Donne che c’insegnano che probabilmente si può essere più emancipate portando il burqa, e non vestiti corti neri firmati Versace…


L’articolo che trovate di seguito proviene da un (almeno per me) sconosciuto blogghetto che mai al mondo avrei letto se non l’avesse segnalatoKhadiSakinah di An-Nisâ’, jazahAllahu khayran.

Mi sento in dovere di farlo precedere dal commento molto opportuno del fratello OneMuslim, invitandovi a leggere qualcosa a proposito della democrazia ancheQUI, inshaAllah:

“…la scrittrice dice cose sensate e altre inaccettabili per i musulmani, non è per far polemica, ma mi sento in dovere di precisare che la democrazia (e quindi il voto) non fa parte dell’islam, ne per l’uomo ne per la donna, quindi non può essere preso come indizio di “emancipazione femminile”, anzi!…
“l’emancipazione” dell’essere umano è nell’islam, ogni passo che fa verso l’islam lo fa più emancipato, .. ogni passo che lo allontana dall’islam lo abbassa (…)” (One Muslim)

Detto ciò, ecco qua mashaAllah una donna occidentale non musulmana per cui sto facendo (e vi invito a fare) tanti du’a, perché Allah Ta’ala la guidi e la protegga âmîn…

Mani sporche d’inchiostro

Se dovessi scegliere un’immagine simbolo dell’emancipazione femminile relativa a quest’anno, sceglierei senza dubbio, quella che ritrae le donne irachene con le mani sporche d’inchiostro che sono andate a votare.

Donne che a costo della loro vita, hanno voluto esercitare un loro diritto, e contemporaneamente fare il loro dovere.

Esserci, da protagoniste, all’appuntamento con la storia.

Più ancora del primo regista donna, avvolta in uno scintillante e meraviglioso abito, al quale va comunque la mia ammirazione, a queste donne coperte, nascoste nei loro castigati veli neri.

Donne che c’insegnano che probabilmente si può essere più emancipate portando il burqa, e non vestiti corti neri firmati Versace.

Donne che se scelgono di portarlo, e non sono costrette, a volte anche con la violenza, e oggi più che mai ciò va combattuto e denunciato con forza, forse, sono più avanti noi.

Pur ponendosi in posizione subalterna rispetto il loro uomo.

Noi ci sentiamo migliori di loro, spadroneggiando spesso a casa, i nostri uomini, per poi essere belle, seduttive, e disponibili (in termini di tempo) al di fuori delle nostre mura domestiche.

Regaliamo a chi ci vive da fuori un abbigliamento curato, un trucco impeccabile e a volte indossiamo autoreggenti e diamo il meglio di noi, per poi riservare ai nostri uomini e ai nostri figli spesso pigiami di flanella, tute e stress e malumori.

Non è un caso che negli sketch siamo rappresentate come tiranne isteriche, interessate maggiormente ai centri commerciali, che non alla cura dei nostri figli.

E non diciamoci che dobbiamo piacere a noi stesse, perché se così fosse saremmo sempre uguali dentro e fuori casa.

Ma lo siamo? Secondo me non sempre e sicuramente non tutte.

Ci sono donne che neanche ai figli dedicano il tempo che meritano, sentendosi, strafighe pazzesche, wonderwomen con dichiarazioni del tipo “malgrado la gravidanza non perderò neanche un giorno di lavoro”.

Come se fosse una cosa bella, come se le donne che si sono battute per ottenere i diritti, legati alla condizione di lavoratrici madri, fossero state delle coglione.

E chi, non avendo, soldi e forse anche voglia per usufruirne, fossero delle fannullone o mezze donne.

Come se tutto il mondo, tranne quell’innocente creatura che tu stessa hai chiamato alla vita, a volte per capriccio, a volte perché “lo faccio ora finche l’orologio biologico me lo permette” avesse più bisogno di te.

Come se poi questi bambini delegati, PER SCELTA (e non per triste bisogno) alle tate, ai nidi, alla tv, alle baby sitter, avessero bisogno di una mamma super attenta che ricerca nella presunta incapacità della scuola e degli insegnanti, i motivi degli effetti devastanti che hanno sulla crescita dei loro “serenissimi ed educatissimi principi delfini”, le troppe volte che la mamma non c’era.

A volte non c’era nei primi mesi dopo il parto, pur avendone il diritto, perché doveva tornare subito a lavorare.

Non c’era per allattare, perché è stressante, richiede TEMPI E PASIENZA INFINITA, e poi il seno cade, e poi devo dormire, e poi devo riprendere a fumare prima possibile, e poi figurati con tutto il lavoro che ho da fare.

Molte si giustificano, “non ho latte”, succede, come succede che per motivi di salute (magari bisogna prendere dei farmaci) non si allatta, ma a pochi animali succede, e moltissime donne che si sentono moderne, occidentali.

E questo è solo l’inizio di anni di carenze, che poi vengono fuori spesso in comportamenti difficili a scuola, non perché nella scuola ci sono gli orchi cattivi.

Ma perché a scuola fisicamente, per almeno cinque ore, c’è qualcuno che è lì solo per tuo figlio, qualcuno del quale può attirare l’attenzione, perché c’è.

E allora impariamo dalle bestie ad essere femmine, con il proprio compagno e con i propri figli.

E impariamo dalle donne con il velo nero ad esercitare i propri diritti.

Senza snobbarli, solo perché li abbiamo trovati belli e pronti e non dobbiamo combattere per essi.

Impariamo quando votiamo che non possiamo scegliere un candidato con la logica del telecomando.

Impariamo a non essere donne a disposizione di nessuno.

A essere donne “più intelligenti che belle” fuori casa, e poi in guepiere per il proprio uomo.

A rifiutare la logica secondo la quale, se nel lavoro come nella politica le quota rosa devono esserci, meglio che siano belle, profumate e ben vestite.

A rifiutare la logica becera di chi, a una madre precaria di 36, che lotta per il proprio diritto al lavoro, e a difesa della scuola pubblica, risponde “signorina, lei è giovane e carina, non stia a lamentarsi”.

Come se bastasse questo per fare tutti lavori.

Non so in altri settori più vicini al ministro Castelli, che ha fatto tali gravissime affermazioni, ma per essere insegnante non basta per poter lavorare, anzi non è fortunatamente un “titolo” preferenziale come in parlamento.

E impariamo anche, che forse per fare politica è meglio esercitare con consapevolezza il proprio diritto al voto, che non essere le bambole dei ventriloqui uomini, perché da una figura femminile, con la faccia giusta, e gli occhiali giusti, certe cose suonano meglio.

E che forse si può essere più moderne e libere con un burqa nero, e le mani sporche d’inchiostro che non in vestiti succinti facendo, come farfalle, le unghia con il french in una tastiera di un pc.

Linda Gianguzzi

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