Cageprisoners: Intervista a Umm Hamza, moglie di Djamel Beghal


بسم الله الرحمن الرحيم 
 السلام عليكم ورحمة الله وبركاته


Djamel Beghal è un franco-algerino, descritto dai mass media come una figura di spicco di Al-Qa’ida in Europa. Arrestato poco prima dell’11 settembre ad Abu Dhabi, dopo essere stato torturato ha confessato un progetto di attentato. Sulla base di tali confessioni, è stato condannato in Francia per il reato di “associazione a delinquere finalizzata al terrorismo”. Ha scontato una pena di 10 anni. Dopo il suo rilascio, è stato nuovamente arrestato e di trova attualmente in detenzione preventiva. Sua moglie, Umm Hamza, ci ha spiegato in dettaglio la sua situazione e le ricadute sulla loro famiglia.

Cageprisoners: Potrebbe presentare se stessa e la sua famiglia?

Umm Hamza: Mi chiamo Sylvie Beghal. Sono madre di quattro figli: Hamza, Mehdi, Zaynab e Mariam. Viviamo nel Regno Unito dall’aprile 2004. I miei figli ed io, siamo francesi.

CP: Vorrei tornare indietro di qualche anno. Potrebbe spiegarci perché lei e suo marito avete deciso di lasciare l’Europa per andare a vivere in Afghanistan, all’inizio degli anni 2000?

UH: Dopo tanti anni di guerra, il paese si stava pian piano avviando alla ricostruzione ed era stato proclamato “emirato islamico”. In quanto musulmani, abbiamo voluto tentare di sistemarci laggiù. È importante precisare che, quando siamo partiti, si era in tempo di pace, e che mio marito è stato arrestato prima degli avvenimenti dell’11 settembre…

CP: Potrebbe descriverci la vostra vita laggiù?

UH: A dire il vero, ci siamo rimasti pochissimo, soprattutto mio marito, che è ripartito otto mesi dopo essere arrivato. Per quanto riguarda il nostro modo di vivere, era estremamente semplice, ma stavamo bene. Ci sono volute alcune settimane per adattarci, non foss’altro che per il tempo. Mio marito usciva regolarmente. Aveva tutto da scoprire in questo paese ignoto, per poter sovvenire ai nostri bisogni. Da parte mia, ho fatto conoscenza con delle sorelle che vedevo regolarmente. I bambini all’inizio frequentavano la scuola. Stavano bene, erano felici. Certamente, la vita in Afghanistan è diversa da quella all’occidentale, ma l’essenziale non consiste nella vita materiale e nell’opulenza. Stavamo bene. Abbiamo passato qualche mese laggiù con mio marito, dei mesi indimenticabili.

CP: In seguito, nel luglio 2001, suo marito è stato arrestato. Potrebbe descriverci le circostanze del suo arresto?

UH: È stato arrestato a Dubai, proveniente dal Pakistan. Si stava recando in Marocco. Accompagnava la famiglia di un amico, i cui documenti erano scaduti, e il figlio del quale era malato. Quest’ultimo non poteva più sopportare le condizioni in Afghanistan. Suo padre aveva chiesto a mio marito di rendergli questo servizio. Aveva il suo passaporto francese ed è stato arrestato senza che gli venisse data alcuna spiegazione. È stato detenuto per due mesi, durante i quali è stato torturato in maniera terribile. È stato obbligato a confessare un progetto di attentato contro il centro culturale americano. Ma [in seguito] si sono accorti che questo centro non esisteva più nel 2001. Hanno allora sostituito l’obiettivo, sostenendo che si trattasse dell’ambasciata americana.

CP: Che cosa vi è accaduto dopo l’arresto di suo marito?

UH: All’inizio, siamo rimasti dove ci trovavamo (in Afghanistan). Era partito, ma credevamo che sarebbe tornato. Doveva restare lontano quindici giorni, tre settimane al massimo. Questo lasso di tempo comprendeva l’arrivo in Pakistan, la ricerca dei biglietti, l’andata e il ritorno. Avrebbe dovuto tornare presto, dunque siamo rimasti dove ci trovavamo, a casa nostra. Lo aspettavamo. Da parte mia, avevo preparato i bagagli, perché avevamo previsto di trasferirci in un villaggio vicino. Aspettavamo. Poi, abbiamo cominciato a sentire delle voci. Alcuni dicevano che fosse stato arrestato, che fosse detenuto in Pakistan e che sarebbe stato presto rilasciato. Un giorno, ci sono venuti a dire: «Sta tornando!», ma non era vero. L’estate è intanto trascorsa, e ogni giorno la speranza diminuiva, finché ci siamo resi conto che qualcosa di grave era accaduto e che ciò avrebbe di certo influito su di noi per diversi anni. A partire da ciò, la priorità sono stati i bambini, perché vivessero al meglio la situazione.

CP: Sapeva quale fosse la situazione di suo marito nelle prigioni degli Emirati ?

UH:All’inizio, non sapevo nulla. Non potevo far altro che congetture. Quando ho capito che non sarebbe tornato, ho pensato che – avendo un passaporto francese – sarebbe stato immediatamente reimpatriato in Francia. Non vi era alcuna ragione perché la situazione prendesse una brutta piega. Nel momento in cui non ebbi notizie, dissi a me stessa: «Sarà tornato in Francia». Più tardi, all’inizio di ottobre, ebbi notizie via radio. Dicevano che Djamel Beghal era appena stato reimpatriato in Francia, che era stato accusato di questo e quello. Capii che aveva passato tutto quel tempo nelle prigioni degli Emirati. Dissi a me stessa che era stato torturato, e compresi meglio le accuse deliranti a proposito di attentati suicidi.

CP: Dunque, per due mesi non ha avuto alcuna notizia di suo marito?

UH: No, le sole notizie furono quelle alla radio.

CP: Cos’è successo allora per lei in quel momento?

UH: All’inizio del mese di settrembre, i bambini sono semplicemente tornati a scuola. Non c’era ancora la guerra. Non volevo tornare precipitosamente in Francia, poiché ero convinta che non mi avrebbero lasciata in pace laggiù. Avevo molta paura che mi separassero dai miei figli. Ho dunque deciso di aspettare. Non ho nemmeno contattato la mia famiglia. Dopo ciò che la giustizia francese aveva appena fatto a mio marito, ossia lasciarlo là per due mesi, certamente sottoposto a tortura, non avevo più alcuna fiducia. Vi erano appena stati gli attentati dell’11 settembre, e anche questo ha pesato sulla mia decisione. Siamo perciò restati là. Poi, il 7 ottobre sono cominciati gli attacchi americani. Eravamo a Jalalabad. La mia priorità era quella di proteggere i miei bambini, perché non fossero traumatizzati. Cercavamo di restare calmi per loro. Ci spostavano da un posto all’altro, portandoci dietro l’indispensabile. Le persone che si occupavano di noi hanno cercato di proteggerci come hanno potuto. Siamo stati in fuga diversi mesi, prima di riuscire a negoziare un espatrio dall’Afghanistan. Era abbastanza difficile per i bambini. Bisognava essere molto discreti perché non si accorgessero di noi. Non bisognava giocare all’aperto. Soprattutto, non bisognava parlare arabo, poiché, a quell’epoca, ricercavano gli arabi. Occorreva nascondersi. Eravamo braccati. Sentivamo che tutto poteva precipitare da un momento all’altro; e così è stato: tutto è precipitato all’improvviso. È così che abbiamo vissuto dopo il reimpatrio di mio marito.

CP: Come siete tornati in Francia?

UH: Dopo aver lasciato l’Afghanistan e il Pakistan, siamo arrivati in Iran. La polizia ci ha trovati e – dopo diverse settimane – hanno contattato l’ambasciata francese. Sono stata reimpatriata coi miei bambini nel marzo 2002.

CP: Tornando a suo marito, egli è stato detenuto per quattro anni prima di essere giudicato. Com’è riuscita a mantenere un legame con lui?

UH: Quando siamo tornati in Francia, abbiamo cominciato a scriverci. Prima, non avevamo avuto alcun contatto. I primi passi che abbiamo fatto, erano volti ad ottenere un permesso di visita. La mia richiesta è stata respinta per un anno. I bambini andavano a trovare il loro padre di tanto in tanto, a turno, con una delle loro zie. Nel marzo 2003, quando ottenni il permesso di visita, andai a mia volta a trovarlo. Andavo ad ogni parlatorio, tre volte la settimana. Mezz’ora di visita, tre volte la settimana, insieme ai bambini quando non erano a scuola.

CP: Durante il suo processo, suo marito ha descritto le torture da lui subìte negli Emirati Arabi Uniti. È al corrente di tali fatti, e che cosa ha provato sentendo tali racconti?

UH: Quando sono tornata in Francia, ho letto qualche articolo che ne accennava, ma in maniera vaga. Non abbiamo mai accennato all’argomento durante le visite al parlatorio. Poi, ho cominciato a vedere le carte che venivano alla luce durante il processo. Soprattutto, gli avvocati mi hanno fatto pervenire gli appunti del processo, in particolare quelli della giornata del 10 gennaio. Fu allora che poté parlare. Dovette lottare per poter spiegare cosa fosse successo. Per prima cosa, ho pensato a lui e a ciò che doveva vivere. Doveva vivere con questi ricordi, da più di quattro anni. Non ne avevamo mai parlato. Ne ha parlato al momento del processo, per potersi difendere. Ho pensato intensamente a lui, alla sua solitudine. Non mi auguravo che una sola cosa, ossia che tornasse dalla sua famiglia e che quest’incubo finisse. Volevo che smettessero di accanirsi contro di lui. Leggevo piangendo, senza capire, come un’ingenua. Non si può capire come degli esseri umani possano far questo a degli altri esseri umani come loro. Ero in un altro mondo. Non capivo. Mi chiedevo come avremmo potuto rimediare. Mi domandavo come avrebbe potuto superare tutto ciò. Mi chiedevo quale odio animasse quella gente. Pensai alla giustizia francese, che aveva lasciato che lo torturassero laggiù. Compresi che queste persone erano complici le une delle altre e che erano pronte a tutto pur di condannarlo. Ero troppo triste per mio marito.

CP: Come ha reagito quando è stato condannato a una pena di dieci anni di prigione? Se lo aspettava?

UH: Sinceramente, me lo aspettavo. Sapevamo che si trattava della pena massima. Guardando ai quattro anni trascorsi, avevo compreso come avessero montato una specie di complotto, di cui la tortura faceva parte. Erano pronti ad andare fino in fondo. C’ero preparata. La cosa più importante, per me, era che i bambini potessero vivere la situazione nella maniera migliore. Volevo evitare loro a tutti i costi un trauma. Temevo che ciò potesse causare loro problemi più gravi. Abbiamo reagito con la nostra fede, da musulmani. Abbiamo voluto dar prova di pazienza. Da quel momento, tale è stata la nostra linea di condotta, per grazia di Allah, alhamdulillah.

CP: In quali condizioni suo marito ha scontato la pena ?

UH: È stato condannato alla pena massima. Con gli sconti di pena, ha trascorso otto anni e mezzo in prigione, di cui sette anni in isolamento totale. Isolamento significa 22 o 23 ore su 24 completamente solo in una cella di 9 metri quadri. Spesso vetusta, sporca. Le finestre sono spesso coperte di reticolati, al punto tale che non si riesce a scorgere la luce. Quando i detenuti si recano alla passeggiata, si tratta di una passeggiata in solitudine, in luoghi chiusi. Condurli all’aperto è fuori questione. Mio marito era solito dirmi che si sbucciava le ginocchia a furia di girarsi in locali troppo piccoli. I detenuti sono sempre soli in spazi estremamente ridotti, anche per fare dello sport. Gli avevano messo una cyclette in uno stanzino tipo armadio a muro, una specie di bugigattolo. Ha perfino rifiutato di usarla. Si può forse praticare lo sport in un armadio a muro? Una delle celle in cui ha vissuto per un anno e mezzo non aveva alcuna finestra. La luce stava sempre accesa. Faceva troppo caldo o troppo freddo. C’era il rumore provocato dalle chiavi sulle sbarre, quando i secondini decidevano di seccarvi per impedirvi di dormire. Tutto ciò è causa di disturbi del sonno e di disturbi psicologici. La Francia è ben nota per le condizioni penose delle sue prigioni. Se non fosse stato per la grazia di Allah, credo che sarebbe diventato pazzo o che si sarebbe suicidato. Tutti i ricorsi sono stati respinti. In teoria vi sono delle procedure, ma quando abbiano deciso che non uscirete, non uscirete mai, se non per grazia di Allah, certamente. Verso la fine della sua condanna, un anno o un anno e mezzo prima che uscisse, e dopo numerose battaglie giuridiche, ha potuto uscire dall’isolamento, alhamdulillah (Dio sia lodato).

CP: Perché è stato posto in isolamento ?

UH: Secondo l’amministrazione penitenziaria, da quel che ho potuto leggere nelle motivazioni a giustificazione dell’isolamento, era per evitare il proselitismo. Faceva da’wah (invito all’Islâm), oppure parlava di religione. Questo ci ha sorpresi, perché egli è stato posto in isolamento fin dall’inizio. Come sarebbe possibile fare del proselitismo, quando si è isolati 23 ore su 24? Perfino durante le passeggiate, non poteva parlare con nessuno…

CP : Che tipo di vita ha condotto la vostra famiglia durante questi otto anni e mezzo ?

UH : La nostra vita è stata imperniata sul mantenimento dei legami, affinché i bambini soffrissero il meno possibile per questa situazione. Vivere con un marito o un padre in prigione, è un mondo a parte. Solo coloro che l’abbiano provato possono capire. Ciò ha provocato una frattura nella nostra vita quotidiana. Si pensa costantemente all’avvenire dei bambini. È questo che si ha sempre in mente. Sono passati dieci anni. Non si deve dire che sono dieci anni perduti. Occorre che siano dieci anni costruiti per i figli. Bisogna cercare di trasformare questa prova in qualcosa di positivo.

CP: Perché avete lasciato la Francia per il Regno Unito ?

UH : Soprattutto per ragioni religiose. Volevo educare i bambini in un ambiente di fratelli e sorelle della stessa confessione. Ciò non era possibile in Francia. Avevo bisogno di aiuto per i miei bambini. Desideravo che vivessero in un ambiente islamico, cosa davvero impossibile in Francia, dato che non si può troppo vivere in comunità. Soprattutto, mi veniva chiesto di rinunciare al mio velo per andare a lavorare. Per me, era fuori questione. Non ero disposta a fare questo genere di concessione.

CP: Potrebbe descriverci Djamel Beghal, l’uomo che conosce?

UH: È un uomo molto socievole, servizievole. Sempre pronto a dare una mano a tutti. È famoso per questo. Molto presente in famiglia, preoccupato per l’educazione dei suoi figli. È molto vicino ai suoi figli. Si tratta di qualcuno sempre sorridente. E – come dice lui – è permanentemente alla ricerca della conoscenza religiosa. È in buoni rapporti con tutti, musulmani e non musulmani.

CP: Si tratta di una descrizione completamente diversa da quella che di suo marito hanno trasmesso i mass media. Come reagisce leggendo questo genere di ritratto?

UH: Mi rivolta. Quando leggo queste descrizioni, da parte di gente che non lo conosce, giusto per offuscare la sua immagine, le trovo rivoltanti. Soprattutto quando vedo fino a dove si sono spinti e le conseguenze che ne sono derivate. Hanno strumentalizzato il suo lato religioso, che d’altra parte egli non nega, e il fatto che la mia famiglia si fosse recata in Afghanistan, per erigere il ritratto di un pericoloso terrorista, pronto a piazzare bombe; mentre ciò è completamente falso. Perché mai dovrebbe essere vietato vivere in Afghanistan? Perché mai non dovremmo avere il diritto di vivere in modo diverso, come preferiamo? Non potevano accettarlo, dunque hanno snaturato le nostre intenzioni. Èsattamente questo che è accaduto: hanno completamente travisato le nostre intenzioni e quelle di mio marito. È stato torturato per ottenere delle false confessioni. È stato condannato senza prove e in totale impunità, in forza dell’immagine che hanno concorso a costruire. Quando tutti i mass media dipingono lo stesso ritratto, soprattutto in quest’epoca di stigmatizzazione dell’Islâm, è molto difficile scalfire questa immagine. È così che hanno distrutto delle famiglie. È un grande sentimento di ingiustizia subìta e di rivolta.

CP: Prima della sua liberazione, suo marito è stato privato della sua nazionalità francese. Qual è attualmente la sua situazione amministrativa ?

UH: Il nulla. Non ha più i documenti francesi, dal 2006, ma non ha nemmeno i documenti algerini.

CP: Dopo la sua liberazione, quali erano i vostri progetti ?

UH: Avevamo cominciato l’iter per farlo venire da noi. Si trattava della sola scelta possibile a quell’epoca, dato che i nostri figli vivono qui in modo stabile da diversi anni. Sono nel bel mezzo dei loro studi. Non possiamo partire, interrompendoli in un momento cruciale.

CP: Tutto è precipitato quando suo marito è stato posto agli arresti domiciliari in Francia…

UH: Gli arresti domiciliari ce li aspettavamo. Lo sapevamo, poiché vi era un ricorso in atto, dinanzi alla Corte Europea dei diritti umani, a proposito della sua espulsione in Algeria. Ma avevamo avviato l’iter, nell’attesa.

CP: Potevate rendergli visita regolarmente ?

UH: Non vi era alcuna restrizione nell’andare a trovarlo, ma in pratica non potevamo farlo regolarmente. Si tratta di un viaggio molto lungo, caro e difficile da organizzare. Non potevamo essere alloggiati tutti insieme. E in un anno di arresti domiciliari, non abbiamo potuto trascorrere che 5 settimane in famiglia. Le abbiamo passate in un campeggio, perché la camera d’albergo che egli occupava era troppo piccola per noi quattro. Abbiamo organizzato qualche viaggio, ma ci andavo da sola. Una volta ci sono andata con mia figlia. Un’altra volta, i ragazzi sono andati da soli. Abbiamo potuto trascorrere del tempo tutti insieme soltanto durante l’estate, nel campeggio.

CP: Com’è stata minata la vostra famiglia, a causa di tutti questi anni di separazione ?

UH: Si tratta di 10 anni che non torneranno mai, né per lui né per noi. Si tratta di una vita completamente stravolta e proprio a parte. I miei figli ed io ci sentiamo eremiti nelle nostre relazioni. Non si può dire a chiunque che nostro padre o marito è in prigione, accusato di terrorismo. In maniera naturale, si limitano le frequentazioni. Era difficile per i bambini quando erano piccoli. Bisognava evitare di farlo sapere a scuola. I bambini potevano parlare, senza farlo apposta, a gente che avrebbe potuto causarci dei problemi. Inoltre, fa una grande differenza per i bambini il fatto di non avere accanto il padre. Ci si sente maggiormente vulnerabili. Sono bambini per cui le vacanze non esistono. Le vacanze significano le visite al parlatorio, i chilometri in auto, anche se si va in Francia e si può fare un po’ visita ai parenti. Ed è sempre lo stress del parlatorio. Per quanto mi riguarda, la responsabilità della loro educazione è completamente sulle mie spalle, e ciò è molto angosciante. Oggi, il mio figlio maggiore deve prendere in considerazione la situazione di suo padre per decidere a proposito dei suoi studi. Pensava di fare qualcosa, ma dovrà optare per qualcos’altro. Se mio marito sarà liberato, non potremo separarci da lui. Mio figlio non sa se deve investire in studi lunghi o brevi. Forse dovremo partire? È qualcosa che fa perdere l’equilibrio. Se sarà di nuovo condannato, cosa accadrà? Sono enormi punti interrogativi che devono turbarli, nonostante non ne facciano parola. Devono affrontare questo genere di scelta alla loro età, proprio quando avrebbero bisogno di calma per terminare i loro studi e cominciare le loro vite di giovani adulti, fiduciosi e pacati. Questo inciderà certamente sulle loro vite. Probabilmente è un  po’ presto per potersi rendere conto di ciò che è mancato loro. Abbiamo fatto molti du’a (invocazioni). Che Allah li aiuti.

CP: Amin. In quanto familiari di un uomo accusato di terrorismo, come vi guarda la gente?

UH: Come ho detto, abbiamo selezionato le nostre frequentazioni. Abbiamo un cerchio di amicizie abbastanza ristretto, per evitare di dover spiegare la nostra situazione. Vi sono dei momenti in cui non abbiamo scelta, come nel corso dei viaggi. Siamo sistematicamente interpellati davanti a tutti. Ci interrogano, ci perquisiscono. Evidentemente si accaniscono. Arrestano una donna coi suoi bambini e dicono: «Sa, dobbiamo proteggere la popolazione per evitare che esplodano le bombe!». Ci parlano in questi termini. I viaggi sono già complicati da organizzare, adesso è divenuta un’angoscia. Sono stata fermata diverse volte, così come il mio figlio maggiore.

CP : Ricevete un qualche sostegno ?

UH : Alhamdulillah (Dio sia lodato), la mia famiglia in Francia mi aiuta come può, coi suoi mezzi. Mi ospita e facilita il mio soggiorno. Quando mi reco in Francia, non si tratta di una vacanza. Alhamdulillah, posso contare su di loro.

CP: E da parte della comunità musulmana ?

UH: Alhamdulillah, ho sempre avuto il sostegno della mia comunità, delle persone di cui mi sono circondata. È un cerchio molto limitato, ma ho sempre avuto il loro sostegno masha Allah. Anche in Francia, abbiamo qualche sostegno, ma ci sentiamo più isolati. Ho dei fratelli e delle sorelle con cui vivo questa prova da molti anni e che ci sostengono moralmente. Sono persone che mi aiutano ad organizzare i viaggi, ad occuparmi dei bambini. Che Allah li ricompensi, in particolare l’associazione HHUGS. Fanno un lavoro ragguardevole a sostegno delle famiglie. Non li ringrazierò mai abbastanza. Che Allah li ricompensi. Masha Allah.

CP: Per tornare a suo marito, Wikileaks ha rivelato che suo marito è stato condannato senza prove. Come reagisce a ciò?

UH: Quando l’ho letto, ero rivoltata, estremamente in collera. Sono rimasta nauseata da questa dimostrazione di ingiustizia totalmente impunita. Non so se potete immaginare: mio marito ha trascorso 8 anni e mezzo in prigione, un anno agli arresti domiciliari, i miei bambini sono stati privati di lui, perché poi un giudice, senza alcun rimorso, venga a dire: “Per la verità, non c’erano abbastanza prove per condannarlo, ma la reputazione dei nostri servizi segreti ci ha permesso di farlo”. Tutto ciò, senza che abbia dei conti da rendere. È rivoltante. Ho pensato a mio marito che ha passato tutti questi anni in isolamento totale con il suo strascico di sofferenze. Ho pensato ai miei figli che sono privati dei loro diritti. È rivoltante.

CP: Questo atteggiamento nei confronti di suo marito sembra continuare, dato che è stato arrestato di nuovo nel maggio 2010. Come ha reagito alla notizia?

UH: Sono rimasta sconvolta. Non potevo capacitarmene. Non me lo aspettavo assolutamente. Era stato liberato appena un anno prima. Avevamo dei progetti. Siamo rimasti sconvolti. Inoltre, avevamo appena avuto Mariam. Era nata appena tre settimane prima. Dovevamo ritrovarci d’estate, perché potesse vedere il bebè. Ero stordita. La sola cosa che mi è venuta in mente, è stata : occorre restare calmi e soprattutto proteggere i bambini. Ho cercato di annunciarlo loro nel modo più calmo possibile, perché l’emozione non fosse troppo violenta, perché potessimo andare avanti. Io non ho capito. Questa storia è del tutto incomprensibile. Sono rimasta in questo stato per diversi mesi.

CP: Qual è la situazione di suo marito?

UH: Per il momento, è incarcerato in isolamento totale. Tutti i ricorsi perché potesse uscirne sono stati respinti. Dopo quasi un anno, non ha avuto che tre audizioni. Se vi fossero state molte cose da scoprire, vi sarebbero state molte audizioni. Gli è stato negato l’accesso al suo fascicolo d’accusa. Il caso è ancora in istruzione, in attesa di processo.

CP: Che cosa spera, per il caso di suo marito?

UH: Spero che sarà riconosciuto innocente e liberato. È questo ciò che i miei figli ed io ci auguriamo. Non c’è alcun motivo per cui stia in prigone. Ma – per essere franca – sono molto inquieta, viste le rivelazioni di Wikileaks che dimostrano chiaramente come operino i giudici antiterrorismo in Francia. Viste le manipolazioni e le macchinazioni del primo processo, non posso che essere preoccupata. Non hanno alcun ritegno.

CP: Ha un messaggio da rivolgere ai nostri lettori ?

HU: Ai vostri lettori e alle famiglie che sono provate come noi, poiché so che ve ne sono tante. Vorrei semplicemente ricordare loro ciò che ricordo a me stessa e alla mia famiglia: nulla di ciò che colpisce il musulmano nella vita è invano. Sperando nella ricompensa di Allah, sarà vincente. Per grazia di Allah, sarà vincente. Nulla è perduto. Nulla è perduto presso Allah. Occorre difendersi e pazientare. Pazientare non significa non fare nulla. La mia famiglia ed io ringraziamo tutti coloro che ci aiutano nella nostra prova. La vostra organizzazione ne fa parte. Che Allah vi ricompensi.

CP: Che Allah protegga lei e la sua famiglia.

Jazakallahu khayran Cageprisoners

3 thoughts on “Cageprisoners: Intervista a Umm Hamza, moglie di Djamel Beghal

  1. Djamel Beghal: La mia storia

    بسم الله الرحمن الرحيم
    السلام عليكم ورحمة الله وبركاته

    Se siete musulmani, più o meno giovani, barbuti; se frequentate una moschea e avete amici d’infanzia, vicini di casa o colleghi di lavoro che condividono la vostra dottrina; se comunicate tra voi – come tutti – al telefono… Ecco, allora, un’organizzazione “terrorista” ideale, una perfetta “cellula dormiente” che domani, se necessario, potrebbe riempire la prima pagina dei telegiornali e della stampa. Questa cellula potrà allora entrare a far parte dell’albo d’onore elogiativo dei cacciatori di terroristi alla francese; questi cacciatori impuniti che sono i giudici istruttori specializzati nella guerra al terrorismo. Fin dall’istruzione, non sono specializzati che nell’arte morbida di sotterrare i vivi nei cimiteri dei quartieri d’isolamento e di tortura legale, e nell’arte di fabbricare falsi incartamenti, delle parvenze di processi e delle accuse fantasmagoriche…

    Per quanto riguarda le pene, si commina la massima a coloro che sembrano godere di un buon livello di cultura e d’istruzione, per dipingerli come i capi; gli altri, li si fa passare per complici non troppo preparati, condannandoli ad una pena appena inferiore, soltanto qualche anno in meno di supplizio e di distruzione di vite familiari, professionali e sociali.

    Le recenti rivelazioni di Wikileaks, diffuse dal quotidiano Le Monde del 1 dicembre 2010, per la penna di Piotr Smolar, del quale saluto il coraggio (è raro leggere una testimonianza del genere da parte di un giornalista, quando si tratti delle ingiustizie giudiziarie francesi commesse impunemente contro ciò che si designa con l’espressione “movimento islamista”), hanno finalmente fornito una prova credibile e una voce appena udibile alle grida soffocate che non ho smesso di emettere dagli abissi sconfinati dei quartieri di isolamento totale e di tortura legale delle prigioni francesi, e ciò durante un periodo di dieci anni!

    Ben prima degli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti d’America, il 29 luglio 2001, durante uno scalo all’aeroporto di Abu-Dhabi (Emirati Arabi Uniti), alle ore 23, sono stato rapito dai servizi segreti dell’Emirato e sottoposto a due lunghi mesi di torture fisiche indescrivibili, con materiale sofisticato e prodotti chimici dagli effetti terribilmente deleteri. Sono stato sottoposto a torture psicologiche incredibilmente metodiche, diabolicamente elaborate dai servizi segreti stranieri, ossia la CIA (Stati Uniti d’America), l’M16 (Regno Unito) e la DGSE (Francia), i cui agenti provavano la più grande soddisfazione durante quei due mesi di atroce sofferenza.

    In questi flutti di dolore, tra due ondate di supplizi, gridavo la mia incomprensione di questa situazione e la mia INNOCENZA, semmai ci fosse qualcosa da imputarmi.

    L’avvenimento del secolo giunse quell’11 settembre 2001, senza che io ne fossi nemmeno informato.

    Mi sono trovato imballato, impacchettato in un Hercules 630 e spedito verso la Francia dopo più di 24 ore di volo, nel freddo e nel rumore assordante, sospeso come un pipistrello ai sostegni dei paracadute dell’uccello metallico. Le condizioni erano delle più atroci.

    La Francia aveva bisogno di un 11 settembre locale, tipicamente francese da mettere sotto i denti. Occorreva ad ogni costo scendere nell’arena delle grandi vittime del “terrorismo islamico”, distinguendosi tuttavia per questa supremazia “leggendaria”, per avere come sempre sventato l’attentato del secolo a Parigi. Ci si lusinga sempre meglio da soli!

    Mi hanno sotterrato vivo nei meandri dei quartieri di isolamento totale e di tortura legale per 7 anni, per segregarmi dal mondo. Si cercava da una parte di indurmi ad accettare vigliaccamente la parte di “collaboratore di giustizia” in segreto, d’altro lato mi terrorizzavano con metodi e procedure accuratamente descritti in un racconto che ho buttato giù in fretta.

    Non disponendo di alcun appiglio che fornisse la minima prova, nel luglio 2003 il famoso giudice Jean-Louis Bruguière volò in Belgio allo scopo di cercar di comprare la collaborazione di Nizar Trabelsi, ex calciatore professionista, allora incarcerato a Bruxelles. Il magistrato pretendeva delle false confessioni che mi incriminassero senza motivo.

    Il signor Bruguière minacciò Trabelsi, dicendogli che non avrebbe mai più rivisto sua moglie corsa e suo figlio, entrambi assegnati a residenza (senza il permesso di viaggiare) sull’Isola Bella. Nizar resistette (cfr. articolo).

    Bruguière e i suoi sbirri dell’amministrazione penitenziaria mi hanno ermeticamente isolato sotto una pesante campana, lungi da qualsiasi possibilità di difendermi adeguatamente, foss’anche solo scrivendo due righe in risposta al bombardamento mediatico della stampa e degli altri mezzi d’informazione.

    La sola tribuna che ho potuto avere per riferire la vera storia è stato il processo al Tribunale Correzionale del TGI di Parigi. Fu una battaglia di pezzenti, con il tirannico Presidente del Tribunale, il giudice Philippe Vandingenen, che non smise di togliermi la parola alla minima risposta argomentata da parte mia. Il terzo giorno del processo, che si svolse nell’arco di due mesi e mezzo, dopo un attacco insistente, potei narrare, per due ore di fila, solo contro tutti, le torture che avevo subito negli Emirati Arabi Uniti e gli affari proposti da Jean-Louis Bruguière e dai suoi simili, prima che essi passassero al mio linciaggio, come previsto (cfr. gli articoli di Le Monde – M.Hunault – Libération). La giustizia francese alzava gli occhi al soffitto e tamburellava con una matita durante il mio racconto…

    Tra tutti i giornalisti che seguirono il processo, uno solo di essi – un giornalista politico – segnalò l’indigenza di un simile dossier e l’assenza della minima prova giuridica in questo grande caso del famoso attentato contro l’ambasciata degli Stati Uniti d’America a Parigi, che ha sempre riempito la funzione di Tempio di ritiro singolarmente “spirituale” per i magistrati istruttori del mio dossier, “nobili”, “giusti” e “imparziali”!

    L’impunità, evocata dal cablogramma diplomatico, assicurata ai nostri magistrati della sventura, ha fatto sì che fossi condannato alla pesantissima pena di dieci anni di prigionia, di cui due terzi trascorsi in un carcere di massima sicurezza.

    Ne seguirono anni di fuoco, trascorsi nei quartieri di isolamento totale e di tortura legale, privato di ogni contatto umano, in celle insalubri, esigue, e spesso senza finestre. Il tutto coronato da un allontanamento geografico così da distruggermi, spezzando ogni possibile legame familiare.

    La mia pena, così ingiustamente subìta, ha avuto come conseguenza altre pene, oltre alla prigionia:

    – Sette anni da incubo nei quartieri di isolamento totale e di tortura legale;

    – La decadenza della mia nazionalità francese;

    – Un energico tentativo di espellermi manu militari verso l’Algeria, nonostante le decisioni della Corte Europa dei Diritti Umani e del Tribunale Amministrativo di Parigi;

    – Un tentativo fallito di confino a Caienna nella Guyana francese (cfr. articolo del quotidiano Le Monde, luglio 2009);

    – Una assegnazione a residenza a Murat, minuscolo villaggio nel dipartimento di Cantal, con l’obbligo di firmare un registro tre volte al giorno, tutti i giorni, compresi i festivi, alle ore 8.00, alle ore 13.00 e alle ore 18.00, accompagnato dalla proibizione di allontanarmi da una zona predefinita di 1,7 km²;

    – Nessun documento d’identità, nessun permesso di lavorare, nessuna risorsa finanziaria né alcun aiuto sociale.

    – Una separazione forzata da mia moglie e dai miei quattro figli, che hanno potuto rendermi soltanto qualche visita, tecnicamente irrealizzabile senza una grande caparbietà.

    Insomma, delle condizioni inumane, per cui perfino le associazioni di difesa dei diritti degli animali insorgerebbero.

    Dopo un anno esatto trascorso in questa situazione drammatica (maggio 2009 – maggio 2010), gli avvoltoi della Sottodirezione dell’Antiterrorismo (SDAT) tornarono a rapirmi durante il sonno per gravarmi, dopo 4 giorni di fermo, di accuse degne del Conte di Montecristo, di cui ancora non mi capacito, talmente sono temerarie, fantasmagoriche e al di là di ogni comprensione.

    Sono accusato, nonostante l’inesistenza di tali capi d’accusa nel codice penale francese, di organizzare e di dirigere un gruppo, allo scopo di realizzare un attentato – ancora una volta – né situato, né descritto, né rivelato, né confessato da chicchessia. Un attentato fantasma, dai contorni ignoti! Poi, mi si accusa di esser voluto evadere da Murat, nonostante sia stato arrestato e perquisito sul posto. Peggio, mi si accusa di aver voluto far evadere dei detenuti islamisti da una Centrale, mentre io stesso ero prigioniero e detenuto a Murat! Sono pazzi questi Francesi!

    Nient’altro che questo, giudicate voi stessi!

    In un paese che rispettasse il suo stesso diritto positivo, non mi preoccuperei affato di tali accuse burlesche. Ma qui, in Francia, dopo le confessioni intime del procuratore Ricard – sempre che fosse digiuno quel giorno – coniugate all’indifferenza generale quando si tratti di tutto ciò che abbia attinenza all’Islâm, non posso in definitiva che interrogarmi, inquietarmi e angosciarmi sul mio divenire in questa giungla dell’assenza di diritto e di impunità che è la “Galerie Saint-Eloi”, ragazzo viziato e corrotto della Repubblica e della Giustizia francesi.

    Grazie per la vostra attenta lettura.

    Djamel Beghal.

  2. 10 anni di prigione, 7 anni di isolamento totale, nella sezione di isolamento totale e di tortura legale

    “Il 9 maggio 2005, l’ambasciata racconta di un incontro con il giudice Jean-François Ricard. Quest’ultimo spiega che i magistrati del suo calibro, esperti di antiterrorismo, si giovano del “beneficio del dubbio”. Prende ad esempio il caso Djamel Beghal, arrestato nel 2001 e sospettato di un progetto di attentato contro l’ambasciata americana a Parigi. “Ricard dice che le prove [contro di lui e i suoi complici] normalmente non sarebbero sufficienti per condannarlo, ma ritiene che i servizi ce l’abbiano fatta grazie alla loro reputazione” [Le Monde, 1 dicembre 2010].

    È per denunciare questa ingiustizia, questa impunità, che è stato creato questo comitato. Difendere Djamel dagli attacchi che ha subito, dall’accanimento di cui è vittima, mentre nessun diritto di replica gli è mai stato concesso. Gli articoli si susseguono, ammasso di menzogne, di inesattezze, di false verità, destinate a preparare l’opinione pubblica ad accettare l’inaccettabile per sollecitare e avallare l’inammissibile.

    Djamel è stato condannato alla pena massima di 10 anni di carcere, aggravata da un periodo di regime di massima sicurezza dei due terzi, senza la minima prova. Accusato di aver voluto commettere un attentato contro degli interessi americani a Parigi. In realtà, sono le convinzioni di un uomo che sono state giudicate. La Francia aveva bisogno di consegnare un terrorista all’opinione pubblica, che importanza avevano le prove?, la reputazione dei servizi segreti anti-terrorismo riuscirà nell’intento, tutto è acconsentito in questo contesto esplosivo, approfittiamone per superare i limiti dell’impunità.

    Già all’epoca, il processo aveva brillato per l’assenza di prove, come testimoniano diversi articoli che potrete consultare nella rassegna stampa. Oggi, ciò ci viene svelato attraverso i cablogrammi di Wikileaks. 10 anni di prigione, 7 anni di isolamento totale, nella sezione di isolamento totale e di tortura legale, 10 anni di dolore per una famiglia che si è voluto separare, straziare, distruggere fino ad oggi, quando ogni normale viaggio per andare a trovarlo al parlatorio è diventato pretesto per gli interrogatori degli adulti così come dei bambini. Seppure la nostra famigla è ancora unita oggi, quanto siamo stati lacerati?

    Decadimento di nazionalità, macchinazioni di tutti i tipi, assegnazione a residenza con drastiche coercizioni, oggi la storia si ripete…

    Nuovo arresto, nuovo incartamento vuoto, di nuovo l’isolamento e una famiglia ancora una volta privata del suo diritto a vivere riunita, proprio mentre cominciava a ritrovarsi dopo tutti questi anni. Basta all’impunità consistente nell’utilizzare i musulmani innocenti nei processi di terrorismo, fittizzi e menzogneri.

    Vi invito dunque, attraverso queste pagine, a scoprire la verità su quest’uomo, sulla sua storia – la nostra storia – e a sostenere i nostri sforzi per ottenere la sua liberazione, denunciare le ingiustizie di cui è vittima e farle cessare il più rapidamente possibile

  3. Una famiglia unita, nonostante tutto

    Il 15 luglio 2011, saranno 10 anni – giorno dopo giorno – che la nostra famiglia è divisa. Hamza aveva 9 anni, Mahdi 6 anni e Zeynab 3 anni. Da allora, non smettono di conservare in fondo ai loro cuori i ricordi di questa vita di libertà, di protezione, di gioia e di scoperta che donava loro il loro padre. Non smettono di esigerlo, ciascuno a suo modo, con silenzi che la dicono lunga, delle parole che non si esauriscono, con dei pianti, spesso repressi per pudore. Ma la fede in cui crescono ha permesso loro di rimanere pazienti e pieni di speranza, nonostante tutto.

    Hanno oggi rispettivamente: 18, 15 e 12 anni.

    Dopo il nostro ritorno in Francia, nel marzo 2002, a causa delle difficoltà affrontate per educare i nostri figli, abbiamo deciso – mio marito ed io – di tornare in Inghilterra, il cui sistema mi avrebbe permesso di stare loro accanto; ciò, a causa della frattura della nostra famiglia, era vitale. È in tutti casi un mio diritto, contrariamente a ciò che vorrebbero farmi credere, quello di essere prima di tutto una madre che si occupa della famiglia. Avremmo dovuto fare a meno delle visite periodiche, ma ne avremmo guadagnato in quanto al futuro dei nostri figli. Si trattava di un investimento a lungo termine, che oggi non rimpiangiamo.

    All’inizio, andavamo a far visita a Djamel 3 o 4 volte all’anno, per una, due o tre settimane, a seconda delle vacanze scolastiche, senza tuttavia aver diritto a più di 3 visite settimanali al parlatorio. Eravamo alloggiati qui e là, dalla famiglia o dagli amici, a seconda delle possibilità dei nostri ospiti. Il viaggio era lungo, e lo percorrevamo la maggior parte delle volte in auto. Poi, vi erano le visite propriamente dette, una vera organizzazione: prima di tutto, bisognava tener conto delle dimensioni del locale riservato alle visite al parlatorio, che determinavano la possibilità di andare a trovare Djamel tutti insieme, oppure se occorreva separarsi. E che gusto amaro il dover privare uno di noi della visita, quel giorno.

    Fino a dover realisticamente constatare che recarcisi tutti insieme era difficilmente gestibile per via dell’età dei ragazzi e della ristrettezza dei luoghi.

    Esiste ancora, nei parlatori, questa separazione, di cemento o di legno, che non è più conforme alla legge; l’Amministrazione Penitenziaria non è affatto disturbata da questa illegalità, al contrario. Alcuni sorveglianti hanno ancora l’audacia di impedire ai bambini di passare dall’altra parte di questa barriera illegale. Ma in questo ambiente non vi è più diritto, né per i detenuti, né per le famiglie. La frustrazione non si ferma a questo. Secondo il tempo di cui si dispone, e il numero di visitatori, ci vediamo ridotti a dividere questo tempo prezioso: per un’ora, 15 minuti ciascuno, per non ingelosirsi. Finita la spontaneità: per non perdere tempo, si cerca di preparare gli argomenti della conversazione in anticipo. Frustrazione su frustrazione, usciamo ciascuno nel suo mondo, tentando di ricordare a noi stessi ogni mezza parola, per far vivere un po’ più a lungo questo momento, pensando a Djamel che sta tornando al suo isolamento, dopo averci donato – malgrado questa situazione deleteria – dei sorrisi, delle attenzioni e delle gentilezze.

    Le cose sono diventate più complicate quando Djamel è stato trasferito lontano dalla regione parigina, dove avevamo la possibilità di essere ospitati. Il viaggio non dura più 4 ore, ma 6, 10 o 12 ore soltanto per l’andata. Occorre riorganizzare tutto. Più chilometri, maggiore instabilità, più stanchezza e fatica, ma, col passare degli anni, anche maggiore nostalgia, e voglia di vederlo, di parlargli. Il momento più duro, credo, è stato quando era incarcerato a Uzerche. Un lungo viaggio di 6 ore per giungere alla casa circondariale, situata sul cucuzzolo di un villaggio di montagna. Due ore di parlatorio il fine settimana: un’ora il sabato e un’altra la domenica. Dove restare in attesa del parlatorio dell’indomani? Le spese d’albergo sono elevate, e non mi sento al sicuro in queste regioni ignote e isolate. Bisogna risalire in auto nonostante la fatica, mangiare un panino dopo l’altro. I bambini si spazientiscono, si innervosiscono. Una volta, abbiamo percorso 2000 km in un fine settimana. È estenuante.

    Tutte queste difficoltà avranno un po’ ragione di noi. Finiremo per non venire più che una volta all’anno, eccezionalmente due volte. Nessuna delle richieste di ricongiungimento familiare è stata presa in considerazione. Ancora un’illusione. La prigione non è decisamente soltanto “la privazione della libertà di movimento”. Diritti della famiglia, conservazione del legame familiare… delle belle parole, ma in realtà è il contrario che subiamo: la distruzione del legame familiare. Il primo strumento per questa distruzione è la posta, con la censura, la ritenzione arbitraria. Con quale diritto si dispone delle nostre parole o delle nostre immagini? Non vi basta averci separati, e aver ingiustamente imprigionato, in isolamento totale, un marito e un padre? È di questo sistema che andate tanto fieri? Chi può ancora dubitare che non vi sia una volontà distruttrice dietro a queste pratiche? Si ritrovano proprio qui le tecniche di disumanizzazione enumerate dal dott. Schein. Chi potrebbe metterle in pratica, al di fuori di esseri privi di qualsiasi umanità? Dal maggio 2010, data in cui Djamel è stato arrestato, fino ad oggi, non passano mai meno di 4 o 5 settimane per ricevere una semplice lettera, e ciò è divenuto un motivo di stress supplementare. Come comunicare in simili condizioni?

    Arriva infine la “liberazione”, il 31 maggio 2009. La sua pena è stata scontata, ma Djamel non è ancora libero e la nostra famiglia, ancor meno di nuovo riunita. Viene assegnato agli arresti domiciliari a Murat, nella regione di Cantal, in un albergo, dove nessuna famiglia potrebbe vivere decentemente, se non per passarvi delle vacanze. L’alloggio si riduce ad una camera troppo piccola per contenerci tutti, in cui ovviamente non si può cucinare. Nel luglio 2009 è dunque nel campeggio comunale di Murat che, grazie alla solidarietà familiare e alla fratellanza di amici rimasti fedeli nonostante tutta questa odissea, la famiglia si ritrova sotto una tenda dopo 8 lunghi anni di separazione, e ciò in condizioni estremamente precarie. La tenda è vecchia e l’acqua filtra. È troppo piccola per noi cinque. Non essendo, inoltre, realmente equipaggiati per il severo clima locale, subiamo allora il freddo, poiché le notti d’estate nel Cantal sono piuttosto fresche. Poche sono le attività possibili, dato che la giornata è innanzitutto ritmata dalle tre firme quotidiane di Djamel ad ore fisse – alle 8.00, alle 13.00 e alle 18.00 – alla gendarmeria del piccolo villaggio dove Djamel è assegnato a residenza. Non ha il diritto di uscire da questo minuscolo villaggio della superficie di 1,7 km². Ciascuno di noi vuole recuperare il tempo perduto durante questi otto anni e mezzo, è una vera corsa. Lui, si decuplica per soddisfare tutti, poiché il tempo delle visite è contato. Malgrado la gioia di ritrovarlo al di fuori del parlatorio, persiste ancora un’immensa frustrazione in ognuno di noi.

    Le poche settimane di vacanze estive trascorrono così, e il doloroso momento della separazione appare all’orizzonte. Le pesanti domande che ci assillano la mente riaffiorano: che succederà alla nostra famiglia? Quando ci rivedremo? Che cosa gli accadrà? Sarà improvvisamente espulso in Algeria? Quando potremo infine vivere come una famiglia normale? Non oso pensare al dolore nei cuori dei ragazzi. Preferirei sopportare tutto il loro dolore piuttosto che saperli soffrire.

    Di ritorno in Inghilterra, i contatti telefonici già importantissimi dopo questa “liberazione”, si faranno incessanti, più volte al giorno. I ragazzi non si stancano di ritrovare e finalmente di scoprire il loro padre, riprendono fiducia in se stessi. Rivivono. Mi riposo, finalmente, da questa troppo pesante responsabilità di educare i figli da sola. Egli partecipa ai compiti via internet. Mi sento rassicurata dai suoi consigli e dai suoi orientamenti. Ci consultiamo su ogni argomento, piccolo o grande.

    Decidiamo di avviare una procedura giudiziaria, perché Djamel possa tornare nel Regno Unito. Dove prospettare, d’altra parte, un diverso futuro, ora che i nostri figli – nel cuore della loro adolescenza – hanno bisogno di maggiore stabilità per la loro famelica vita familiare e soprattutto per i loro studi? Strapparli da questo ambiente durante questo periodo delicato, vorrebbe dire condannarli irrimediabilmente.

    Nel dicembre 2009, organizziamo il viaggio dei nostri due figli per le vacanze scolastiche. La famiglia non smette di essere lacerata. Essi partono e noi restiamo. Non possiamo fare altrimenti, prima di tutto finanziariamente; il tragitto – lunghissimo – è molto costoso. Occorre viaggiare in auto, in aereo, in autobus e in treno. Si parte alle 4.00 del mattino per arrivare alle 18.15. Ed è il solo modo di dare un tempo a ciascuno.

    Al ritorno, così com’è accaduto anche a me varie volte, Hamza, 17 anni, viene interpellato all’aeroporto in virtù del Terrorism Act. La ragione: “suo padre”, ci dicono. Bisognerebbe pure non andare più a trovarlo? Viene perquisito, così come i suoi bagagli, e interrogato per meglio definire il suo profilo.

    “Che liceo frequenti? Che materie studi? Che sport pratichi? Chi sono i tuoi amici? Che moschea frequenti? Preghi assiduamente? Da dove vieni? Chi hai incontrato? Che cosa hai fatto con tuo padre? Dove siete andati?”. Analisi del telefonino, perquisizione del portafoglio, nulla è lasciato al caso, con la minaccia di imprigionamento nel caso in cui non risponda alle domande. Come, dopo di ciò, progettare altre visite? Che avvenire gli è riservato? Quale crimine ha commesso? È troppo! Uomini ingiusti, non vi basta aver privato questi bambini del loro padre per 10 terribili e lunghi anni?

    Con quale diritto si fa subire ciò ai nostri figli? Che sistema è questo, che accetta e difende tali pratiche? Dove sono i grandi difensori dei Diritti Umani? Questi diritti non sono forse degni di uomini e donne di confessione musulmana, né dei loro figli?

    Di ritorno, nel febbraio 2010, con mia figlia Zeynab, lo stesso dispiegamento di forze viene messo in atto contro un’inoffensiva madre e la sua innocente ragazzina, e ancora altre volte… In effetti, ciascuna delle nostre visite a Djamel è un pretesto per interrogatori nei porti e negli aeroporti. Ci vogliono evidentemente scoraggiare, accanendosi così, ma – nonostante la fatica – non rinunciamo. Non soltanto ci privano di un marito e di un padre, lo confinano all’isolamento, ci privano delle sue lettere, ma occorre addirittura impedirci di vederlo, di accedere ai nostri diritti più elementari!

    Da 18 maggio 2010, siamo orfani. La sua assenza, il suo silenzio ci hanno lasciato un vuoto che ricorda la morte. Più nessuna telefonata lieta per svegliare i ragazzi la mattina, e accompagnare la colazione. La sua voce si è spenta. Ancora una volta, l’hanno arrestato.

    Ma il dolore più grande, come una piaga aperta che non può cicatrizzare, resta la separazione da Mariem, la nostra bambina più piccola, nata soltanto tre settimane prima del suo arresto. Ogni sguardo posato su di lei, ogni pensiero ci strazia il cuore e ci sommerge di tristezza e di lacrime. Come parlargli di lei senza provocare altre sofferenze?

    Visto tutto ciò che la nostra famiglia sta subendo ingiustamente da 10 anni, come accettare che un giudice possa affermare in completa impunità, protetto da tutti, di essere riuscito a far condannare Djamel Beghal, senza prove, al massimo della pena, unicamente grazie alla reputazone dei suoi servizi segreti? Non avrebbe, dunque, alcun conto da rendere? E che genere di giudice si accontenta di questa reputazione per far applicare le sue pene?

    Non si tratta qui, di fare del vittimismo, ma semplicemente di denunciare tutti questi moralisti che appartengono ad un sistema il quale, in nome della guerra al terrorismo, dispone interamente di famiglie innocenti, facendo credere alla popolazione che questo sistema lavora quotidianamente per la sua protezione, mentre non si tratta che del risultato della sua propria incompetenza, e del suo odio sviscerato contro l’Islâm. Questo sistema si regge sull’ipocrisia. È talmente più semplice distribuire delle pene detentive, piuttosto che ricercare la verità.

    Djamel non ha mai ucciso nessuno, né ha progettato di farlo. Non ha commesso alcun delitto, alcuna trasgressione sul suolo francese o altrove, né oltrepassato i limiti del quieto vivere sociale nello spazio pubblico. È INNOCENTE. È una VITTIMA, un CAPRO ESPIATORIO. I gravami infondati di cui lo si accusa sono puramente virtuali, invece il male che subisce la nostra famiglia da 10 anni è del tutto reale.

    Il solo torto di Djamel è quello di essere musulmano, religioso e di credere, di pensare, di vivere in modo diverso. IN COSA CIÒ COSTITUIREBBE UN CRIMINE? Si ha il diritto di imprigionare e distruggere delle famiglie per questo? È questa la giustizia?

    La famiglia di Djamel

As-salamu 'alaykum waRahmatullahi waBarakatuHu. Benvenuto/a su questo blog. I commenti costruttivi saranno visibili appena il gestore del blog li avra' approvati inshaa Allah.

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