Intervista alla moglie di shaykh ‘Umar AbdurRahman (che Allah lo liberi)


‘Aisha Hasan Muhammad Sa‘d, sposa di shaykh ‘Umar AbdurRahman, leader spirituale della Jama‘at Islamiya (Gruppo Islamico) egiziana, prigioniero negli Stati Uniti da 17 anni, parla della speranza di rivedere suo marito libero. Commenta gli sforzi compiuti in questo senso, in particolare della mediazione del predicatore Yusuf Al-Qaradhawi col principe del Qatar, e del negoziato con l’amministrazione americana al fine di trasferirlo in Qatar.

La moglie di shaykh ‘AbdurRahman aggiunge che l’amministrazione della prigione ha vietato a tutti i membri della sua famiglia, eccetto lei, di parlare al telefono con lo shaykh, tenendo conto del fatto che si tratta della sua prima sposa. Shaykh AbdurRahman è stato condannato all’ergastolo nel 1995, accusato di aver progettato degli attentati a New York. Ha poi evocato, durante l’intervista al Cairo con il giornale “Middle East”, che egli non avrebbe mai pensato di essere separato così a lungo dalla sua famiglia.

‘Aisha racconta la storia di suo marito cieco, quand’ella era professoressa di inglese nella provincia di Bani Suwayf (a 119 km al sud del Cairo), e ricorda come suo padre non le disse immediatamente che egli era cieco, volendo dapprima farle notare il suo buon carattere. La moglie dello shaykh ci parla del sentimento di gelosia che la invase quand’egli si sposò per la seconda volta, e aggiunge che – oggi – lo farebbe sposare, quando sarà liberato, con una giovane, poiché “ormai siamo vecchie” dice [riferendosi a se stessa e alla sua co-sposa]. Ecco i dettagli dell’intervista:

‘Aisha Hasan Muhammad Sa‘d con uno dei figli dello shaykh

Domanda: Le chiamate sono pianificate?

Risposta: No, non vi sono scadenze precise tra le telefonate, talvolta ogni 15 giorni, o 20, altre volte [aspettiamo] diversi mesi. Dopo l’11 settembre, non abbiamo più avuto sue notizie per 6 mesi, e non sapevamo più nulla di lui. Ciò ha provocato nei suoi figli e in tutta la famiglia una grande inquietudine.

D: Siete in contatto attraverso una linea fissa o un cellulare?

R: Il contatto non è possibile se non attraverso una linea fissa precisa. Avremmo voluto essere messi in contatto con lui sul nostro cellulare, nel caso in cui dovessimo viaggiare, ma l’amministrazione della prigione ha rifiutato. Ormai, devo aspettare la sua chiamata per viaggiare, perché temo di lasciarmela sfuggire.

D: Ci sono altre persone della famiglia, per esempio la sua seconda sposa, che siano autorizzate a parlargli?

R: Purtroppo, nessuno eccetto me è autorizzato a parlargli. La sua seconda moglie (Umm ‘Ammar), i suoi figli e particolarmente sua sorella soffrono moltissimo di non potergli parlare, confidandogli i loro sentimenti nei suoi confronti. Quando arriva una telefonata, devono prima verificare che sia proprio io all’apparecchio. Se non sono io, riattaccano e non sentiamo più nulla. Dopo qualche minuto, giunge un’altra chiamata, e un messaggio preregistrato ci indica che io devo essere la sola a parlare, poi lo rimettono in linea.

D: E come mai tutto questo?

R: Per essere onesta, noi ignoriamo la ragione per cui fanno ciò. Abbiamo cercato di contattare l’amministrazione attraverso il nostro avvocato per avere una risposta, ma non l’abbiamo mai ricevuta. Non ci hanno mai comunicato i dettagli riguardo i contatti che può avere, il suo trattamento, i motivi del suo isolamento, e ancora altre questioni. In effetti si tratta di un caso particolare, e nessun altro è mai stato trattato in questo modo, né prima né dopo. Perfino i detenuti di Guantanamo sono trattati meglio di lui.

D: Quanto tempo è autorizzata a parlare con lo shaykh Umar AbdurRahman?

R: Non si possono superare i 15 minuti, e sarà sul conto di Umar AdburRahman.

D: A quando risale l’ultima volta che lo avete visto faccia a faccia?

R: L’ultimo incontro che ho avuto con lui risale a 10 anni fa, quando mi recai a trovarlo in prigione negli Stati Uniti, con suo fratello Al-Hajj Ahmad (rahimahullah), che morì 2 mesi dopo essere tornato da questa visita. Prima di andare a trovarlo, aveva invocato Allah dicendo: “Yâ Allâh! Non riprendere la mia anima prima di avermi permesso di vedere Umar”.

D: Quali sono le formalità legate alla visita, in cosa consiste la procedura?

R: Noi non potemmo incontrarlo se non dopo aver ottenuto un’autorizzazione, per me e suo fratello Hajj Ahmad. Nessuno dei suoi figli fu autorizzato ad entrare. Quando entrammo in prigione, non avemmo il diritto di portare nulla, né una penna, né un profumo. Non potemmo nemmeno stringergli la mano, ci separavano due metri, e quando entrammo egli era già seduto ad attenderci.

D: Sapeva che sarebbe rimasto in prigione così a lungo?

R: No, non si aspettava di restarvi così a lungo, ma pone continuamente speranza in Allah (‘azza waJalla), e la sua situazione è nelle mani di Allah (‘azza waJalla). Ciò non significa che non facciamo ciò che siamo obbligati a fare, ossia assumere un avvocato per difendere i suoi diritti, fare in modo di migliorare le sue condizioni di detenzione, parlare alle associazioni di difesa dei diritti umani, inviare delle lettere al presidente americano, e altri mezzi.

D: Ha notato se la sua voce sia cambiata?

R: Non vi è dubbio che la sua voce sia cambiata, a causa della vecchiaia, della malattia, e il timbro è diverso da prima, dai tempi in cui era con la sua famiglia; ma ciò non significa che non sia di buon umore. Ci parla con senso dell’umorismo per trasmetterci un po’ di serenità e farci ridere.

D: Vi parla delle sue condizioni di detenzione in prigione?

R: Non si esprime su questi argomenti, a meno che non lo “spingiamo” un po’. Ogni volta che gli poniamo domande riguardanti il suo stato di salute in prigione, ci risponde: non vi preoccupate. Non vuole inquietarci, così come era solito fare prima della sua detenzione; la sua fede è forte, alhamdulillah, e non desidera mostrare le sue debolezze. Ascolta i nostri problemi, le nostre lamentele e cerca di risolverle, più di quanto noi ascoltiamo lui.

D: Vi parla della sua alimentazione e del suo abbigliamento?

R: Ciò che so e che è sicuro, è che non mangia carne, per timore che vi mettano del porco senza che se ne possa accorgere. Ci ha detto che gli servono del pesce lesso e si prepara del tè.

D: Dal suo timbro di voce, o anche attraverso le sue parole, pensa che nutra la speranza di uscire un giorno di prigione?

R: Sì, segue gli sforzi che facciamo perché possa uscire. Talvolta, ci dà anche dei consigli. Per esempio, gli abbiamo detto che Yusuf Al-Qaradhawi stava negoziando la sua estradizione in Qatar, e ci ha posto molte domande a questo proposito. Ci ha anche interrogato a proposito del suo avvocato americano, Ramsey Clarck, se avesse fatto la tale o la tale cosa. La sua speranza di uscire di prigione è grande.

D: Come moglie, cosa gli dice durante le telefonate?

R: Gli parlo sempre di ciò che lo rende felice e gli ricordo i bei momenti passati che lo fanno ridere. Gli ho detto che sua moglie Umm ‘Ammar ed io siamo vecchie ormai, e che speriamo di farlo sposare con una ragazza. Gli dico anche delle parole che lo aiutino a pazientare e gli dico che la via d’uscita è prossima inshallah.

D: Ci dica: quali sono i migliori ricordi che ha di suo marito, e quali sono i luoghi migliori che avete visitato insieme?

R: Il luogo migliore che ho visitato con mio marito è l’Arabia Saudita, vi abbiamo soggiornato per 3 anni. Vi abbiamo passato i momenti migliori insieme. Lavorava all’università vicina a casa nostra, e io insegnavo inglese alle bambine a scuola. Quando eravamo a casa, passavamo dei bei momenti con i figli, insegnavamo loro il Corano e li educavamo. Ho molto approfittato della sua presenza a quel tempo.

D: Come vi siete sposati?

R: Quando mi ricordo del nostro matrimonio, mi chiedo come sia potuto accadere, poiché non lo conoscevo, e non lo conosceva nemmeno mio padre, né alcun altro membro della nostra famiglia, ma è Allah che l’ha decretato. Mio padre (che Allah abbia misericordia di lui), era seduto come al solito alla moschea. Due onorabili shaykh l’hanno interrogato riguardo shaykh Abdur Ra’uf, l’Imam della moschea, ma mio padre non riusciva a trovarlo. Si scusò con loro, ed essi si sedettero accanto a lui. Dissero a mio padre che venivano dalla provincia di Fayyum. Mio padre disse loro (parlando di me) che sua figlia insegnava inglese laggiù. Allora, uno dei due shaykh gli chiese: “È sposata?”. Mio padre rispose: “No”. Lo shaykh chiese allora: “Hai già sentito parlare dello shaykh Umar AbdurRahman?”. Mio padre rispose: “Sì, ho già sentito parlare di lui, desideravo ascoltare il suo sermone del venerdì”. Allora, egli disse a mio padre: “Cerchiamo una moglie per il dottore, e vorremmo chiedere sua figlia”.

D: Sapeva che il suo futuro marito era cieco?

R: Mio padre rientrò a casa e mi disse che mi aveva trovato un buon marito, un erudito e un professore all’università. Mi parlò delle sue buone qualità, infine mi disse che era cieco. In quel momento, diversi pensieri e sentimenti si agitavano in me, come una ragazza che vuole vivere la sua vita. In quel mentre, risposi a me stessa: sei felice di sapere che è un uomo di scienza, professore all’università, ma sei costernata e infastidita perché è cieco. Dov’è la tua fede e il tuo impegno religioso? Dove sono le tue preghiere e la tua adorazione? Siamo più preoccupate dell’apparenza di questi uomini, piuttosto che stare al loro fianco, sostenendoli nella via… Allora, ho risposto chiaramente a mio padre: “Accetto”. Mio padre consultò i dirigenti dei Fratelli Musulmani, che gli raccomandarono di essere indulgenti con shaykh Umar, per proteggere questo gigante dell’Islâm.

D: Ha provato della gelosia quando egli si è sposato con un’altra donna?

R: Non vi è alcun dubbio sul fatto che si tratti di un sentimento naturale nella donna. Anche nostra madre ‘Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) era gelosa. Ma, lode ad Allah, abbiamo vissuto una buona vita religiosa, colma di misericordia, di fratellanza e di amore fillah.

D: Ha parlato con qualche funzionario, perché aiutasse a liberare il dirigente del gruppo Al-Jama‘at Al- Islamiya?

R: Non ho parlato con nessuno. Sono i miei figli (in particolare Abdullah) che si occupano di questo. Quando mio figlio Muhammad (il leone di Allah) è tornato, ha inviato delle lettere ad alcuni funzionari, per richiamare la loro attenzione sul caso di suo padre, e perché lavorassero per ottenere la sua liberazione, o anche il trasferimento in un’altra prigione, fuori dall’America.

Per esempio, potrebbe essere posto agli arresti domiciliari con la sua famiglia in Egitto, o in prigione, o in qualsiasi altro paese che volesse accogliere il dottor AbdurRahman; e noi siamo pronti a rispettare le loro condizioni, finché esse non implichino la disobbedienza ad Allah (‘azza waJalla).

La traduzione è stata condotta sulla versione francese, (jazakallahu khayran Asserun)

Fonte originale: Asharq Al-Awsat

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