Camelia Shehata Zakher in attesa di al-Mu’tasim billah…


La storia di Calemia Shehata Zakher sembrerà senza dubbio banale ai mass media del kufr, che infatti si sono ben guardati dal menzionarla, ma non lo è per la diretta interessata, né per tutti i suoi fratelli e sorelle musulmani.

Camelia Shehata Zakher è una giovane donna egiziana di 25 anni, nata in una famiglia copta, insegnante di scienze naturali a Almenya. Sposata con Tadros Samaan, prete copto della chiesa ortodossa, ha avuto da lui un figlio maschio.

Tutti i suoi conoscenti, sia cristiani che musulmani, la ricordano per la sua buona educazione e la sua decenza; una donna, insomma, apprezzata da tutti, una madre di famiglia esemplare.

Amava leggere e scoprire il mondo. Si interessò all’Islâm e al Profeta Muhammad (sallAllahu ‘alayhi waSallam), a partire da un sermone sulle sue qualità, udito durante la khutba di una preghiera del venerdì, che ella ascoltò dal tetto di casa sua. Cominciò così a porre domande ai suoi colleghi di lavoro, trascorse del tempo a dialogare sull’Islâm, fino al momento in cui la verità si impose, tanto le prove erano evidenti. D’altra parte, si cominciò a notare la sua attrazione verso l’hijâb, che ella considerava come un simbolo di dignità per la donna. Accettò infine l’Islâm, dichiarando: “Testimonio che non vi è altra divinità all’infuori di Allah, e che Muhammad è il Suo Messaggero”, la professione di fede. Una piccola festa fu organizzata per l’occasione.

Per un anno e mezzo, dopo la conversione, ella rifiutò di compiere il dovere coniugale. Il fatto di essere sposata ad un prete complicava la situazione, poiché ella sapeva bene di non essere il primo caso di cristiana copta convertita all’Islâm, e conosceva altrettanto bene cosa fosse successo alle altre sorelle. In Egitto, sono noti tre casi simili, mediatizzati, tra cui quello di Wafa’ Constantine. Tutte le sorelle sono ritenute “scomparse”, senza apparentemente lasciare alcuna traccia. In verità, esse sono state rapite e sono attualmente tenute prigioniere all’interno di monasteri, nel tentativo di obbligarle a rinnegare l’Islâm.

Tadros Samaan, il marito di Camelia, dopo aver aperto un conto bancario a nome di sua moglie, versò le somme accumulate in maniera truffaldina durante gli anni passati come prete della chiesa copta; nonostante questo comportamento indubbiamente indegno di un “uomo di Dio”, non perdeva occasione per criticare gli abiti decenti indossati dalla sua sposa, trattandola da idiota perché non somigliava alle mogli degli altri preti.

Gli insulti quotidiani erano intollerabili, ma il suo neonato la tratteneva dal fuggire dal focolare domestico. Quando il bambino compì i sei mesi, però, esattamente il 17 luglio 2010, Camelia decise di lasciare suo marito e dichiarò il suo Islâm. Lasciò a suo marito un messaggio scritto, dicendogli che sarebbe tornata da sua madre.

In Egitto, appena una donna cristiana scompare, subito i copti gridano allo scandalo, accusando di solito del rapimento un musulmano innamorato. Anche in tal caso, le reazioni non si fecero attendere. Il padre di Camelia accusò un tassista.

Camelia si rifugiò a casa di un anziano musulmano, Abu Muhammad, padre di una famiglia numerosa, conosciuto e rispettato nella regione. Egli la ospitò per tre o quattro giorni, per permetterle di dare il via alle procedure legali. Abu Muhammad si era assicurato della veridicità della sua conversione all’Islâm prima di alloggiarla; in effetti, ella conosceva a memoria quattro parti del Corano, sapeva compiere le abluzioni ed era sempre pronta per la salât, ancora prima che risuonasse l’azân (appello alla preghiera).

Un altro personaggio chiave della storia, Abu Yahya, era un musulmano che si occupava dei problemi dei convertiti, sottoponendoli ad un esame prima di consegnare loro un certificato di conversione, col suo timbro di testimone a Al-Azhar.

Abu Yahya sentì parlare della storia di Camelia dai poliziotti che lo contattarono a due riprese, dopo la scomparsa delle donna, per conoscere la sua situazione. Si mise anche a fare delle ricerche su internet, ascoltando i notiziari. Notò le manifestazioni dei cristiani in seguito alla sua sparizione.

Poi, Abu Muhammad contattò Abu Yahya perché lo aiutasse nelle procedure, affinché la conversione all’Islâm di Camelia fosse certificata a Al-Azhar. Quest’ultimo accettò e li invitò a casa sua. Il tragitto fu lungo da Almenya fino al Cairo; Abu Muhammad giunse in compagnia di Camelia alle sei del mattino. Abu Yahya ingiunse dapprima a Camelia di tornare a casa di suo marito, nel caso in cui si fosse trattato di una disputa coniugale o di un capriccio. Ella rifiutò categoricamente, insistendo sul fatto di essere musulmana da un anno e mezzo.

Una volta che le carte furono pronte, essi si recarono ad Al-Azhar. Consegnarono le carte all’impiegato dell’ufficio incaricato di accogliere i neo musulmani. Tutto si svolse normalmente fino al momento in cui l’impiegato intese il nome di Camelia; aprì all’improvviso un cassetto, traendone dei documenti, e chiedendole se si trattasse proprio di Camelia Shehata, insegnante di 25 anni. Alla risposta affermativa, l’ufficio si trovò nella confusione più totale: l’impiegato dichiarò che ella avrebbe dovuto tornare l’indomani per essere interrogata da preti cristiani, allo scopo di assicurarsi dell’assenza di costrizione o di pressione esercitate sulla giovane donna.

La cosa più strana fu che l’impiegato lasciò l’ufficio, tornando dopo qualche minuto, per annunciare l’assenza del responsabile che avrebbe potuto avallare il documento.

Abu Yahya non aveva notizie dell’ufficiale di polizia. Una volta a casa, riuscì a contattarlo. Gli ordini dell’ufficiale erano chiari: non muoversi dal suo domicilio e tornare ad Al-Azhar soltanto l’indomani, poiché 10 autobus pieni di cristiani stavano partendo da Almenya, per impedire a Camelia di dichiarare ufficialmente il suo Islâm.

L’indomani, ricevette una chiamata dall’ufficiale, che gli ordinava di recarsi ad Al-Azhar per completare la procedura. In quanto ad Abu Muhammad, tornò ad Almenya per recuperare del denaro in caso ve ne fosse bisogno.

Abu Yahya partì dunque con Camelia e contattò un amico perché fosse il secondo testimone; il certificato era pronto, non mancava altro che il sigillo. Arrivarono ad Al-Azhar, e si accorsero con stupore che le forze di sicurezza, attorniate da preti copti, chiedevano all’entrata un documento d’identità. Malgrado ciò, Abu Yahya riuscì a raggiungere l’ufficio, ma l’impiegato, riconosciutolo, gli chiuse la porta in faccia.

La situazione era chiara. L’Islâm di Camelia dava fastidio a qualcuno. I servizi di sicurezza aspettavano il momento propizio per entrare in azione. Abu Yahya restò qualche ora nel suo ufficio con Camelia, e al momento di rientrare propose all’avvocato della società, che era suo vicino di casa, di accompagnarlo. Fu l’occasione, per Camelia, di chiedergli di essere il suo legale per aiutarla ad ottenere la custodia del suo bambino.

Ad un passaggio a livello, l’automobile fu costretta a fermarsi; otto uomini la circondarono, uno degli assalitori cercò di far uscire Abu Yahya gridando: “Infine ti abbiamo preso, Hajj Abu Yahya!”.

Abu Yahya si difese distribuendo colpi agli assalitori, gridando loro di non prendere Camelia, sperando così di attirare l’attenzione dei passanti. Poi sentì la radio della polizia che ordinava di colpirlo fino a fargli perdere conoscenza, e tutto divenne chiaro. Gli aggressori non erano dei preti copti, ma dei poliziotti del taghut in borghese.

Camelia fu spinta a forza in un’altra auto, in lacrime chiese loro di avere pietà di Abu Yahya, che giaceva a terra in una pozza di sangue…

Da quella notte, non si hanno notizie di Camelia. In quanto ad Abu Yahya, fu ricoverato al pronto soccorso dell’ospitale per trauma cranico, poi fu detenuto in prigione per qualche giorno.

Abu Muhammad rivelò che Camelia lo chiamò per dirgli che era in buona salute, ma che avrebbe dovuto compiere la preghiera funebre su di lei.

fonte

Manifestazione per Camelia (settembre 2010):

Yâ’ Mu’tasima…

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