L’esegesi dei Compagni (Sahâbah, radiAllahu ‘anhum) e dei Successori (Tabî’în)

بسم الله الرحمان الرحيم

Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

Se non troviamo elementi d’interpretazione nel Corano, né nella Sunnah e gli ahadîth del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam), dobbiamo rivolgerci ai racconti autentici risalenti ai Sahaba (Compagni del Profeta, che Allah sia soddisfatto di tutti loro), poiché essi conoscevano meglio di noi l’interpretazione del Corano. In effetti, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) rese espliciti per essi i significati del Corano (ma’ânî al-Qur’ân), lo spiegò loro nel suo insieme e chiarì le eventuali difficoltà.

D’altra parte, i Compagni (radiAllahu ‘anhum) conoscevano l’interpretazione del Sublime Corano meglio di noi, poiché assistettero alle circostanze relative alla Rivelazione, e grazie alla perfetta comprensione che era loro propria, così come la scienza corretta, le opere pie, il cuore illuminato e l’intelligenza che li caratterizzava, soprattutto i Grandi tra essi e i Sapienti, come i quattro Califfi Benguidati e ‘Abdullah ibn Mas’ûd, ‘Ubayy ibn Ka’b, Zayd ibn Thâbit, ‘Abdullah ibn ‘Abbâs e i loro simili (che Allah si compiaccia di tutti loro).

Alcuni ricorderanno il racconto narrato da Abû AbdurRahmân as-Sulamî, il nobile Tabi’ (Successore), riguardante i Grandi Memorizzatori del Corano tra i Sahâba del Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam), secondo cui ogni volta che essi studiavano dieci versetti della Rivelazione, non passavano a (studiare) quelli successivi senza aver prima compreso pienamente la scienza racchiusa in quei dieeci versetti e le azioni che essi prescrivevano. Dicevano: “Apprendemmo in questo modo il Corano, il Sapere in esso racchiuso e il comportamento che implica, entrambe le cose parallelamente”.

Si narra, secondo il nobile Compagno ‘Abdullah ibn Mas’ûd (radiAllahu ‘anhu): “Colui che cerchi un esempio (da seguire), che prenda i Compagni del Messaggero di Allah (sallAllahu ‘alayhi waSallam) come esempi. Di questa Ummah, essi possedevano i migliori cuori, la scienza più profonda, l’attitudine più modesta, il comportamento meglio guidato e il migliore stato. Allah (subhânaHu waTa’ala) li scelse per accompagnare il suo Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e per stabilire la Sua Religione. Dunque riconoscete i loro meriti e seguite i loro passi”.

L’Imâm Ahmad e al-Bayhaqî narrano che ash-Shâfi’î (che Allah abbia misericordia di lui) menzionò i Compagni nella sua Antica Epistola. Dopo averli lodati come si conviene, disse: “Essi ci superano in ogni scienza e ijtihâd, nella pietà e nella ragione, e in ogni cosa che completi una scienza o permetta di dedurre un giudizio. I loro verdetti sono i migliori per noi e sono ai nostri occhi migliori dei nostri propri verdetti per noi stessi”[1]

Si riportano in materia di esegesi numerose tradizioni risalenti ai Compagni (radiAllahu ‘anhum), che vanno dal sahîh (autentico) all’hasan (buono), al da’îf(debole), la munkar (inaccettabile), al mawdû’ (inventato, completamente fabbricato), e tutto ciò che proviene dalle isrâ’îliyyât (racconti provenienti da fonti israelitiche) o vi si riferisca.

Gli Imâm dell’Hadîth e i suoi Eruditi si occuparono di analizzare criticamente queste tradizioni, distinguendo ciò che è accettabile da ciò che deve essere rigettato, ciò che è superfluo da ciò che è prezioso. Ma queste tradizioni sono disseminate in numerose opere e necessitano uno sforzo colossale per reperirle e una grande pazienza per catalogarle e trarne profitto.

 

I detti dei Compagni (radiAllahu ‘anhum) in materia di Tafsîr

I Sapienti divergono riguardo ai propositi dei Sahâba (radiAllahu ‘anhum) in materia di esegesi: essi devono essere considerati come marfû’ (elevati, ossia risalenti al Profeta, sallAllahu ‘alayhi waSallam), oppure mawqûf (fermi, arrestati, ossia attribuibili soltanto ai Sahâba)? Alcuni ritengono che l’interpretazione di un Compagno debba essere considerata come risalente al Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), e questa è l’opinione di Al-Hâkim nel Mustadrak.[2]

Abû al-Khattâb, uno dei grandi Imâm Hanbaliti, disse: “È possibile non tenere conto dell’interpretazione dei Sahâba se si considera che i loro propositi non costituiscono una prova in sé”.

Ma l’opinione corretta è quella che ne tiene conto, poiché le parole dei Compagni provengono dalla trasmissione, e non dall’opinione personale. L’opinione di Al-Hâkim e di coloro che lo sostenevano fu contraddetta dall’Imâm as-Salâh e da altri critici successivi. Essi sostennero che le narrazioni dei Sahâba (radiAllahu ‘anhum) devono essere considerate specificamente in tutto ciò che riguarda le circostanze della Rivelazione o assimilate, non mettendo in gioco l’opinione personale. Al contrario, tutto ciò che riguarda la linguistica o i giudizi derivanti dall’ijtihâd non può essere considerato come risalente (marfû’) al Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam)[3].

Al-Hâkim stesso precisò nella sua opera ‘Ulûm al-Hadîth: “Tra i mawqûfât(tradizioni che si arrestano ai Compagni), vi è l’esegesi dei Compagni. Coloro che ritengono che l’esegesi dei Compagni sia elevata (marfû’), intendono (con ciò) le tradizioni riguardanti le circostanze della Rivelazione”. Così, fu restrittivo in questa opera, mentre era rimasto sulle linee generali nel Mustadrak. Forse era già ciò che egli intendeva nel Mustadrak, oppure egli ritornò sulla sua opinione in seguito.

I critici tra i Sapienti, come il grande Hâfiz Ibn Hajar, sono dell’opinione che i detti dei Compagni (radiAllahu ‘anhum) in materia di esegesi sono considerati come risalenti al Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) a due condizioni:

1. Che ciò si riferisca ad un dominio in cui non vi sia alcuno spazio per l’opinione, come le circostanze della Rivelazione, la descrizione della Resurrezione e il Giorno del Giudizio, e così via.

2. Che il Compagno in questione non sia noto per i suoi riferimenti alla Gente del Libro convertita all’Islâm. In altri termini, che non sia noto per la trasmissione delle isrâ’iliyyât.[4]

Infatti, l’etica dei Sahâba e le loro abitudini erano tali, che essi non si esprimevano sulle questioni che escludevano ogni opinione personale se non basandosi sull’ascolto e su ciò che è conosciuto come tawqîf (decretato). Non fornivano un’interpretazione seguendo la loro propria opinione. Per ciò che riguarda l’ascolto, si tratta più precisamente di ciò che essi intesero direttamente da parte del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) oppure ciò che ascoltarono dalla Gente del Libro che abbracciò l’Islâm. Si tratta dunque sempre dell’una o dell’altra fonte.

Questa seconda condizione (quella riguardante la narrazione delle isrâ’îliyyât) illustra la profondità d’analisi degli Imâm e dei critici degli ahadîth, e prova che essi non si lasciavano ingannare dalle isrâ’îliyyât trasmesse da alcuni Sahâba, poiché sapevano perfettamente che tali racconti erano menzogneri e non appartenevano alle fonti islamiche.

D’altronde, numerosi Tabi’în (Successori) evitavano di trasmettere le narrazioni dei Compagni che facevano riferimento alla Gente del Libro. La migliore illustrazione di questo fatto è la testimonianza di Abû Hurayra (radiAllahu ‘anhu), secondo cui ‘Abdullah ibn ‘Amr ibn al-’Âs (radiAllahu ‘anhu) narrò più ahadîth di lui (cfr. Bukhârî nel suo Sahîh). Malgrado ciò, le tradizioni trasmesse da Ibn ‘Amr sono meno numerose di quelle provenienti da Abû Hurayra. Ciò si spiega col fatto che Ibn ‘Amr aveva messo le mani sull’equivalente del carico di due cammelli in libri degli Ahlu-l-Kitâb durante la battaglia di Yarmûk, e utilizzava, in seguito, tali fonti nelle sue narrazioni. Per questo motivo, alcuni narratori evitarono di trasmettere i suoi detti, e ciò spiega come siano stati trasmessi da lui meno ahadîth che da Abû Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui).[5]

 

Esempi di esegesi dei Sahâba (radiAllahu ‘anhum)

A titolo d’esempio, si narra che Salama ibn al-Akwa’ disse, riguardo all’interpretazione del passaggio:

وَعَلَى الَّذِينَ يُطِيقُونَهُ فِدْيَةٌ طَعَامُ مِسْكِينٍ

…Ma per coloro che a stento potrebbero sopportarlo, c’è un’espiazione: il nutrimento di un povero… (Corano II. Al-Baqara, 184)

Che quando questo versetto fu rivelato, coloro che volevano rompere il digiuno e pagare una compensazione lo facevano, finché il versetto seguente fu rivelato:

فَمَنْ شَهِدَ مِنْكُمُ الشَّهْرَ فَلْيَصُمْهُ

…Chi di voi ne testimoni l’inizio, digiuni… (Corano II. Al-Baqara, 185)

ed esso abrogò il precedente.[6]

D’altra parte, Bukhârî narra nel suo Sahîh, da Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu) che questo versetto non è abrogato, e riguarda le persone anziane che non hanno la forza di digiunare. Devono dunque compensare ogni giorno di digiuno mancato nutrendo un povero. Ciò è corretto se si interpreti “al-itâqah” come la capacità di sopportare una cosa, ma con grande difficoltà, come testimonia la lettura “yutawwaqûnahu“. Ma la lettura più diffusa testimonia a favore della prima opinione. Oltre che un esempio di esegesi dei Sahâba, questa è dunque anche un’illustrazione delle loro divergenze in materia di Tafsîr.

Allo stesso modo, è riportato che riguardo la Parola dell’Altissimo:

أَوَلَمْ يَرَ الَّذِينَ كَفَرُوا أَنَّ السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ كَانَتَا رَتْقًا فَفَتَقْنَاهُمَا وَجَعَلْنَا مِنَ الْمَاءِ كُلَّ شَيْءٍ حَيٍّ أَفَلَا يُؤْمِنُونَ (30)

Non sanno dunque i miscredenti che i cieli e la terra formavano una massa compatta (ratqan)? Poi li separammo e traemmo dall’acqua ogni essere vivente. Ancora non credono? (Corano XXI. Al-Anbiyâ’, 30)

 

che Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu) disse: “Il cielo era una massa compatta, non pioveva assolutamente. La terra era una massa compatta, non vi cresceva nulla. Allora, Allah (subhânaHu waTa’ala) strappò l’uno facendo scendere la pioggia, e strappò l’altra facendone crescere delle piante”. Colui che aveva interrogato Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu) tornò da Ibn ‘Umar (che Allah si compiaccia del padre e del figlio) e gli riferì le parole di Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu). Ibn ‘Umar allora esclamò: “Finora, trovavo Ibn ‘Abbâs troppo temerario nell’interpretazione del Corano, e ciò mi dispisaceva. Ma ora, ho la certezza che egli possiede una scienza”[7]

Così, è riportato che ‘Urwah ibn az-Zubayr, il nipote di ‘Aisha (radiAllahu ‘anha) le chiese una spiegazione riguardante il versetto:

وَإِنْ خِفْتُمْ أَلَّا تُقْسِطُوا فِي الْيَتَامَى فَانْكِحُوا مَا طَابَ لَكُمْ مِنَ النِّسَاءِ مَثْنَى وَثُلَاثَ وَرُبَاعَ

E se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono (Corano IV. An-Nisâ’, 3)

Ella gli rispose: “Nipote mio, la ragazza cresceva a casa del suo tutore e condivideva la sua fortuna. Poi la bellezza della ragazza e la sua fortuna incontravano il favore del tutore, che cercava di sposarla senza offrirle la dote che meritava, ossia una dote equivalente a quella che le avrebbe offerto un estraneo. Ciò fu vietato, a meno che il tutore desse prova di equità, offrendo alla giovane ciò che ella meritava di meglio. In mancanza di ciò, venne ordinato agli uomini di cercare delle spose altrove (non tra le orfane sotto la loro tutela)”.[8]

Per quanto riguarda la Sûra CX:

 

إِذَا جَاءَ نَصْرُ اللَّهِ وَالْفَتْحُ (1) وَرَأَيْتَ النَّاسَ يَدْخُلُونَ فِي دِينِ اللَّهِ أَفْوَاجًا (2) فَسَبِّحْ بِحَمْدِ رَبِّكَ وَاسْتَغْفِرْهُ إِنَّهُ كَانَ تَوَّابًا (3)

 

Quando verrà l’ausilio di Allah e la vittoria, e vedrai le genti entrare in massa nella religione di Allah, glorifica il tuo Signore lodandoLo e chiediGli perdono: in verità Egli è Colui che accetta il pentimento (Corano CX. An-Nasr, 1-3),

 

Bukhârî cito Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu), secondo una catena di garanti attraverso Sa’îd ibn Jubayr: “‘Umar (radiAllahu ‘anhu) mi ammetteva (alle riunioni) insieme ai Reduci di Badr. Uno di essi sembrò provare una certa contrarietà, e gli chiese: “Perché lasci entrare costui insieme a noi, quando noi abbiamo dei figli della sua età?”. ‘Umar (radiAllahu ‘anhu) rispose: “Sapete bene chi è” (intendendo dire: il cugino del Profeta, sallAllahu ‘alayhi waSallam). Poi, un giorno, li invitò e mi ammise insieme a loro. Risultò che mi aveva invitato, quel giorno, per dimostrare loro qualcosa. Chiese loro: “Che cosa dite a proposito della Sûra Quando verrà l’ausilio di Allah e la vittoria…?”. Alcuni risposero: “Allah (subhânaHu waTa’ala) ci ordina di glorificarLo e di chiederGli perdono quando ci accorda il Suo soccorso (ausilio) e ci dona la vittoria”. Gli altri tacquero. Allora, mi chiese: “La tua opinione è la stessa, Ibn ‘Abbâs?”, ed io risposi di no. Mi chiese: “Come la commenti, allora?”. Risposi: “Allah (Gloria a Lui, l’Altissimo) informò (con questa Sûra) il Suo Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) che la sua ora era prossima. Gli disse: Quando verrà l’ausilio di Allah e la vittoria, ciò significa: la tua ora è prossima; dunque glorifica il tuo Signore lodandoLo e chiediGli perdono: in verità Egli è Colui che accetta il pentimento“. ‘Umar (radiAllahu ‘anhu) esclamò: “In effetti, non ne conosco un’altra interpretazione”.”

Ugualmente, Bukhârî riportò nel suo Sahîh, citando debitamente la catena di trasmissione, che Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu) disse a proposito di Sûratu-l-Kawthar (n° CVIII): “Al-Kawthar è il bene che Allah gli accordò (al Profeta, sallAllahu ‘alayhi waSallam)”. Abû Bishr disse: “Dissi a Sa’îd (il discepolo di Ibn ‘Abbâs) che la gente sosteneva che si trattasse di un fiume nel Paradiso. Sa’îd rispose: “Il fiume fa parte dei beni che Allah gli concesse”.”

In effetti, non vi è alcuna contraddizioone tra questa interpretazione e le tradizioni autentiche risalenti al Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam), poiché il fiume di Al-Kawthar fa parte di questo bene abbondante che ingloba tra l’altro lo statuto di Profeta (an-Nubuwwa) e di Messaggero (ar-Risâla), così come il Sublime Corano e la Nobile Sunnah.

 

Le interpretazioni dei Tabi’în (Successori)

I Sapienti divergono sullo statuto delle interpretazioni dei Successori [È un Tabi’ – Successore colui che incontrò un Compagno essendo credente, che l’abbia ascoltato oppure no, e qualunque sia la durata del loro incontro].

Alcuni considerano che esse facciano parte del ma’thûr (ossia delle tradizioni), poiché è molto probabile che le abbiano apprese dai Sahâba (che Allah sia soddisfatto di loro). Altri le considerano come un’interpretazione personale e un’esegesi per opinione e lo sforzo intellettuale, e ciò a causa delle loro divergenze molto più frequenti rispetto a quelle dei Compagni.

Az-Zarkashî disse in Al-Burhân: Esistono due posizioni secondo Ahmad[9] per ciò che riguarda i richiami ai Successori; Ibn ‘Uqayl scelse di non utilizzarli. D’altronde, è riportato che Shu’ba Ibn Al-Hajjâj disse: “I detti dei Tabi’în nel dominio dei rami (furû’, in opposizione ai fondamenti/usûl) non costituiscono una prova; allora come potrebbero essere considerati come una prova nel Tafsîr?”.

Tuttavia, i Mufassirîn (Esegeti) agiscono contrariamente a questa opinione, poiché nelle loro opere riportano i propositi dei Successori, considerando che la maggior parte di essi provenga in realtà dai Sahâba (radiAllahu ‘anhum).

L’opinione più corretta consiste nel dire che ciò che raccoglie l’unanimità dei Successori fa autorità, poiché (significa che) essi l’hanno raccolto dai Sahâba; invece, per i punti su cui divergono, l’opinione degli uni non vale più di quella degli altri, né più di quella delle generazioni seguenti. In tal caso, è compito dell’esegeta ricorrere alle vie e ai mezzi che permettano di trovare la buona interpretazione.[10]

Vi sono nei Tafasîr (Commentari del Sublime Corano) innumerevoli tradizioni risalenti ai Successori, soprattutto dei discepoli di Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu): Mujâhid Ibn Jabr, Sa’îd Ibn Jubayr, il suo servitore ‘Ikrima, ‘Atâ’, ed altri ancora.

Ibn Jarîr (Tabarî) ne citò un numero considerevole nel suo Tafsîr, così come Suyûtî nella sua opera ad-Durr al-Manthûr, Al-Baghawî, Ibn Kathîr e molti altri. Analizzeremo in seguito, inshaAllah, il valore scientifico delle interpretazioni dei Successori.

dal libro di shaykh Muhammad Abû Shahbah

“Al-Isrâ’îliyyât wa-l-Mawdû’ât fî Kutub at-Tafsîr”,

Edizioni “Maktabat as-Sunnah”, 4ª ed., Il Cairo 1988

fonte: Islamophile


[1] ‘Ulûm al-Hadîth di Ibn as-Salâh, pag. 263

 

[2] Egli mirava, con la redazione di quest’opera, a raccogliere gli ahadîth autentici che erano sfuggiti ai due Imâm, Bukhârî e Muslim, e che erano conformi ai loro criteri di autenticità, o almeno conformi ai criteri di uno dei due. Aggiunse poi una seconda parte, in cui classificò gli ahadîth che il suo ijtihâd personale lo aveva condotto ad autentificare, anche se non erano conformi ai precedenti criteri. Ma tale iniziativa non fu esente da errori.

[3] ‘Ulûm al-Hadîth commentato da al-’Irâqî, pag. 53

[4] Nuzhat an-Nadhar Sharh Nukhbat al-Fikr, pag. 43

[5] Fath al-Bârî, vol. 1, pag. 167

[6] Sahîh al-Bukhârî, Libro dell’Esegesi, Sûratu-l-Baqara, sezione “Chi di voi ne testimoni l’inizio, digiuni!”

[7] Citato da Abû Nu’aym in Hilyat al-Awliyâ’ e narrato da Suyûtî in Al-Itqân, vol. 2, pag. 187

[8] Sahîh al-Bukhârî, Libro dell’Esegesi, Sûratu-n-Nisâ’, sezione “E se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani”

[9] Al-Itqân, vol. 12, pag. 179

[10] Muqaddima fî usûl at-Tafsîr (Introduzione ai fondamenti dell’Esegesi), pag. 50

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