, cosicché i bambini possano essere rassicurati dell’amore che i genitori provano per loro.

Come dice Hassan Amdouni, “Bisogna, in alcuni casi, saper chiudere gli occhi e contare sui rimorsi che il bambino stesso proverà sicuramente, oppure fargli notare il suo errore senza collera né disprezzo, con amore, compensione e rispetto”.

Ispirandosi all’hadîth citato in precedenza, l’autore continua la spiegazione dicendo: “Bisogna saper perdonare al proprio figlio il male che può causarci, dopo avergli fatto notare l’errore nel suo comportamento”.

D’altra parte, la punizione è una pratica da non rigettare, essa è fondamentale nell’educazione dei bambini, per correggere il loro comportamento: “La punizione deve essere motivata dal desiderio dei genitori di educare bene i loro bambini, fare di loro dei candidati al Paradiso e non dei futuri abitanti dell’Inferno; non deve essere una scappatoia al nervosismo e alla violenza mal controllata dei genitori”.

c) Principio di rafforzamento positivo

Per completare l’idea precedente, evochiamo ora il principio di rafforzamento positivo che, secondo gli ahadîth, era un metodo educativo largamente impiegato dal Profeta Muhammad (sallAllahu ‘alayhi waSallam). Come spiega Hassan Amdouni, “Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) non criticava mai, non diceva mai “perché hai fatto questo…?”; sembra che utilizzasse essenzialmente il rafforzamento positivo”.

Nel corso della relazione educativa, l’educatore deve tener conto di una premessa elementare: il bambino è un essere sensibile con sue caratteristiche proprie, di cui occorre tenere conto; di conseguenza non bisogna né strapazzarlo, né rinfacciargli le sue debolezze o le sue dimenticanze in modo autoritario e vendicativo. I rimproveri negativi, gli interrogatori relativi alle sue mancanze per ignoranza o per sbadataggine sono da bandire, per far posto a dei richiami all’ordine in maniera amichevole, e a dei chiarimenti quando le conoscenze del bambino non sono sufficienti. Dunque, per riassumere tale concetto, dar fiducia al bambino, perché corregga le sue eventuali mancanze, è un segno di rispetto nei confronti della sua persona.

Secondo quanto riferì Anas (radiAllahu ‘anhu), “Il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) era il migliore degli uomini nel suo modo di comportarsi! Un giorno che mi aveva affidato un compito, risposi: “Per Allah! Non ci andrò!”, benché dentro di me avessi l’intenzione di andare là dove il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) mi aveva ordinato.
Uscendo, passai vicino a dei bambini che stavano giocando nel mercato… Ecco che il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) era dietro di me, proprio dietro la mia schiena!
Lo guardai, e rideva! Mi disse: “Unays! Sei andato dove ti avevo chiesto di andare?”. “Sì, ci vado, oh Messaggero di Allah!”.”
Anas (radiAllahu ‘anhu) aggiunse: “Per Allah! Lo servii per 9 anni, e non mi ricordo di averlo mai sentito dire riguardo a qualcosa che io avessi fatto: “Perché hai fatto questo?”, o a proposito di qualcosa che avessi tralasciato: “Non farai questo o quello…?”.”

Hassan Amdouni commenta così questo hadîth: “Unays è il diminutivo di Anas; utilizzandolo, il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) dimostrava di riconoscere che Anas (radiAllahu ‘anhu) era ancora soltanto un bambino, il cui desiderio di giocare era naturale. Gli ricordò dunque il suo dovere, ma in modo amichevole”.

Mu’awiya ibn al-Hakam as-Sulami (radiAllahu ‘anhu) riferì: “Un giorno, mentre stavo compiendo la preghiera in comune con il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam), un uomo starnutì. Gli dissi: “Che Allah ti benedica!”. L’assemblea mi lanciò tali sguardi che dissi a me stesso: “Guai a te, Mu’awiya!”, e aggiunsi: “Cosa avete da guardarmi così?”. Allora cominciarono a battere la mano sulla coscia. Quando compresi che volevano farmi tacere, tacqui. Quando ebbe terminato la preghiera, il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) mi chiamò accanto a sé. Per mio padre e mia madre che sacrificherei per lui[1], non avevo mai visto un insegnante, prima di lui, del suo stesso valore! Giuro che non mi ingiuriò, né picchiò, né insultò, ma mi spiegò: “Questa salât, nulla può farne parte, come parola umana! Non consiste se non nel celebrare la Purezza e la Grandezza di Allah e a recitare il Corano!” (riportato da Muslim).

d) Principio di rimproveri fatti con discrezione

Nella raccolta (Sahîh) di Bukhârî (rahimahullah), possiamo leggere nella sezione “educazione” questo titolo: “Non bisogna sgridare apertamente la gente”.

‘Aisha (radiAllahu ‘anha) riferì: “Il Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) aveva fatto una certa cosa, ciò che implicava che fosse tollerata, tuttavia i credenti se ne astenevano. Il Profeta (che Allah gli accordi la Grazia e la Pace), essendone venuto a conoscenza, salì sul minbar, lodò Allah e disse: “Che cos’hanno dunque questi credenti, che si astengono da una cosa che faccio io stesso? Per Allah, nessuno sa meglio di me ciò che Allah permette e nessuno teme il Signore quanto me”.”

Abû Sa’îd al-Khudrî (radiAllahu ‘anhu) disse: “Il Profeta (sallAllahu alayhi waSallam) aveva più pudore di una giovane vergine. Quando vedeva qualcosa che disapprovava, ce ne accorgevamo dal suo viso”.

In generale, gli ahadîth profetici sono esempi significativi, poiché dimostrano che in materia di educazione, l’Islâm rigetta i rimproveri fatti apertamente, per non ridicolizzare il colpevole. Evidentemente, questa regola è preconizzata in ogni forma di relazione educativa.

Per meglio dire, la posizione dell’educazione secondo il pensiero islamico consiste nel rimproverare il figlio o l’allievo che abbia sbagliato, ma in modo implicito e indiretto, poiché non vi è nulla di più umiliante per il bambino, che abbia commesso qualche errore nel comportamento o nell’apprendimento, del sarcasmo pubblico dell’educatore nei suoi riguardi.

In una delle sue otto raccomandazioni destinate ai professori, l’Imâm Ghazalî (XII° sec.) sottolineava: “…Che rimproveri al suo allievo il suo cattivo comportamento in modo indiretto e non esplicitamente, che lo riprenda in maniera clemente e non sgridandolo duramente. Se l’allievo commette un errore, bisogna farglielo notare con un gesto o un’insinuazione, in modo tenero e clemente, e non rimproverarlo apertamente”.

È dunque legittimo correggere l’allievo che sbagli, per inculcargli nuovi valori, che siano positivi. Ma tale processo educativo dovrà avvenire con dolcezza e discrezione, per non provocare in lui il rigetto dell’adulto e dei suoi valori.

NOTA:

[1] Si tratta di un’espressione araba per indicare il valore che si attribuisce alla persona di cui si parla

dal sito Sajidine

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