Bilâl Ibn Rabbâh (che Allah l’Altissimo sia soddisfatto di lui)

بسم الله الرحمان الرحيم

Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

 

La vita dei Sahabah (r)

 

Bilâl Ibn Rabbâh

(che Allah l’Altissimo sia soddisfatto di lui)

 

‘Umar ibn al-Khattab (r) disse, parlando di Bilâl:

“Abu Bakr (r) è il nostro Maestro, ed ha affrancato il nostro Maestro”

Prima della sua conversione all’Islam, Bilâl ibn Rabbâh (r) non era che un semplice schiavo, appartenente ai Banu Jumah e, più precisamente, a Umayya Ibn Khalaf, uno dei dignitari dei Quraysh.

Era stato portato a Makkah dalla lontana Abissinia, insieme a sua madre, per essere venduti come schiavi.

Dopo essersi ritrovato schiavo di Umayya ibn Khalaf, la vita di Bilâl (r) cominciò ad essere ritmata da lavori pesanti nella casa o nelle terre in cui veniva sfruttato dal suo padrone. Questo sembrava essere il suo destino, finché la sua vita non subì una svolta, facendolo entrare nella storia Islamica per l’eternità.

In effetti, ascoltando le discussioni del suo padrone con i suoi invitati, Bilâl (r) venne a sapere che Muhammad (s) dei Bani Hashim, che tutti i Meccani conoscevano per la sua onestà e la sua grande saggezza, aveva cominciato a predicare una nuova religione. Bilâl (r) ascoltava le notizie di quest’uomo (s) che predicava l’Unicità di Allah (SWT) e l’uguaglianza di tutti gli uomini, qualunque fosse il loro colore, e man mano che veniva a conoscenza di queste notizie, sentiva il suo animo fremere e trasalire di fede e d’amore. Questo schiavo maltrattato e avvilito dai suoi padroni per il colore della sua pelle, gustava ora la fede che libera il corpo e l’anima da tutte le servitù che non siano quella verso Allah (SWT). Sentiva di poter essere finalmente un uomo libero, liberato da tutte le catene che gli legavano il corpo e l’anima. Andò a trovare il Messaggero di Allah (s) e gli annunciò la sua conversione.

La notizia della Shahadah di Bilâl (r) suscitò la collera e lo stupore tra i Quraysh, che vedevano con rabbia il messaggio di Muhammad (s) raggiungere perfino i loro schiavi. Umayya si sentì disonorato dinanzi ai suoi concittadini che gli rimproveravano di non aver vigilato con fermezza sul suo schiavo. Folle di rabbia, Umayya fece subire a Bilâl delle torture crudeli e orribili. I suoi torturatori lo portavano nel deserto sotto il calore accecante del sole di mezzogiorno e lo stendevano sulla sabbia rovente, buttandogli poi addosso delle grosse pietre che gli schiacciavano il petto. Questo terribile supplizio si ripeteva ogni giorno, ma senza che ciò lo convincesse a rinnegare l’Islam. Tutto ciò che usciva dalla sua bocca erano parole attestanti l’Unicità di Allah (SWT): “Unico! Unico! Ahad! Ahad! Allah è Unico!”.

I torturatori cercavano di fargli ripetere i nomi delle loro false divinità, Lat e ‘Uzza, ma Bilâl (r) non li ascoltava nemmeno, assorto com’era nella contemplazione della grandezza divina: “Ahad…Ahad!” era la sola risposta alle ingiunzioni dei torturatori. Umayya ibn Khalaf era il più ostinato, non cessava di picchiarlo dicendogli: “O schiavo maledetto! Non ci hai portato altro che problemi! Per Lat e ‘Uzza, farò di te un esempio dell’obbedienza che gli schiavi devono ai loro padroni!”.

Fu proprio mentre diceva queste parole che passò di lì Abu Bakr (r), che vedendo il triste spettacolo esclamò: “Ucciderete un uomo solo perché dice: Allah è il mio Signore?”. Si rivolse quindi a Umayya e gli disse: “Chiedi il prezzo che vuoi e affrancalo!”. Il padrone di Bilâl (r), che proprio non sapeva cosa avrebbe potuto farsene di quello schiavo, accolse la proposta di Abu Bakr (r) come un’ancora di salvataggio, tanto più che quest’ultimo era pronto a pagare il suo prezzo. Rese quindi la libertà a Bilâl (r) facendosi pagare una forte somma. Bilâl (r) era adesso un uomo libero. Sbarazzato della servitù degli uomini, non avrebbe mai più avuto altro Padrone al di fuori di Allah (SWT), l’Unico, per il Quale aveva accettato tutte le dolorose prove e tutti i sacrifici. Mentre Bilâl (r) si allontanava in compagnia del suo salvatore, Umayya gridò ad Abu Bakr: “Prenditelo! Per Lat e ‘Uzza, te l’avrei venduto anche solo per un’oncia!”. Ma Abu Bakr (r) gli rispose: “Per Allah, anche se tu mi avessi chiesto cento once per il suo riscatto, te le avrei pagate!”.

Fu così che Bilâl entrò nella Ummah benedetta del primo gruppo di Credenti. Il Messaggero di Allah (s) lo accolse a braccia aperte e gli riservò un posto di riguardo nella Comunità Islamica.

Fin dai primi tempi della predicazione dell’Islam, la formula dell’appello alla preghiera fu un argomento molto sentito dal Messaggero di Allah (s) e dai suoi Sahaba (r), che volevano chiamare all’orazione distinguendosi, però, dalle formule usate da Ebrei e Cristiani. Dopo aver discusso tra loro, i Compagni (r) optarono per la voce umana, che avrebbe dovuto far sentire fino all’orizzonte l’appello alla preghiera e l’Unicità di Allah (SWT). Il Messaggero di Allah (s) pensò dunque a Bilâl, che aveva la voce più bella e forte. Lo chiamò e gli affidò il compito di chiamare alla preghiera e alla salvezza cinque volte al giorno. Da quel momento, i Sahaba (r) ascoltarono l’Azan dalla voce del loro Compagno (r).

Dopo l’Hijrah, quando i Musulmani si apprestavano al confronto armato con i Quraysh a Badr, anche Bilâl (r) era con loro. Si distinse, quel giorno, per il suo coraggio e il suo impegno, proporzionati alla sua fede e al suo amore per l’Islam. Era pronto a sacrificare qualunque cosa per difendere quella fede per la quale aveva sopportato tanto. Quando le due armate si affrontarono, Bilâl (r) era tra i primi ranghi dei combattenti. Voleva difendere col suo corpo, che i miscredenti avevano così seviziato, il Messaggero di Allah (s) dalle frecce e dalle lance che rischiavano di colpirlo. Ad un tratto, vide il suo vecchio padrone e torturatore Umayya ibn Khalaf, in mezzo al campo di battaglia, sempre arrogante com’era sua abitudine. Bilâl (r) si lanciò verso di lui gridando: “La testa della miscredenza, Umayya Ibn Khalaf! Che io non sia risparmiato se mi scappa!”. Un altro gruppo di Sahaba lo seguì e circondò Umayya, che si teneva stretto ad uno dei suoi figli. Qualche istante dopo, il corpo senza vita di Umayya giaceva per terra sul campo di battaglia. Bilâl (r) non si era vendicato per se stesso; vedendo Umayya dinanzi a sé, aveva visto l’incarnazione del politeismo, dell’arroganza, del male, in una parola di tutto ciò che era la negazione dell’Islam. Non esitò quindi a mettere in condizione di non nuocere questo nemico di Allah, che aveva impiegato tutte le sua capacità fisiche e materiali nella lotta contro l’Islam. La morte di Umayya e di altri dignitari Quraysh suonò come la sconfitta dei pagani. Bilâl (r) tornò invece vittorioso a Madinah insieme al Messaggero di Allah (s) e agli altri Sahaba, che Allah sia soddisfatto di tutti loro.

A Madinah, Bilâl (r) non rimase mai lontano dal Profeta Muhammad (s), di cui fu uno dei più fedeli Compagni. Viveva con gli “Ahl as-Suffa” (la Gente della Panca), i più poveri tra i Sahaba (r), che abitavano accanto alla moschea del Profeta (s) e avevano consacrato la maggior parte della loro esistenza all’adorazione di Allah (s) e al servizio del suo Messaggero (s). Bilâl (r) non amava ricevere complimenti, e a chi glieli rivolgeva rispondeva: “Non sono che un abissino. Poco tempo fa, ero schiavo”.

Il Messaggero di Allah (s) lo amava molto per la sua fede. Un giorno, una disputa verbale oppose Abu Sufyan a Bilâl, Salmân e Suhayb (che Allah si compiaccia di tutti loro). Questi ultimi gli rimproveravano la sua antica animosità nei confronti dell’Islam. Abu Bakr (r), che aveva sentito le loro parole, disse loro: “Come potete dire questo al decano e capo dei Quraysh?”, quindi andò ad informare il Messaggero di Allah (s), che gli rispose: “Li hai forse offesi, o Abu Bakr?”. Abu Bakr (r) si recò dunque a chiedere perdono ai tre pii Compagni (r).

Quando alcuni dignitari Quraysh chiesero al Messaggero di Allah (s) di cacciare dalla sua assemblea Bilâl e alcuni altri Compagni (r) tra i più deboli, un versetto del Sublime Corano fu rivelato dall’alto sei sette cieli per mettere in guardia il Profeta (s) contro una tale eventualità:

Non scacciare quelli che al mattino e alla sera invocano il loro Signore. Bramano il Suo Volto. Non renderai conto di loro e non renderanno conto di te. Se li scacciassi saresti tra gli ingiusti.

Corano VI. Al-An’âm, 52

 

Ciò prova il merito e il valore che questi Sahaba (r) avevano nella società Islamica.

Ciò fu reso ancor più evidente dopo la gloriosa riconquista di Makkah. Questo avvenimento fece epoca nell’Islam, poiché era la prima volta nella storia umana che la conquista di una città avveniva in modo pacifico e senza rappresaglie contro i vinti.

Alla testa di circa diecimila Musulmani, il Messaggero di Allah (s) tornò a Makkah, da cui era stato scacciato una decina di anni prima. I suoi concittadini, che l’avevano combattuto e l’avevano obbligato ad emigrare a Madinah erano profondamente inquieti e perplessi sulla sorte che egli (s) avrebbe riservato loro. Ma il Profeta (s) non li lasciò a lungo nell’incertezza, annunciando loro:“Andate, siete liberi!”.

Un grande sollievo percorse la comunità, che quel giorno comprese quanto il Messaggio recato dal Profeta Muhammad (s) fosse nobile e pieno di Misericordia. Fu con uno spontaneo e vibrante Allahu Akbar che questa stessa comunità accolse la distruzione degli idoli che per tanto tempo aveva adorato con ignoranza e ostinazione. Da quel momento, era solo Allah, l’Unico, l’incomparabile, che i Quraysh avrebbero adorato per sempre.

In una Makkah purificata dalla sozzura del paganesimo, fu a Bilâl (r) che toccò l’onore di chiamare per la prima volta alla preghiera. Sul tetto della Ka‘ba, intonò con la sua voce calda e dolce l’Azan, che non cesserà mai di essere intonato a Makkah, fino alla fine dei tempi.

Questo illustre Compagno (r) visse accanto al Profeta Muhammad (s), rispettato e amato per la sua pietà. Ogni volta che l’ora della chiamata alla preghiera si avvicinava, il Profeta (s) gli diceva: “Facci riposare con la preghiera, o Bilâl!”.

Ma venne il giorno in cui il pio Compagno (r) non volle più chiamare alla Salat. Dopo la morte del Messaggero di Allah (s), andò a trovare Abu Bakr (r), il primo Califfo, e gli chiese l’autorizzazione di partire per dedicarsi al Jihâd sulla Via di Allah (SWT). Il Califfo gli rispose: “Chi dunque chiamerà alla Salat, o Bilâl?”. Ma egli, mestamente, replicò: “Non potrei più fare l’Azan dopo la morte del Messaggero di Allah (s)”.

Abu Bakr (r) insistette: “Resta, Bilâl, e fai l’Azan per noi”. Ma Bilâl (r) rispose: “O Abu Bakr, se tu mi hai affrancato perché io fossi al tuo servizio, fai di me ciò che vuoi; ma se l’hai fatto per amore di Allah (SWT), allora lasciami al servizio di Colui per il Quale mi hai liberato”. Abu Bakr (r) gli disse allora: “Oh Bilâl, non ti ho affrancato se non per amore di Allah!”.

E gli permise di recarsi dovunque volesse. Bilâl (r) andò a Damasco e vi si stabilì, consacrandosi all’adorazione di Allah (SWT) e al Jihâd nella Sua Via.

Un giorno, durante una visita del Califfo ‘Umar (r) a Damasco, i Musulmani insistettero perché chiedesse a Bilâl (r) di fare l’Azan all’ora della preghiera. ‘Umar (r) insistette tanto che alla fine Bilâl (r) accettò. Ma alla pronuncia del nome di Muhammad (s) il suo antico dolore lo colse e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Tutti i Musulmani, compreso il Califfo ‘Umar (r), piansero insieme a lui.

Bilâl (r) visse i suoi ultimi anni a Damasco, tra l’ammirazione e il rispetto di tutti i Musulmani. Là morì e fu sepolto.

Bilâl (r) è ricordato come il simbolo della fermezza e del sacrificio della fede dinanzi alle prove e alle vicissitudini che questa implica.

Che possa riposare nella Beatitudine e nella Felicità dell’Unico, per il Quale tanto soffrì nel basso mondo.

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