Il giudizio legale riguardo al matrimonio con le donne della Gente del Libro nella nostra epoca

Domanda 1421

Il giudizio legale riguardo al matrimonio con le donne della Gente del Libro nella nostra epoca

Nel nome di Allah, il sommamente Misericordioso, Colui Che dona misericordia

Pace e benedizioni sul Messaggero di Allah.

[So] che è permesso sposare una donna appartenente alla Gente del Libro, e che è proibito sposare un’associatrice (politeista). Tuttavia, ciò che possiamo constatare è che la Gente del Libro è [composta] di associatori, poiché i cristiani dicono: “Dio è il Messia, figlio di Maria”, e anche i giudei attribuiscono associati ad Allah.

Fanno dunque parte della Gente del Libro [le donne dei quali ci sono lecite in matrimonio]?

Barakallahu fikum, e che Allah vi ricompensi nel modo migliore.

Mujâhid fî sabîlillah.

Risposta:

Nel nome di Allah, il sommamente Misericordioso, Colui Che dona misericordia.

Pace e benedizioni sul Messaggero di Allah.

Per determinare il giudizio legale riguardante il matrimonio con le donne appartenenti alla Gente del Libro, conviene osservare la questione sotto due aspetti.

In primo luogo, a livello del giudizio legale di base.

Secondariamente, a livello [della valutazione] dei benefici e dei danni che deriverebbero [da tale unione].

In primo luogo: il matrimonio con le kitâbiyyât[1] è permesso, e ciò costituisce il giudizio legale di base. È l’opinione adottata dalla maggioranza degli antichi sapienti (al-jumhûr), in virtù della parola dell’Altissimo:

Oggi vi sono permesse le cose buone e vi è lecito anche il cibo di coloro ai quali è stata data la Scrittura, e il vostro cibo è lecito a loro. [Vi sono inoltre lecite] le donne credenti e caste (al-muhassanât), le donne caste (al-muhassanât) di quelli cui fu data la Scrittura prima di voi, versando il dono nuziale – sposandole, non come debosciati libertini… (Corano V. Al-Mâ’idah, 5)

Muhammad At-Tâhir, nella sua esegesi, ha detto: “Così, la maggior parte dei sapienti ha sostenuto la permissibilità per l’uomo musulmano di sposare unakitâbiyya, contrariamente all’associatrice o alla zoroastriana. Questa è l’opinione adottata dai quattro imâm, così come da Al-Awzâ’î e At-Thawrî” (At-tahrîr wa-t-tanwîr).

Al-Qurtubî nella sua esegesi ha detto: “Si riporta che Ibn ‘Abbâs (radiAllahu ‘anhu) commentò il versetto:

le donne caste di quelli cui fu data la Scrittura prima di voi

dicendo: “ciò è valido per quelle che sono legate ai musulmani da un patto, ma non per quelle di dâr al-harb[2]”. Altri hanno sostenuto che fosse permesso sposare sia quella avente lo statuto di dhimmiyya[3], che la muhâriba[4], a causa della portata generale del versetto. Si riporta ugualmente che Ibn ‘Abbâs abbia detto: “Al-muhâssanât” designa le caste, sane di mente”.

Tuttavia, i sapienti hanno esposto alcune condizioni [che conviene rispettare prima di intraprendere un] matrimonio con delle donne appartenenti alla Gente del Libro, quali la castità e la purezza di queste donne, il fatto [per l’uomo musulmano] di essere al riparo dalla fitna per la propria persona e per la propria discendenza, e il fatto di non trascurare le donne musulmane. Occorre altresì che la sua appartenenza alla Gente del Libro sia una realtà compiuta, [esiste però] una divergenza su questo punto, dettagliata nelle opere di giurisprudenza.

In quanto al fatto che [i cristiani] dicano: “Dio è il Messia, figlio di Maria”, ciò non costituisce un impedimento che proibisca il matrimonio con le loro donne, poiché Allah ha permesso questo, allo stesso modo in cui ci ha permesso di mangiare la bestia che essi sgozzino, e il loro statuto di dhimmi è loro accordato malgrado tale dichiarazione.

In secondo luogo, a livello [di valutazione] dei benefici e dei danni che ne deriverebbero:

È noto che i giudizi legali cambiano in funzione del tempo e del luogo. Così, il muftî che abbia conoscenza dei testi scritturistici, deve applicarli alla realtà contestuale che egli vive e osserva attorno a lui, prima di emettere il giudizio legale [adeguato]. A partire da questa constatazione, è importante attirare l’attenzione su alcuni punti.

1 – All’epoca di ‘Umar ibn Al-Khattâb (radiAllahu ‘anhu), che era un’epoca in cui l’Islâm era all’apogeo della sua potenza e in cui i precetti dell’Islâm erano dominanti e non dominati, ‘Umar ordinò ai Compagni che avevano sposato delle donne appartenenti alla Gente del Libro, di separarsene.

In effetti, nella sue esegesi, Ibn Kathîr riporta: “Shaqîq riferì: “Hudhayfa sposò un’ebrea e ‘Umar gli fece pervenire uno scritto, ordinandogli di lasciarla. Hudhayfa gli rispose scrivendo: “Pretendi che ella mi sia illecita, per chiedermi di separarmene?”. ‘Umar replicò: “Non sostengo che ella ti sia illecita, ma temo che prendiate in spose le prostitute tra esse”. Ibn Kathîr dichiarò autentica la catena di trasmissione di questo racconto.

Abdur-Razzâq riportò in Al-Musannaf che ‘Âmir ibn ‘Abdillah ibn Nustâs disse: “Talha ibn ‘Ubaydillah sposò la figlia di un grande notabile giudeo, e ‘Umar si rivolse a lui insistendo perché la ripudiasse”.

Evidentemente, non spettava a ‘Umar di rendere il matrimonio con le kitâbiyyâtillecito, come menzionarono alcuni sapienti, perché disse: “non sostengo che ella ti sia illecita [in matrimonio]”, ma egli giustificò il suo ordine spiegando: “temo che prendiate in spose le prostitute tra esse”. Che cosa accadrebbe allora, se ‘Umar vedesse la situazione in cui ci troviamo ai giorni nostri? Ed è l’argomento che affronteremo al secondo punto.

2 – I musulmani vivono [attualmente] in situazione di debolezza, di disfatta, e sotto la dominazione delle leggi dei miscredenti tra i giudei e i cristiani. Vivono in assenza di uno Stato Islamico, in un ambiente il cui sistema giudiziario è retto da delle leggi fabbricate; tali leggi autorizzano l’apostasia e proteggono la miscredenza. La maggior parte delle volte, in caso di divorzio, la kitâbiyyaottiene la custodia dei figli attraverso l’intervento del consolato del suo paese di provenienza. Altre volte, i bambini sono rapiti e condotti nei paesi del kufr, dove finiscono col convertirsi al cristianesimo.

3 – La categoria di uomini che ricorre al matrimonio con le donne appartenenti alla Gente del Libro, è composta [per la maggior parte] da giovanotti poco religiosi, che hanno seguito le loro passioni e sono affascinati dalla civilizzazione occidentale. Generalmente, si tratta di storie d’amore che nascono prima del matrimonio. Di conseguenza, come potrà un giovane dalla fede così debole educare i suoi figli secondo i princìpi dell’Islâm, sapendo che sua moglie potrà bere l’alcol o portare una croce, senza che a lui sia possibile rimproverarla o impedirglielo? In effetti, l’imâm Mâlik dice nella Muqawwana: “[La sposa kitâbiyya] ha diritto a mangiare del porco, a bere l’alcol e a recarsi nella sua chiesa, senza che le sia impedito”.

4 – È rarissimo che un musulmano sposi una kitâbiyya orientale. Nella maggioranza dei casi, la kitâbiyya è occidentale. Ella si sentirà allora in posizione di forza rispetto al suo marito musulmano, proveniente da un paese sottomesso al suo stesso paese cristiano. In più, le leggi nei paesi occidentali saranno favorevoli alla moglie e andranno contro il suo marito musulmano, impendendogli di educare i suoi bambini secondo l’Islâm e secondo ciò che Allah ama e gradisce. In tali condizioni, questo tipo di matrimonio può forse realizzare l’obiettivo per cui è stato legiferato? Può forse essre un mezzo di da’wah e di propagazione del bene? Ed è possibile, anche solo a breve termine, proteggere i bambini dal pericolo potenziale di cristianizzazione cui dovranno far fronte? È forse in un tale contesto e in tali condizioni che i sapienti dell’Islâm hanno statuito la permissibilità e la legittimità di un tale matrimonio?

Di conseguenza, tenuto conto della giurisprudenza delle conseguenze e dei risultati[5] e tenuto conto della regola stipulante la necessità di ostruire le vie che possano condurre al pregiudizio[6], così come della regola secondo cui l’allontanamento dai danni è prioritario all’apporto de benefici, reputo che il matrimonio con le donne della Gente del Libro ai giorni nostri sia proibito, salvo che in caso di necessità.

Shaykh Abû Muhammad Ash-Shâmî

Fatawa al-Islam


[1] Al-Kitâbiyya (pl. Al-Kitâbiyyât) è il termine arabo designante la donna appartenente alla Gente del Libro, ossia la donna giudea o cristiana.

[2] Dâr al-harb: paesi che abbiano lo statuto giuridico di “terra di guerra”.

[3] Dhimmi (-yya al femminile): un non musulmano che viva sotto l’autorità di uno Stato Islamico, la cui comunità abbia concluso un trattato di resa chiamato “dhimma”, che garantisce [a tutti i membri della comunità] una determinata protezione, contro il pagamento di un’imposta denominata jiziyya.

[4] Al-muhârib (a al femm.): un miscredente che viva nella terra di guerra; ossia non legato ad un patto di protezione con i musulmani.

[5] La giurisprudenza delle conseguenze e dei risultati (Fiqh Al-Ma’âlât): regola e nozione importante nella scienza dei fondamenti della giurisprudenza (ussûl al-fiqh), che consiste nel tener conto delle conseguenze e degli esiti che potrebbero derivare dal compimento di determinate azioni, allo scopo di statuire correttamente in merito.

[6] In arabo: Sadd Adh-Dharâ’i’.

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